L’altra faccia della guerra: Putin, Biden e le armi nucleari

In attesa di una loro messa al bando, è indispensabile che le armi nucleari restino distinte da quelle convenzionali e tornino ad avere esclusivamente una funzione deterrente.

Fabrizio Battistelli

Quella in Ucraina non è la prima guerra su territorio europeo dopo la seconda guerra mondiale. Tuttavia, anche i conflitti che hanno avuto un carattere particolarmente cruento, come nel caso degli Stati della ex Jugoslavia, o erano espressioni di conflitti largamente endogeni o, se diventavano scontro fra Stati come nel caso della Georgia, vedevano l’uno contro l’altro una grande potenza mondiale e piccoli paesi periferici e isolati sul piano geopolitico. La cruciale specificità dell’attuale guerra in Ucraina è che lo Stato che ha sferrato l’attacco è una potenza come la Russia e l’Ucraina è un paese alla frontiera d’Europa, ormai vicino anche sul piano sociale e politico.

La Russia è infatti in possesso dell’arsenale nucleare primo nel mondo sul piano quantitativo e il secondo su quello tecnologico, formato da non meno di 6.000 testate nucleari e da avanzati vettori in grado di recapitarle fino a 10.000 chilometri di distanza e oltre. Completando il quadro di illegalità dell’invasione, compiuta aggredendo uno Stato sovrano, Putin ha anche sotterrato la possibilità che i paesi nucleari aderiscano al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, il TPNW deliberato dall’assemblea delle Nazioni Unite nel luglio 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Di più, Putin è venuto meno a un principio, non formalizzato ma moralmente e politicamente cogente, che impegna le potenze in possesso di armi nucleari a non minacciarne l’uso per conseguire vantaggi politici.

Questo uso minatorio dell’arma nucleare indebolisce pericolosamente il principio della deterrenza, asse portante dell’equilibrio strategico nell’era atomica. Discutibile e discusso, questo principio ha tuttavia consentito che per oltre quattro decenni la sfida della guerra fredda tra Stati uniti e Unione Sovietica non degenerasse nel clausewitziano “pagamento in contanti” rappresentato dalla guerra vera e propria. La logica della deterrenza è semplice e sintetizzata nel noto acronimo MAD, ovvero della Mutual Assured Destruction: in una situazione di equilibrio strategico tra due Stati contrapposti, chiunque dei due attaccasse l’altro con una salva di missili nucleari distruggendolo sa per certo che l’altro manterrebbe un potenziale nucleare sufficiente a replicare con una salva analoga che distruggerebbe anche chi ha attaccato per primo. Da qui un equilibrio del terrore – enormemente costoso ove si pensi alle alternative di cooperazione, anziché di contrapposizione, cui sarebbe possibile ricorrere – che tuttavia è sì folle ma non privo di metodo. Esso infatti si basa sul riconoscimento reciproco tra due nemici, così come è accaduto per oltre un quarantennio a due regimi antitetici ma pur sempre figli della razionalità illuminista (un riconoscimento, ad esempio, che manca del tutto nella contrapposizione asimmetrica tra uno Stato e un gruppo terrorista).

Il principio della deterrenza possedeva alcuni corollari, anch’essi impliciti ma di importanza cruciale. Il primo era la distinzione tra le armi convenzionali e quelle nucleari. Su ciò vi erano sfumature diverse tra il pensiero dei sovietici e quello degli americani, i quali in riferimento al teatro europeo lamentavano la superiorità convenzionale dei sovietici e, per bilanciarla, non escludevano di ricorrere a un “primo uso” di armi nucleari tattiche. Tuttavia, anche gli americani avevano ben chiara la distinzione tra i due tipi di armamenti, tanto che riservavano ai missili nucleari tattici una funzione di extrema ratio, cui ricorrere unicamente a fronte di un attacco nemico con armi convenzionali che si rivelasse non arrestabile altrimenti. Anche in questo caso i piani militari americani facevano affidamento sulla consapevolezza sovietica dell’elevatissima probabilità che uno scambio di testate nucleari sul campo di battaglia avrebbe avuto come esito la scalata fino al gradino finale rappresentato da uno scambio di testate nucleari strategiche. Per entrambe le superpotenze si trattava della cosiddetta triade strategica, nel complesso impossibile da neutralizzare, posizionata fuori area e costituita da missili lanciati da basi terrestri mobili, bombardieri perennemente in volo e invisibili sottomarini.

Lasciando intendere che, ove la sua “operazione speciale” in Ucraina trovasse un ostacolo militare (anche convenzionale), la Russia potrebbe mettere mano al suo arsenale nucleare, Putin sta irresponsabilmente collegando a un ambito “banalmente” tattico quella che era l’estrema rassicurazione difensiva della deterrenza strategica.

È ovviamente impossibile conoscere (e c’è da augurarsi con tutte le forze che l’incognita resti tale per sempre) se quello di Putin è un bluff o una intransigente determinazione al cupio dissolvi. Certo è che, comprensibilmente, a tutt’oggi essa viene presa assai sul serio dall’amministrazione Biden. La prudenza con cui il presidente Biden sta reagendo alla provocazione di Putin dovrebbe far riflettere anche i più militanti tra i politici e gli osservatori europei. A differenza della classe politica dei Paesi dell’Unione Europea che, con la limitata eccezione della Francia, non hanno alcuna competenza (anche nel senso di cognizione) in materia di forze nucleari, il leader della più avanzata potenza nucleare del mondo ne possiede un’indubbia esperienza, diretta o mediata dagli stati maggiori e dai componenti del consiglio di sicurezza. Non è quindi un caso che Biden, che pure sostiene senza riserve il governo legittimo dell’Ucraina, abbia tuttavia chiarito due punti fondamentali: che gli Stati Uniti non parteciperanno ad alcuna azione militare e che non instaureranno nel cielo dell’Ucraina una no fly zone che avrebbe come più che probabile conseguenza lo scontro con le forze aeree russe, con le conseguenze di un’escalation facilmente immaginabile. Nella stessa direzione, la portavoce del governo americano ha opposto una linea di basso profilo ai minacciosi e reiterati riferimenti di Putin al potenziale nucleare russo, peraltro noto in ogni suo dettaglio all’intelligence USA.

Il secondo corollario della deterrenza riguarda un’altra distinzione, relativa questa volta non alla natura convenzionale o nucleare dell’arsenale bellico bensì al terreno della sua eventuale applicazione. Il corollario divideva il mondo in sfere di influenza, l’una controllata dagli Stati Uniti, l’altra dall’Unione Sovietica. Sulla base di una tacita intesa, pur con la quota di fluidità propria di tutte le intese politiche, tendenzialmente le due superpotenze si astenevano dall’intervenire nella zona di influenza del nemico. I sovietici non intervenivano nel “cortile di casa” (backyard) degli Stati Uniti (America Latina, Europa occidentale, Medio Oriente) e gli Stati Uniti non intervenivano nel cortile di casa dei sovietici (Asia centrale, Europa orientale). Ciò spiega il voltarsi dall’altra parte ad opera dell’Unione Sovietica nei casi di colpi di stato in America Latina, in Iran ecc. o, ad opera degli Usa, nei confronti della repressione delle rivoluzioni antisovietiche in Ungheria e in Cecoslovacchia.

L’azione di contrasto politico poteva essere condotta talora anche con un parziale uso o fornitura di armamenti convenzionali, ma non sfiorava mai gli armamenti nucleari, silenti ma sempre presenti sullo sfondo. Il secondo corollario della deterrenza, infatti, prevedeva che le armi nucleari di una superpotenza non dovevano mai minacciare il territorio dell’altra. Non a caso, nel gergo strategico i due territori venivano definiti “i santuari”. Questo aspetto era così decisivo che il riconoscimento di un sistema d’arma come “strategico” avveniva non tanto in base alle sue capacità tecniche (potenza in megatoni, gittata in miglia, velocità, precisione ecc.) quanto in base alla sua capacità di colpire il santuario nemico. Quando nel 1962 l’URSS tentò incautamente di violare questo corollario, schierando missili nucleari a Cuba a cento chilometri dalle coste americane, Kennedy intervenne con fermezza e aprì una crisi capace di portare alla Terza guerra mondiale. Il mondo tremò, il dipartimento di Stato richiamò i cittadini americani anche dai Paesi amici (compresa l’Italia) e il Bulletin of Atomic Scientists spostò le lancette dell’orologio a tre minuti dalla mezzanotte nucleare. In quel caso la visione condivisa della deterrenza funzionò e Chruščëv fu costretto a riconoscere la violazione ritirando i missili russi da Cuba. In cambio ottenne una clausola segreta con la quale gli Stati Uniti rinunciavano a schierare i missili in Turchia, riconfermando così la reciproca intangibilità dei “santuari”.

Gli sconvolgimenti seguiti alla caduta del Muro di Berlino hanno portato ai nuovi equilibri, o meglio squilibri, del mondo multipolare. È più difficile, ma proprio per questo è ancora più urgente, pervenire a un nuovo assetto internazionale nel quale le potenze nucleari tornino a quelle modalità di auto-limitazione (self restraint) nei riguardi dell’immane potenziale distruttivo di cui sono depositarie. La stragrande maggioranza dei paesi del mondo (il nostro fra i primi) hanno accettato di sottoscrivere il Trattato di Non proliferazione Nucleare – TNP. Essi hanno rinunciato a dotarsi di tecnologie nucleari a scopi militari, a fronte dell’impegno sottoscritto dalle potenze nucleari di avviare processi di disarmo che eliminino progressivamente questo tipo di armamenti. Nonostante la deliberazione assunta in questo senso dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1968, negli ultimi 20 anni né gli Stati Uniti né la Russia hanno compiuto alcun passo nella direzione del disarmo. Viceversa, nel 2019 gli USA si sono ritirati dall’accordo sulle armi nucleari a medio raggio INF (cui dovrà assolutamente associarsi la Cina), mentre l’unico accordo rimasto ancora in vigore, il New START relativo alle armi strategiche, scade fra 4 anni in un clima che, se non cambierà radicalmente, rischia di renderne impossibile il rinnovo.

Nel frattempo, in particolare di fronte a una crisi come quella determinata dall’invasione russa dell’Ucraina è indispensabile ribadire che le armi nucleari devono restare distinte da quelle convenzionali e come tali essere inutilizzabili per perseguire scopi politici e, in attesa di un futuro in cui vengano bandite totalmente, essere ristrette unicamente alla loro funzione deterrente. Ogni abbassamento della soglia del loro uso – come quello prospettato oggi da Putin – va respinto, ovviamente in un quadro di reciprocità. Contemporaneamente, è indispensabile che la violenza delle armi convenzionali non scali oltre, rischiando di superare la soglia al di sopra della quale qualcuno possa concepire di impiegare armi nucleari, eventualmente di tipo “tattico”. Tutti gli aspetti appena descritti andrebbero tenuti presente in questa ora più buia, nella quale atteggiamenti emotivi, calcoli di partito, sottovalutazione dei fattori in gioco andrebbero tenuti sotto controllo, facendo leva su quel residuo di razionalità di cui la specie umana si è comunque mostrata capace dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale.

 



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