Invettiva civile e cultura di governo: la lezione di Antonio Cederna

Cederna, maestro delle denunce e dell’invettiva civile, è stato anche uomo di governo, protagonista e ispiratore della fase dell’espansione delle leggi della tutela e del governo delle città. Straordinari risultati che il trentennio neoliberista ha rimesso in discussione.

Paolo Berdini

MicroMega+, speciale Antonio Cederna a cento anni dalla nascita

Una vita spesa a difendere i beni culturali, le città e i centri storici, l’ambiente. E, tra le città, soprattutto Roma, suo luogo di adozione, cui ha dedicato centinaia di articoli e fondamentali volumi. L’imponente attività pubblicistica di Antonio Cederna inizia nel 1949 con Il Mondo di Mario Pannunzio e sancisce il definitivo abbandono di una carriera nel campo archeologico che si annunciava promettente. L’attività di scavo della città di Carsoli cui aveva partecipato, aveva avuto l’onore di una pubblicazione scientifica. Sarà invece l’impegno civile a guidare la vita di Cederna. Nel 1955 è tra i fondatori di Italia Nostra con cui collaborerà fino alla scomparsa. Dalla collaborazione con Il Mondo, passerà al Corriere della Sera per poi approdare a La Repubblica. Le sue denunce e le sue riflessioni – a partire dal fondamentale I vandali in casa del 1956 – hanno formato migliaia di cittadini e di giovani. Cederna è stato insomma uno dei pilastri della cultura della tutela italiana.

In questa sede vorremmo affrontare un aspetto particolare della sua attività: quello della capacità di tenere insieme l’esercizio dell’invettiva civile con la cultura di governo. Cederna ha infatti partecipato attivamente a importanti produzioni legislativa che hanno innovato la tutela del paesaggio e dell’ambiente e, contemporaneamente, ha esercitato il mestiere di urbanista, con l’individuazione di importanti obiettivi di assetto delle città, primo tra tutti l’istituzione del parco dell’Appia antica a Roma. L’interesse verso questo aspetto dell’attività di Cederna sta nel fatto che oggi insieme a tanti straordinari risultati, restano aperte alcune questioni che egli aveva iniziato a risolvere e che il trentennio del neoliberismo vincente ha rimesso in discussione. Antonio Cederna scompare nel 1996, proprio agli inizi della grande restaurazione proprietaria che ha finora avuto partita vinta nel demolire sistematicamente il quadro della tutela dell’ambiente e delle città storiche. Riflettere sull’immenso patrimonio di idee e di proposte formulate negli anni in cui la difesa del patrimonio culturale sembrava destinata a non essere più messa in discussione, può dunque esserci utile per riprendere il percorso tracciato dal grande intellettuale.

Sulla difesa dei beni culturali del paese, va ricordata l’infaticabile opera di sensibilizzazione svolta in Italia Nostra e la collaborazione alla stesura della fondamentale legge Galasso che nel 1985 aveva gettato le basi per il processo di pianificazione dei beni paesaggistici e storico-culturali. Per venire ai centri storici, Cederna è stato un riferimento culturale per la stesura di provvedimenti legislativi (la “legge ponte”, n. 765/67, la Bucalossi, n. 10/77 e la legge sull’edilizia residenziale (n. 457/78)) che avevano avviato la stagione del recupero fisico e sociale dei centri antichi che vide il suo momento più straordinario nell’esperienza della Bologna di Pierluigi Cervellati. Sul tema ambientale Cederna, quando era parlamentare nelle fila della Sinistra Indipendente, fu tra gli autori delle leggi sulla difesa del suolo (183/89) e sulle aree protette (394/91). A Roma, infine, il Cederna “urbanista” lascia l’immenso patrimonio dei Fori e dell’Appia antica e un’idea complessiva di città contenuta nella proposta di legge per “Roma capitale” da lui presentata nel 1989 e approvata in via definitiva nel 1990. In quella legge Cederna inserì quattro grandi obiettivi per il futuro di Roma. Il primo rappresentato dall’attuazione del progetto Fori-Appia antica; il secondo finalizzato a decongestionare il centro storico troppo carico di funzioni che lo soffocano; il terzo rappresentato dal recupero e dalla riqualificazione delle immense periferie urbane prive di qualità; il quarto relativo alla realizzazione di un moderno sistema di trasporto pubblico basato su linee metropolitane e tramviarie.

Il maestro delle denunce e dell’invettiva civile, è stato dunque anche uomo di governo, protagonista e ispiratore della fase dell’espansione delle leggi della tutela, del governo delle città, della tutela ambientale e del governo di Roma. Ma quelle leggi sono il canto del cigno del periodo delle riforme. Con gli anni ‘90 si afferma il primato dell’economia sulle ragioni della tutela e il quadro politico e culturale iniziava a mutare. Lo stesso Cederna fece in tempo a farne le spese. I suoi articoli di denuncia del malgoverno del territorio facevano fatica ad essere pubblicati su La Repubblica e la sua azione quale presidente del Parco dell’Appia antica (1993) incontrava indifferenza e ostacoli di ogni genere. La sua scomparsa (1996) avviene proprio quando iniziano a essere smantellate tutte le leggi di governo del territorio e dell’ambiente che abbiamo elencato.

La pianificazione paesaggistica da parte delle regioni procede con ritardi inaccettabili e con continui tentativi di cancellare le tutele sulle stesse coste, come nel caso della Sardegna, mentre il Ministero dei Beni culturali non esercita i poteri sostitutivi previsti dalla legge, forse perché troppo impegnato in inutili opere come la ricostruzione dell’arena del Colosseo. Il declino dei parchi nazionali e regionali è sotto gli occhi di tutti: sono ormai privi di risorse umane ed economiche da destinare alla costruzione di attività economiche coerenti con la tutela della natura. Nelle città, infine, tutto sembra concorrere al dilagare della bruttezza e dell’impoverimento della cultura dei luoghi.

Restano gli straordinari risultati che aveva contribuito a raggiungere, resta la realtà irreversibile del parco dell’Appia antica resa tangibile dal suo archivio ospitato nella splendida cornice della Regina viarum. È proprio per questa sua straordinaria funzione di punto di riferimento culturale di quella stagione che Cederna è tuttora sottoposto a violenti attacchi di sapore revisionista. Il 24 febbraio 2017, il direttore del quotidiano romano “Il Messaggero” Virman Cusenza scrive: “Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la città in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama «cedernismo». Un’espressione intimamente connessa alla parola declino. Il cedernismo – dal nome dell’urbanista e ambientalista Antonio Cederna, dominus di una lunga stagione all’insegna della concezione immobile e pietrificata della storia di Roma – è un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo. Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernità, mobilità e vivibilità ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma[1].

Quando Cusenza scrive questi pensieri elevati, eravamo a ventuno anni dalla scomparsa di Cederna. Dopo un tempo così lungo il direttore del più diffuso giornale locale romano non trova di meglio che additarlo come responsabile della «concezione immobile e pietrificata della storia di Roma». Ma quella di Cusenza non era un’uscita estemporanea. La lotta a Cederna e al “cedernismo” è un chiodo fisso per il quotidiano di via del Tritone e per il suo editore. Sedici anni prima, infatti, il proprietario del giornale, Francesco Gaetano Caltagirone, aveva iniziato la temeraria opera di revisionismo storico. In un’intervista al settimanale «Panorama» dichiarava: “Forse è venuto il momento di fare i conti con la storia recente di una capitale che non ha avuto le trasformazioni delle grandi città europee. Per colpa innanzitutto dei suoi nemici»… «Paghiamo il conto di due fenomeni che hanno condizionato lo sviluppo di Roma: il cedernismo e lo sbardellismo[2]» … «Nel nome di Cederna a Roma si è consolidato un vincolismo selvaggio. Per decenni chiunque voleva intervenire sul territorio era combattuto come uno speculatore e un affarista. Risultato: le altre capitali si adeguavano ai tempi, a Roma si impediva la trasformazione del semicentro[3]“.

Non sfugge a nessuno che le opinioni di Cusenza e Caltagirone sembrano scritte dalla stessa mano e vengono replicate a distanza di sedici anni l’una dall’altra. I mali di Roma non risiedono dunque nella famelica cupidigia dei tanti speculatori e di tanti politici collusi che hanno costruito le periferie più brutte d’Europa. Risiedono nel «vincolismo selvaggio» di Cederna. Che tanto selvaggio non deve essere stato, se il cemento ha dilagato in ogni parte dell’agro romano.

La strumentalità dell’attacco portato alla memoria di uno straordinario uomo di cultura nasconde due questioni. La prima è relativa al fatto che la demolizione del sistema delle tutele del paesaggio e del territorio raggiunti dai nostri avversari nel trentennio neoliberista non hanno prodotto una cultura di riferimento autorevole come quella di Cederna. Siamo di fronte a una restaurazione proprietaria priva di impianto teorico e il trentennio liberista si sta chiudendo con un evidente fallimento: è evidente che queste azioni polemiche tentano di nascondere i disastri provocato dalla cancellazione della cultura della tutela.

La seconda questione sta nel fatto che la liberazione degli spiriti del mercato senza regole, hanno portato a un evidente aggravamento della vita nelle nostre città e a un attacco all’identità storica di molti luoghi. Tutte le statistiche ci dicono che le differenze sociali sono in costante aumento e il welfare urbano che prima serviva a bilanciare il divario economico tra le persone è ormai distrutto: in tutte le città aumentano le distanze tra centro e periferie mentre iniziano a essere aggrediti luoghi di straordinaria valenza storica e culturale, dallo scempio del Fondaco dei Tedeschi di Venezia allo stravolgimento del museo geologico di Roma voluto da Quintino Sella, solo per portare due esempi.

La terza riguarda Roma. Il progetto organico per la città delineato nella legge scritta da Cederna è stato colpevolmente abbandonato. Rappresentava una concreta possibilità di uscita dalla crisi che avvolge da due decenni la città. Le periferie sono abbandonate a se stesse e la mancanza di una moderna mobilità su ferro provoca quotidianamente il blocco della circolazione privata con le evidenti conseguenze in termini di inquinamento atmosferico. E anche il patrimonio storico pubblico viene svenduto, come dimostra il caso della vendita di palazzo Nardini da parte della regione Lazio.

La sfida che ci attende sarà dunque quella di fare tesoro della lezione civile di Antonio Cederna e avviare la ricostruzione del quadro normativo in grado di tutelare la bellezza ancora presente nel territorio italiano e di governare le città rispettando la loro stratificazione storica.

CREDIT FOTO: GIOVANNA BORGESE

[1]Virman Cusenza,Oltre il caso stadio. Quel vincolo arbitrario che blocca l’innovazione,«Il Messaggero»,24 febbraio 2017.

[2] Vittorio Sbardella (1935 – 1995) è stato un esponente di primo piano della Democrazia Cristiana. Eletto Deputato al Parlamento nel 1987 e nel 1992. Coinvolto nello scandalo della Tangentopoli romana è stato fino al 1992 esponente della corrente andreottiana di quel partito. Antonio Cederna viene dunque equiparato ad un esponente politico che deteneva un grande potere nella Roma di quegli stessi anni in cui Cederna combatteva la speculazione edilizia con le armi dell’etica pubblica e della passione civile.

[3]Dai mattoni a Internet, prometto che vi stupirò, intervista a Francesco Gaetano Caltagirone a cura di Antonio Galdo. «Panorama», 22 marzo 2001.



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