“Apologia dell’intellettuale organico”. In ricordo di Gianni Vattimo

È morto a Rivoli il 19 settembre 2023 il filosofo Gianni Vattimo. Vogliamo ricordarlo con un articolo che scrisse per il numero 6/2013 in cui critica il lavoro dell'intellettuale moderno, sempre più schiavo delle leggi del mercato.

Gianni Vattimo

Negli ultimi anni, tutto è stato messo sul mercato. Gli intellettuali, anche quelli ‘impegnati’, non fanno eccezione. In questa situazione, non è tanto un generico ‘impegno’ ciò che manca, quanto una scelta precisa a favore di un gruppo di persone, di una classe, di un paese. La coscienza che si richiede a un intellettuale, conseguentemente, non è quella della ‘verità’, quanto quella di un’appartenenza.
La nostalgia che, forse non solo io, provo per l’intellettuale organico mi sembra alla fine motivata da quelle che, con linguaggio bersaniano, si possono chiamare le «lenzuolate» di privatizzazione a cui siamo stati soggetti negli ultimi anni: anche il lavoro intellettuale, la presenza di scrittori, artisti, pensatori vari, nella società è diventato un affare «privato», sottoposto solo alle leggi del «mercato»: in questo caso, il numero di copie che un libro riesce a vendere, lo share di un programma televisivo, la folla che si riesce a muovere per un festival (ormai ce n’è persino uno della matematica!). Resta sempre un filtro, tuttavia, tra il produttore di merci intellettuali (nel linguaggio del fisco: «opere dell’ingegno») e il «pubblico». Per metterti alla prova con un programma in Rai o in una delle grandi tv private hai bisogno di potervi accedere, e la mediazione politica è ancora molto rilevante, a meno che si segua un altro canale, quello della mediazione «sessuale», spesso connessa alla prima: le olgettine sono attirate nel giro del Cavaliere con il miraggio di contratti televisivi a loro volta condizionati anche dal potere politico del tycoon. Chissà se nell’idea gramsciana del «partito come il nuovo principe» era compreso anche questo genere di riflessioni, o almeno se oggi vi si possono collegare. Problema dell’impegno dell’intellettuale e connessa nostalgia dell’intellettuale organico (perché Togliatti era in definitiva un po’ meglio di Striscia la notizia come modo di accedere alla visibilità pubblica): il fatto che, anche se appare l’ennesimo lancio di un «tema per l’estate», una rivista seria come MicroMega ne faccia argomento per un suo numero monografico, è alla fine motivato da questa dissoluzione di legami, dal fatto che siamo tutti stati «messi sul mercato». Qualcosa di analogo alla fine dell’intellettuale di corte, dell’architetto del sovrano, del maestro di cappella: eppure quanti concerti brandeburghesi sono nati in questo sistema! Pensare senz’altro che la nostra condizione attuale sia migliore di quella – del poeta di corte o dell’intellettuale organico – non significherà adottare acriticamente la fede nel mercato di cui siamo vittime nell’economia e in genere nella politica? Anche se non si spinge a questi estremi, l’idea che l’intellettuale non organico sia in una condizione migliore può sostenersi più legittimamente sull’idea che un accesso razionale alla verità si garantisce meglio se non ci sono appartenenze, anche pregiudizi, «interessi», i quali, per non essere finanziari o professionali, non per questo sono meno pericolosi per la ricerca «indipendente» del vero.

Chi, come me, non crede assolutamente alla favola della ragione che accede alla verità vera purché applichi le regole della directio ingenii cartesiana troverà difficoltà a immaginare un impegno «puro» dell’intellettuale. Non vergognarsi di essere «organico» potrebbe essere il primo modo di prendere un impegno: sapere che non siamo impegnati verso la ragione, la verità, Dio, anche la Storia, ma so lo verso persone, una classe, un paese… Già, «saperlo»? Bah. Richard Rorty parlava consapevolmente da un punto di vista «etnico»: come occidentale, come americano, come democratico del XXI secolo eccetera. Assumere consapevolmente la posizione storica entro la quale ci troviamo «gettati», come direbbe Heidegger, è per l’appunto la base di ogni impegno. Una volta capito questo, il problema diventa l’altro termine in gioco, l’intellettuale. Per esempio quando si tratta di qualche forma di competenza «specifica» – medicina, astrofisica, ingegneria… – l’«intellettuale», inteso in questo senso, sembra avere anzitutto un impegno nei confronti della sua «cosa stessa». Lo pensiamo e diciamo tutti i giorni, anche e soprat tutto nel discorso politico corrente: se il governo deve nominare il presidente del Cnr, poniamo, lo sceglierà anche per il suo orientamento politico, ma dovrà badare che sia uno scienziato «competente», stimato dai suoi colleghi ed esperto in una qualche forma di ricerca. Del resto, gli «intellettuali» che, spesso o solo talvolta, firmano appelli per questa o quella causa, giovandosi magari del fatto di aver ricevuto un grande riconoscimento internazionale, il premio Nobel per la chimica per esempio, sono casi di questa duplice appartenenza o «organicità»: scienziati riconosciuti per prestazioni specifiche nel loro campo e personalità del cui giudizio, in generale, il pubblico si fida. Naturalmente il «pubblico» è anch’esso un soggetto piuttosto sfuggente, e per lo più orientato da agenti – tecnici della comunicazione? Tecnici dell’economia? Intellettuali orga­nici a qualche gruppo o classe? – che promuovono questa o quella «opinione pubblica». Aristotele, alla domanda su che cosa sia la virtù, rispondeva che occorre domandarlo all’uomo virtuoso; e virtuoso è colui che i suoi concittadini, l’opinione pubblica, considerano tale. Penso che Aristotele non attribuisse affatto all’opinione dei suoi concittadini la capacità di cogliere la verità metafisica; aveva un’idea della virtù molto meno rigidamente definita, la «verità» nel discorso etico non poteva avere per lui i caratteri del rigore del di scorso matematico. L’intellettuale e il suo impegno – che intendiamo generalmente come impegno in vista di qualche scopo di interesse generale – si muovono anche oggi in questo orizzonte di rela tiva vaghezza. Non sappiamo mai bene chi sono gli intellettuali – non solo specialisti; ma per esempio scrittori di romanzi? Artisti, poeti, filosofi, cantanti… La componente «opinione pubblica» è diventata sempre più imponente, i concittadini a cui domandare chi è il virtuoso sono molto più numerosi che nella polis aristotelica, ma anche assai più condizionati dagli apparati giganteschi della pubblicità e del controllo capillare. La domanda che si rivolge oggi all’intellettuale è per lo più interessata a ricevere una risposta «indipendente», appunto sottratta a quelle logiche della cultura di massa da cui però l’intellettuale radicalmente dipende: lo si interpella tanto più quanto più scrive sul giornale «autorevole» o parla nei talk-show della tv. Anche qui una sorta di «doppia appartenenza»: all’opinione pubblica di cui è una voce (ma per esserlo non deve di re cose troppo «stravaganti») e alla propria «coscienza» (per Nietzsche, ahimè, la «voce del gregge in noi»). Sembra davvero una condizione disperata – che non tocca solo gli intellettuali, ma chiunque di noi eserciti la propria libertà, o quel che ne resta, nel mondo dei condizionamenti economici e massmediatici. Non è forse tanto fuori luogo ricordare l’analogia tra la condizione dell’intellettuale che cerca di essere libero e quella dell’operaio di Pomigliano che non vuole rinunciare al proprio sindacato ma anche non può permettersi di perdere il posto. Se si confrontano le due condizioni si incontra un altro elemento dell’impegno dell’intellettuale: detto bru talmente, per lo più la sua condizione gli permette un grado di (re lativa) indipendenza che non è quello dell’operaio di Pomigliano. Un professore di filosofia di liceo o di università può (ancora) scrivere manifesti rivoluzionari e pubblicarli, dalla cattedra (non so nel liceo), o forse solo sul proprio blog o leggendoli nei comizi. Non rischia il licenziamento. Ma una volta infilata la strada dell’analogia e differenza tra professore e operaio, è difficile che il primo non si domandi che cosa significhi la sua relativa indipendenza e quali implicazioni pratiche gli suggerisca. Una via non troppo lunga per ritrovare l’«organicità». La solitudine dell’intellettuale, del poeta, dell’artista non ignora affatto la società che sente spesso nemica e lontana, ma molto vivamente presente nella propria esistenza. Può darsi che un simile discorso valga anche per Leopardi che guarda le stelle dell’Orsa dal giardino di Recanati. Certo vale per l’intellet tuale di oggi. La coscienza «critica» che gli si chiede di rappresentare non è librata tra cielo e terra né si richiama a un qualche accesso privilegiato alla verità.

È anzitutto la coscienza di un’appartenenza esplicita o implicita che sia. Meglio: resta implicita fino a che l’intellettuale crede appunto di essere un pensatore indipendente che, eventualmente, può andare in soccorso di chi soffre ingiustizie, che a lui, appunto nella sua qualità di intellettuale, appaiono più chiaramente: firma questo o quell’appello o manifesto, scrive magari su un giornale mainstream sostenendo le buone cause, con ciò, tra l’altro, contribuendo alla «buona» reputazione «democratica» dei media che lo ospitano – senza toppi rischi. Se esci sul Corriere della Sera non sei pericoloso, qualunque cosa tu dica. Persino gli scioperi della Cgil hanno cominciato a non essere più presi sul serio quando, molti anni fa, si cominciò ad annunciarli su giornali e tv. Forse proprio questa coscienza pessimistica della propria costitutiva ambiguità è ciò che caratterizza l’intellettuale – organico o no – di oggi. La luci dità della coscienza critica che gli si attribuisce e che in certa misura davvero possiede (ma da dove gli viene?) gli fa vedere anche con una certa disperazione il proprio lavoro. Dialettica dell’illuminismo? Nella misura in cui lo si lascia, anzi lo si fa parlare, gli si toglie anche ogni efficacia. È forse, questo, un pessimismo eccessivo? Tutti gli sforzi del «sano» riformismo di cui si è nutrita, avvelenandosi, la nostra sinistra «di governo» non sono serviti e non servono dun que a niente, una volta venuta meno la forza del Pci, del sindacato, del movimento di massa? Ecco la radice della (solo mia?) nostalgia per l’intellettuale organico. Anche Marx e Lenin, prima di essere organici all’Internazionale o al Partito comunista russo, scrivevano e pubblicavano in media più o meno borghesi. Ebbene, oggi la buona coscienza dell’intellettuale «impegnato» non ci sembra più possibile. Nietzsche aveva parlato, non pensando a questo tema, di una «selvatichezza indiana» (indiani d’America) caratteristica della società del suo tempo: non solo era morto Dio, ma erano state via via smentite tutte le maschere ideologiche, dunque anche, per noi, la maschera del pensiero libero che si esprime in modo indipendente nella libera arena del dibattito pubblico. Gli esclusi di cui parla Benjamin nel suo saggio sulla storia sentono davvero con drammatica urgenza la necessità di difendere la libertà di stampa? Cinicamente si potrebbe rispondere che per lo più non sanno leggere. Ma noi cinici non siamo: tuttavia sappiamo che la nostra libertà di esprimerci e di scrivere vale solo in quanto fa parlare (anche) quegli analfabeti. Di nuovo la questione dell’organicità. Rivendico la mia libertà di espressione, d’accordo. Ma in quanto cittadino dell’ideale repubblica della razionalità illuministica? In quanto portatore della ragione kantiana con i suoi apriori e la lucidità dei suoi imperativi? Il cittadino della repubblica razionale, magari cosmopolitica, magari dell’Onu (e Habermas che continua a crederci!) è stato troppo a lungo complice dell’universalismo imperialista perché noi ci si identifichi ancora con lui. Se un legame organico l’intellettuale deve, e non può non, avere, esso deve esse re il non presente, o il non-ancora presente (direbbe Ernst Bloch). Il difetto dell’intellettuale organico di tradizione gramsciana sta tutto nel suo essere funzionale a un potere che c’è. Quando è legato a una realtà esistente – un forte partito, un governo, una maggioranza eccetera – l’intellettuale diventa funzionario del regime. Una battuta di Gustavo Bontadini, vecchio professore tomista dell’Università Cattolica: la Chiesa, quando è minoranza parla di liberà, quando è maggioranza parla di verità. Se parlasse in nome della ragione universale, l’intellettuale potrebbe non essere organico a niente; e anche non dovrebbe suscitare sospetto il fatto che talvolta sia gradito ai poteri forti, scriva sui grandi giornali, parli alle tv.

Ma per l’appunto l’idea che parli «from nowhere» in nome della pura e lucida ragione è ciò a cui egli stesso non può più credere. Una sfiducia motivata dalla sua, nonostante tutto, pura ragione? Sarebbe contraddittorio. Solo in quanto organico a qualcuno che non è il potere esistente l’intellettuale si può sentire legittimato a parlare. Anche se sceglie di dar voce a una classe, rischia sempre di legarsi in qualche modo all’esistente. È però un rischio a cui non si può davvero sfuggire, pena il ricadere nella pretesa (una sorta di idea romantica del genio) di parlare in nome dell’universale. Una formula di Vladimir Jankélévitch che a lungo mi è parsa poco accettabile per la sua vaghezza – «il non so che e il quasi niente» – può servire a indicare l’ambiguità della condizione dell’intellettua le. E anche a definire meglio il suo «ruolo», per esempio rispetto a tutti coloro che esercitano professioni liberali come scienziati e ingegneri o esperti di singoli territori del sapere e del fare. In quanto funzione di qualche realtà esistente, l’intellettuale è un tecnico, sa già sempre quel che ci si attende da lui, e dipende da chi gli assegna il lavoro. Anche la ricorrente questione sull’impegno dell’intellettuale riflette la «vaghezza» del suo ruolo. La condizione di ambigua dipendenza-indipendenza dalla «pubblica opinione», e cioè anche sempre dai poteri che la dominano possedendo i mezzi di comunicazione, è strettamente connessa all’estrema vaghezza del suo ruolo. Hegel pensava che nell’opera d’arte si incarnasse lo spi rito dell’epoca. Noi continuiamo a sentirci come portatori di qualcosa di simile. Sentiamo la condizione dell’intellettuale particolarmente vicina a quella dell’artista anche perché ciò che l’intellettua le fa è altrettanto inutile quanto la produzione di un’opera d’arte, roba da «domenica della vita», da dedicarci il «tempo libero». Del resto quella dell’intellettuale è una condizione professionale anco ra più vaga di quella dell’artista e del poeta (si legga il bellissimo articolo di Piergiorgio Paterlini su Repubblica del 10 luglio scorso), nessuno la identifica con una professione da scrivere sui documenti: siamo per lo più professori di scuola, giornalisti, traduttori, anche «operatori culturali». In una parola, «filosofi». O anche, a giudicare dall’andamento di questa riflessione, «rapsodi».
Per quanto rapsodica, questa riflessione vorrebbe comunque raggiungere una qualche provvisoria conclusione. Magari riconducendo l’ineludibile organicità dell’intellettuale all’assenza di ciò in nome di cui parla e verso cui si sente impegnato. Io non vedo altra via che non sia quella di mettere insieme Heidegger e Benjamin: l’intellettuale non funzionale all’esistente è quello che sa ascoltare il silenzio dell’essere (l’essere in quanto distinto dagli enti presen ti, dall’ordine delle cose vigente). Ma il silenzio dell’essere a cui pensa Heidegger non è altro (anche per lui; non ha mai voluto essere un puro mistico) che il silenzio di chi è stato silenziato nella storia, il silenzio dei vinti, dei senza potere. Il problema dell’impegno dell’intellettuale in fondo sta tutto qui: nell’aver capito (scoprendosi come uno di loro!) che può parlare davvero solo dando voce a chi non l’ha e non l’ha avuta nella storia. La crisi dei partiti, dei sindacati, dei movimenti, rende difficile che l’ascolto delle voci dei silenziati avvenga davvero. Uscire in strada – magari là dove il tacitamento è più imponente e rumoroso, come nei cantieri della Tav o in quelli del Muos – appare sempre più come la sola possibilità (anche heideggerianamente) «autentica».
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CREDITI FOTO Wikipedia | Ministerio de Cultura de la Nación Argentina



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