“Archeologie del basso futuro” conferma il valore della fantascienza italiana

Daniele Barbieri fa i conti con «La terza antologia solarpunk di autori italiani» (e se la gode).

Daniele Barbieri

«Bisognerebbe fà la gente sostenibile» prima del vagheggiato, modaiolo, sdoganato, generico e luogo-comunizzato futuro sostenibile. Così pensa Elvis, «portinaio a Roma Sud», un pozzo di saggezza in un condominio di furiosi “normali”. È un racconto divertente e intelligente come sempre quelli di Laura Silvestri: che fosse brava e avesse l’occhio del futuro si sapeva (almeno per chi legge buona fantascienza e dintorni) ma qui si è “ricordata” di essere anche spiritosa e romanaccia.

Lasciate fare a Elvis è uno degli 8 racconti che animano Archeologie del basso futuro, uscita a ottobre: l’editore è Odissea Delos con 318 pagine per 19 euri e la bella copertina di Franco Brambilla che invece delle classiche lucciole per lanterne qui finge di confondere le farfalle con le astronavi.

Tre conferme.

1 – Che il movimento solarpunk non è una moda effimera ma un modo, necessario e prolifico, di guardare al futuro (poi ovviamente c’è chi scrive bene e chi meno).

2 – Che la qualità media della fantascienza italiana ormai è alta, oserei dire in media assai meglio di quella yankee… o almeno delle cose che i mostri rimbambiti editori scelgono di tradurre.

3 – Che fra le tante donne italiane della nuova fantascienza da tener d’occhio (a dir poco) Serena Maria Barbacetto è in vetta.

Andiamo per ordine. L’antologia si apre con «Solarpunk Timeline, cronologia del movimento solarpunk dal 2008 a oggi», curata da Franco Ricciardiello: un’utile carrellata, forse un po’ troppo dettagliata.

Poi «Spirali» di Serena Maria Barbacetto. Chi inizia a leggere pensa subito: “ma quant’è brava” e dopo un po’ di pagine “bellissimo, quasi geniale”. Siccome mi hanno minacciato “mai fare spoiler” mi limito a informarvi che fra Einstein e la vera storia della nave di Teseo, fra geniali salvataggi in una stazione orbitale e nonne, fra la semi-vita e la necessità di «chiudere il cerchio», fra Om e l’intelligenza artificiale, fra la legge di Murphy e la «catastrofe di Kessler» si impara anche quanto sia importante distinguere tra cotiledoni e foglie.

Il secondo racconto è quel «Lasciate fare a Elvis», citato prima. Divertente eppur sapiente. «Conosce quel detto africano? Ci vuole un villaggio per crescere un bambino. Ecco noi potremmo essere una specie…».

Con un titolo brechtiano, «A coloro che verranno», Nino Martino regala 40 pagine ricche di idee e spirito critico. Che l’ambientazione sia Arbatax o magari il Mali, che la parola-chiave si riveli «ubuntu» già la dice lunga sull’originalità di questo autore, “vecchio” di età e giovane di spirito. A voler cercare un diffettuccio: troppi slogan forse; sono tutti giusti ma siamo in un racconto non in una manifestazione.

«Mille squarci nel tessuto della realtà» per la dea Sedana e le Sorelle della prateria della sempre brava Elena Di Fazio. Stupenda ambiguità sui rischi dell’utopia. Dite che già Ursula Le Guin ci aveva fatto un libro indimenticabile? Beh, almeno un poco ve lo scorderete perché qui c’è un diluvio di idee e un labirinto di sensi.

Il quinto racconto è quello che mi è piaciuto meno. Non che OKAYTOPIA (sì, titolo tutto maiuscolo) sia brutto e anzi il fanta-linguaggio risulta un capolavoro di parole mercificate e di contaminazioni: però non capisco come sia finito qui. In cosa è solarpunk?

Più bello che strano (eppure è mooooolto strano) «Degerminazione» di Erica Tabacco che fra l’altro ragiona su quale sarebbe per gli umani una seria alternativa alla «immortalità». Un racconto per ecologiste/i, chi ama i funghi, le poliziotte con spirito critico e chi cerca rivoluzioni a partire dai luoghi più incredibili.

Volutamente pazzesco «Colpo di una notte di mezza estate» del collettivo che si firma «Commando Jugendstil» in una Milano mai vista. Chi legge si chiederà più volte: ma ce la faranno a reggere questo ritmo sino alla fine? E il colpo di scena sarà all’altezza? Le risposte sono sì e sì.

A chiudere il libro «Sole distante, luna di sale» di Franco Ricciardiello, al suo terzo ruolo nel libro (ma “gioca” sempre bene). Godibilissimo anche questo racconto ma c’è un mini-problema: Ricciardiello ha talmente viziato il “fandom” che chi lo legge si aspetta sempre… l’Everest e dimentica che pure dall’Aconcagua (o dal Monte Rosa) c’è una bellissima vista.

 

 

 



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