Analisi degli appelli alla pace per la guerra in Ucraina

Perché i negoziati siano credibili occorre usare la lente della storia e del diritto internazionale.

Maurizio Delli Santi

L’appello di MicroMega nella prospettiva delle democrazie e del diritto
Tra i vari appelli alla pace che si susseguono in questi giorni quello promosso dalle firme di MicroMega si pone in evidenza per l’essenzialità dei contenuti, centrati su due punti fermi: 1) per ogni democratico «pace vuol dire il ritiro dell’aggressore entro i suoi confini»; 2) secondo il diritto internazionale, va considerata l’«intangibilità dei confini dell’Ucraina», come definiti dal Memorandum di Budapest. Era necessario che dal mondo della cultura si levasse una voce diversa rispetto alle altre che sembrano rincorrere un “appeasement” senza garanzie,  che presto si rivelerebbe  fallace e insidioso. Il tema è cruciale perché sulle varie proposte di negoziati di cui si parla in questa fase di escalation occorre interrogarsi se siano credibili e se reggono alla prova della ricostruzione storica e del diritto internazionale. Da qui la necessità di compiere un breve excursus sugli altri appelli che pure meritano considerazione, purché – da chiunque provengano – siano valutati con spirito critico e nell’ottica di inquadrare i temi trattati nella loro complessità, piuttosto che in scontate scorciatoie cognitive.  

Un primo appello degli intellettuali
In questa prospettiva merita giusta attenzione l’appello promosso da un altro gruppo eterogeneo di intellettuali, undici personalità della letteratura, della filosofia, della ricerca storica, della sociologia  e del diritto come Antonio Baldassarre, Pietrangelo Buttafuoco, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Agostino Carrino, Francesca Izzo, Mauro Magatti, Eugenio Mazzarella, Giuseppe Vacca, Marcello Veneziani e Stefano Zamagni. L’ iniziativa affianca peraltro un altro appello promosso da oltre quaranta ex diplomatici italiani, con proposte in parte affini nei punti salienti. La proposta degli intellettuali appare più dettagliata  e suggerisce un piano articolato su sei punti, che si riportano integralmente per  come sono  indicati nel documento ufficiale:

1) Neutralità di un’Ucraina che entri nell’Unione Europea, ma non nella Nato, secondo l’impegno riconosciuto, anche se solo verbale, degli Stati Uniti alla Russia di Gorbaciov dopo la caduta del muro e lo scioglimento unilaterale del Patto di Varsavia.
2) Concordato riconoscimento dello status de facto della Crimea, tradizionalmente russa e illegalmente “donata” da Kruscev alla Repubblica Sovietica Ucraina.
3) Autonomia delle Regioni russofone di Lugansk e Donetsk entro l’Ucraina secondo i Trattati di Minsk, con reali garanzie europee o in alternativa referendum popolari sotto la supervisione dell’Onu.
4) Definizione dello status amministrativo degli altri territori contesi del Donbass per gestire il melting pot russo-ucraino che nella storia di quelle Regioni si è dato ed eventualmente con la creazione di un ente paritario russo-ucraino che gestisca le ricchezze minerarie di quelle zone nel loro reciproco interesse.
5) Simmetrica de-escalation delle sanzioni europee e internazionali e dell’impegno militare russo nella regione.
6) Piano internazionale di ricostruzione dell’Ucraina.

Il progetto viene quindi presentato come «un negoziato credibile per fermare la guerra», ed espressamente indica di porsi nella «direzione simile» della proposta di Elon Musk. Ricordiamo qui che anche il discusso magnate del big tech  ha formulato l’idea, sotto forma di sondaggio, di un accordo che vorrebbe riconoscere la  Crimea  tout court alla Russia, indire nuovi referendum per il Donbass, e sancire la neutralità dell’Ucraina.

Tra  verità storiche e diritto internazionale
Seguendo la prospettiva della ricostruzione storica, merita una prima osservazione la questione della supposta rinuncia all’allargamento a est della Nato, che sarebbe originata in un «impegno riconosciuto, anche se solo verbale, degli Stati Uniti alla Russia di Gorbaciov dopo la caduta del muro e lo scioglimento unilaterale del Patto di Varsavia». Se mai possa considerarsi la verità storica e il rilievo di un “impegno verbale” questo va riferito ad un dato contesto temporale cui seguì una significativa e rapida evoluzione. Maggior rilievo vanno infatti riferiti agli atti giuridici internazionali che furono sottoscritti in quel periodo, ad esempio nel 1990 quando con il Trattato sullo stato finale della Germania fu proprio Gorbaciov ad accettare il primo allargamento a est della Nato. E certamente il successivo processo di adesione alla Nato di altri Paesi dell’Est fu dovuto ad una loro autodeterminazione  che rispondeva alla scelta di avvicinarsi il più possibile ad un modello di cooperazione, se non di vera e propria integrazione, con l’Occidente. Ed è opportuno sottolineare che questo era il  modello che in quel finire di millennio sembrava interessare la stessa Federazione Russa, tant’è che anch’essa, come altri Paesi dell’ex Patto di Varsavia, sottoscrisse con la Nato uno storico Partenariato per la pace, il Partnership for Peace, Pfp, 1994, che poi doveva tradursi nel  Nato-Russia Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, 1997.

Ancora più problematica si presenta l’idea che l’Ucraina debba rinunciare definitivamente alla Crimea e che la comunità internazionale ammetta un «riconoscimento dello status de facto della Crimea, tradizionalmente russa e illegalmente “donata” da Kruscev alla Repubblica Sovietica Ucraina». Probabilmente anche uomini di cultura come i firmatari sono stati indotti a seguire una impostazione realistica – molto discussa nella teoria delle relazioni internazionali – che vuole indurre a una concessione alle richieste di Putin come prezzo da pagare pur di ottenere la pace.

Qui però è necessario chiarire la giusta prospettiva in cui inquadrare la questione della Crimea, rilevandosi l’infondatezza della tesi di Putin secondo cui la cessione di Kruscev violava la Costituzione sovietica. Il passaggio fu legittimamente determinato con un decreto del Soviet Supremo del 1954,  e come ricostruito dalla nipote di Kruscev aveva una precisa motivazione storico-giuridica. Avvenne nel 1954, un anno dopo la morte di Stalin, quando Kruscev mirò a  decentralizzare l’Urss e considerò che la connotazione agricola  della Crimea la legavano all’Ucraina, all’epoca granaio dell’Urss. Il leader comunista aveva inoltre un forte legame con l’Ucraina, per avervi vissuto come operaio e minatore, e volle compensare,  con una storica “riparazione”, quella regione con cui  l’Unione Sovietica aveva un grande debito: del suo grano si era nutrita dopo la seconda guerra mondiale, mentre negli anni trenta la “madre” Russia aveva imposto agli ucraini la carestia  dell’Holodomor, che gli storici hanno documentato essersi rilevata un tragico genocidio.

I temi cruciali  della Crimea e della “neutralità”
La questione sotto il profilo del diritto internazionale è poi ancora più netta, perché quella che il documento degli intellettuali definisce per la Crimea uno status de facto più precisamente è definita negli atti delle Nazioni Unite e nelle opinioni dei più autorevoli giuristi come una occupatio bellica contraria all’international law perché conseguita a seguito di una “aggressione”. E questo bisogna averlo ben chiaro perché oggi, anche alla luce dei principi della Carta delle Nazioni Unite, una situazione de facto  contraria alla legalità internazionale non potrà in ogni caso essere legittimata da un qualsiasi trattato, specie se sottoscritto sotto minaccia delle armi. Sul punto si potrebbe richiamare una miriade di norme e  documenti internazionali, fra cui è sufficiente menzionare le varie Risoluzioni dell’Onu, le determinazioni della Corte internazionale di giustizia  e lo Statuto della Corte penale internazionale  che condannano l’aggressione come illecito e come crimine internazionale,  e pertanto non può riconoscersi l’annessione di un territorio ottenuta con l’uso della forza.

Inoltre, a provare il pieno riconoscimento della appartenenza della Crimea – come a maggior ragione dei territori del Donbass – alla sovranità territoriale dell’Ucraina soccorrono tutta una serie di accordi  internazionali. Primo fra tutti l’Accordo di Balazeva  del 1991,  il trattato firmato e ratificato da Russia, Ucraina e Bielorussia che sancì  la cessazione dell’Unione Sovietica come soggetto di diritto internazionale. Seguì poi il fondamentale Memorandum di Budapest del 1994. Il trattato affermava l’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare di Kiev, che assumeva l’impegno a consegnare alla Federazione Russa le circa 1900 testate nucleari presenti sul territorio, l’equivalente di un terzo dell’arsenale sovietico. Per Mosca valeva l’impegno di dismettere entro due anni  l’armamento nucleare e di riconoscere, con la garanzia di Stati Uniti e Regno Unito, l’indipendenza e la sovranità territoriale dei confini dell’ Ucraina, che comprendevano a pieno titolo Donbass e Crimea. Come è andata è ben noto: gli ucraini hanno rinunciato all’arsenale nucleare, mentre i russi hanno iniziato subito le manovre per destabilizzare Kiev, si sono ben guardati dal distruggere gli ordigni nucleari acquisiti, e nel  2014 hanno invaso la Crimea. I più attenti osservatori richiamano poi il Trattato di amicizia russo-ucraino del 1997, e  il Trattato tra Russia e Ucraina sul confine di stato russo-ucraino del 2003, firmato dallo stesso Putin, in cui si riconoscevano i confini amministrativi tra le Repubbliche sovietiche di Russia e Ucraina all’atto dello scioglimento dell’Unione Sovietica.

Le soluzioni prospettate in questa prospettiva appaiono quindi poco bilanciate e molto semplificatrici di problemi che rimangono complessi, anche quando esprimono concetti come il riconoscimento della  “autonomia delle regioni russofone di Lugansk e Donetsk entro l’Ucraina secondo i trattati di Minsk, con reali garanzia europee”, o la “definizione dello status amministrativo degli altri territori contesi del Donbass”, o ancora la gestione del “melting pot russo-ucraino” con la “creazione di un ente paritario russo-ucraino che gestisca le ricchezze minerarie”.  Si tratterebbe infatti di porre almeno due questioni di fondo: se realmente le “garanzie” possono considerarsi efficaci senza un programma di smilitarizzazione almeno sulle fasce di confine – come era previsto dagli Accordi di Minsk –  e uno schieramento di forze di pace, e se davvero si vuole tornare a  porre in discussione la sovranità territoriale dell’Ucraina, il che significherebbe un netto arretramento dai principi del diritto internazionale.

Sotto questi profili appare dunque indicativo un passaggio dell’altra proposta presentata dai quaranta ex diplomatici che espone meno il fianco a osservazioni nell’ottica storica e giuridica. Appare infatti dirimente nella parte centrale del documento l’affermazione del principio della «inaccettabilità dell’uso della forza per l’acquisizione di territori, l’autodeterminazione dei popoli, la protezione delle minoranze linguistiche europee». E un altro concetto di fondo va chiarito a margine del ragionamento: di fronte all’attuale contesto e ad uno Stato aggressore non si può rimanere “neutrali” e non considerare i principi di legalità. L’avvio di un negoziato non può e non deve significare una resa per l’Ucraina, perché non deve segnare una clamorosa disfatta per il diritto internazionale. Né tanto meno deve tradursi nell’avvio di una nuova fase di incertezza per la sovranità di Kiev, che da anni vive sotto la minaccia della Federazione Russa. O, peggio, dare ora l’aggio alla Russia, che sta subendo la nuova controffensiva di Kiev, di superare l’isteresi dell’attuale mobilitazione e dell’inverno per rilanciare poi – anche dalla complice Bielorussia, dove pare siano giunti nuovi contingenti dalla Russia – l’ennesima brutale aggressione sull’Ucraina. A questo proposito, sul tema della “neutralità” dell’Ucraina, a parte le cautele adoperate dalla Nato nel dilazionare la richiesta di adesione di Kiev, vale anche sottolineare un aspetto significativo del processo di formazione della identità nazionale dell’Ucraina. La scelta di perseguire l’adesione alla Nato, come anche all’Unione Europea, non è stata dettata dall’ultima aggressione russa, ma è stata frutto di un ampio dibattito politico maturato negli anni, che ha investito la comunità nazionale tanto da essere oggetto nel 2019 di una specifica riforma della Costituzione ucraina che ha imposto garanzie affinché il fine dell’adesione sia perseguito nel “corso strategico dello Stato”.

Per un  “progetto di pace”  che offra concrete garanzie
La via di possibili negoziati per la pace rimane in ogni caso da perseguire, sebbene il realismo, quello stavolta più concreto e concludente, impone necessariamente di non abbandonarsi alla narrazione di un appeasement  a qualunque prezzo, che si rileverebbe insidioso come l’esperienza storica insegna dai tempi della Conferenza di Monaco, che nel 1939 favorì il progetto egemonico di Hitler. Il contesto richiede perciò di sostenere senza riserve la scelta della deterrenza per non abbandonare l’Ucraina, soprattutto per affermare la legalità internazionale ed evitare che i progetti autoritari di Putin minaccino più seriamente il resto dell’Europa, a cominciare dai Paesi baltici che si sentono in grave pericolo: questa percezione di un rischio di finire aggrediti come è accaduto all’Ucraina da parte dei paesi limitrofi che guardano alla  Nato – come ora accade anche a storiche nazioni neutrali come Finlandia e Svezia – è un dato di fatto, di cui anche gli intellettuali non possono non tenere conto.

È certamente fondamentale che discendano in campo il mondo della cultura, i diplomatici e i giuristi, e anche le religioni, come auspicato negli ultimi appelli del Pontefice e della Comunità di Sant’Egidio. Tuttavia l’auspicio è che ogni appello alla pace sia consapevole della necessità di affermare i principi della pacifica convivenza, che poi sono quelli che si leggono nella Carta delle Nazioni Unite e nell’Atto finale di Helsinki: non possono che fondarsi sui valori elaborati dalle democrazie e dal diritto internazionale.

Per queste ragioni hanno un senso compiuto le priorità poste dai firmatari dell’appello di MicroMega: ritiro dell’aggressore entro i suoi confini, intangibilità dell’Ucraina secondo il Memorandum di Budapest. Beninteso si tratta di elaborare un “progetto per la pace” che come tale va considerato nella complessità della sua concreta realizzazione, che comincia dal promuovere un “nucleo forte” di mediatori. Tra questi dovrebbero comparire senza dubbio le Nazioni Unite, ma pure l’Unione Europea che in questo caso può unirsi al Regno Unito e al gruppo dei paesi che hanno richiesto l’adesione. E se forse è prematuro pensare di coinvolgere anche la Cina per ora, occorre però puntare  all’ India, e ad altri importanti attori regionali come Turchia, Israele, Emirati Arabi e Arabia Saudita,  non dimenticando gli altri paesi dell’Asia centrale e dell’Indo-pacifico, dell’Unione Africana e dell’America Latina. Tutti insieme hanno un comune interesse a  ridare serenità e prosperità alle loro popolazioni, e la forza di  esercitare una forte influenza su Putin per imporre negoziati credibili e concepiti secondo le regole della legalità internazionale. In questa prospettiva, anche in previsione del G20 di Bali che si svolgerà a metà novembre, è forse il caso di rilanciare i propositi per una  Conferenza sulla sicurezza in Europa e per una Conferenza multilaterale sulla pace: è fondamentale ripartire dai principi del  diritto internazionale  e del multilateralismo per affermare con concretezza la volontà di perseguire la pace. Ed è anche su questi temi che il mondo della cultura  potrà dare il meglio del suo contributo.



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