Un appello unitario per salvare l’Italia dall’intenzione delle destre di stracciare la Costituzione

Proviamo a impedire fino all’ultimo istante che lo scellerato egoismo narcisista e autolesionista dei dirigenti delle non destre propizi un catastrofico naufragio elettorale.

Paolo Flores d'Arcais

La matematica non è un’opinione, e la legge elettorale neppure. Le destre lo hanno capito e la stanno sfruttando al massimo. Ma i dirigenti dei partiti delle non-destre – tutti – non se ne danno per intesi, e preparano allegramente l’harakiri.
Riassumendo, per chi non avesse capito la posta in gioco.
L’ orrenda legge elettorale (che nessuno ha voluto cambiare, Letta per primo) prevede che un terzo dei seggi, sia alla Camera che al Senato, venga assegnato in collegi uninominali. Il candidato che prende più voti, fosse anche solo il 20%, conquista il seggio. Anche un bambino che non conosca ancora le tabelline, ma sappia fare di somma, capisce che decisivo è fare coalizione, al di là delle differenze di programma e di ogni reciproco detestarsi. Le destre, che qualche iper-ottimista preferisce non qualificare di ex-post-neo-filo-para fasciste, benché siano divise su questioni cruciali (le alleanze internazionali, per non dire altro) la coalizione l’hanno già realizzata, e la condurranno in porto malgrado i lunghi coltelli per la scelta delle candidature.

Le non destre, che hanno qualche chance solo se si accordano tutti (TUTTI), con una desistenza tecnica per cui in ogni collegio uninominale resterà un solo candidato a fronteggiare quello delle destre, hanno deciso di gettare tali chance alle ortiche. Si sono esibiti e continuano a esibirsi nella danza dei sette veti, in un ridicolo sabba di narcisismi.

Il Pd di Letta ha deciso di castrare le sue possibilità di seggi uninominali accettando tutte le condizioni imposte dal leader unico dell’ancora in mente Dei “Azione”, Carlo Calenda (cui ha già regalato a suo tempo un seggio a Bruxelles): nessuna desistenza per candidati di verdi, rifondaroli, Di Maio (del M5S neppure parlarne). In tal modo Calenda, avendo imposto la sua golden share, è ormai il boss anche del Pd (il che, in non pochi collegi, spingerà elettori del Pd a restarsene a casa).

Nel M5S, harakiri speculare: nessuna desistenza nei collegi uninominali, e candidati del loro partito scelti con le “parlamentarie” (peggio  del sorteggio, abbiamo già visto i risultati). Le destre, insomma, faranno l’en plein, ma i vari dirigenti delle non destre avranno il solluchero di potersi accusare a vicenda. Ognuno si dà piacere con le proprie perversioni e de gustibus non est disputandum.

Possiamo fare ancora qualcosa, noi elettori democratici (non nel senso del Partito, ma della Costituzione)? Perché se non si fa nulla la vittoria delle destre, che hanno in odio la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista e non vedono l’ora di farne strame, ha tutte le probabilità di diventare una stravittoria. Un noto politologo ha calcolato una messe del 70% dei seggi complessivi, con i quali la maggioranza delle destre può sfigurare e sventrare la Costituzione senza  dover passare per un referendum che lasci ai cittadini l’ultima parola. Il fantasma di Orbán sarebbe tragicamente superato dai fatti.

Un accordo di desistenza tecnica da parte di tutte le non destre è stato avanzato da più parti, indipendentemente e in parallelo, perché lo impone il mero buon senso, il lumicino della lucidità minima, il barlume doveroso della responsabilità.  Proposta spesso corredata anche da dettagli su come suddividere le desistenze (secondo i sondaggi, scegliendo nei collegi le personalità con maggiori possibilità, facendo ricorso ai nomi della società civile che in ogni collegio possano godere di maggior credito).

Unifichiamo al più presto tutte queste proposte in un appello unico, con un luogo internet in cui farlo firmare, e facciamolo circolare attraverso tutti i social, proviamo a impedire fino all’ultimo istante che lo scellerato egoismo narcisista e autolesionista dei dirigenti delle non destre propizi un catastrofico naufragio elettorale, che nel centenario della Marcia su Roma segnerebbe la fine della Costituzione antifascista nata dal sangue della Resistenza.



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