L’armistizio dell’8 settembre 1943: una memoria da ritrovare

Quanto accadde in Italia con la proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre 1943 merita ancora molte riflessioni. Nella memoria collettiva è prevalsa l’idea che in quella data l’Italia era ormai materialmente e moralmente collassata. Solo i movimenti della resistenza, specie dell’area 'rivoluzionaria', sono stati visti come i protagonisti del momento del riscatto. Per diverso tempo si sono tratteggiate due Italie tra loro molto lontane: quella umiliata dell'8 settembre e quella eroica della Resistenza. Il giudizio storico più recente invece ha documentato che le due Italie non furono affatto distanti.

Maurizio Delli Santi

Quanto accadde in Italia con la proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943 merita ancora molte riflessioni. Per anni ricostruzioni poco oggettive sulla complessità degli avvenimenti hanno portato a giudizi sommari e una delle interpretazioni più comuni, divulgate anche dalla cinematografia, ha raffigurato solo lo scenario di un’Italia lasciata dallo sbando. Non fu certo edificante la fuga di chi avrebbe dovuto difenderla in prima battuta, dal sovrano allo stato maggiore, anche se in verità il trasferimento delle leadership dei paesi occupati dai tedeschi era stata seguita in altre Nazioni per assicurarne la continuità. In ogni caso nella memoria collettiva è prevalsa l’idea che in quella data l’Italia era ormai materialmente e moralmente collassata. Come ha sottolineato la storica Elena Aga Rossi (Una nazione allo sbando) sono i momenti tragici della disgregazione dell’esercito, della scelta di molti di andare tutti a casa, dell’umiliazione dei militari italiani che cedono le armi ai tedeschi. Solo i movimenti della resistenza, specie dell’area ‘rivoluzionaria’, sono stati visti come i protagonisti del momento del riscatto. In sostanza per diverso tempo si sono tratteggiate due Italie tra loro molto lontane: quella umiliata dell’8 settembre e quella eroica della Resistenza.
Il giudizio storico più recente invece ha documentato che le due Italie non furono affatto distanti. Nonostante un quadro di incertezze e titubanze – visto l’improvviso cambiamento del regime e delle alleanze – si è ricostruito il sacrificio di 90.000 militari italiani morti nei combattimenti successivi all’8 settembre, e che la loro partecipazione alle formazioni partigiane non fu un fatto occasionale. Emblematica è stata la scelta immediata delle forze militari italiane che a Roma hanno combattuto alla Magliana e a Porta San Paolo, e a Napoli hanno partecipato alla rivolta civile. Non vanno poi dimenticate vicende drammatiche come quella del sacrificio di Salvo D’Acquisto, dei martiri delle Fosse Ardeatine, e dei militari della Divisione Acqui che a Cefalonia decisero di opporsi ai tedeschi a caro prezzo.
Oggi gli storici hanno compiuto un ulteriore passo, dando voce al valore di altri militari a lungo dimenticati per la loro particolare condizione: quella degli Internati Militari Italiani (IMI), secondo la definizione che i tedeschi adottarono per non considerarli prigionieri di guerra. Schiavi di Hitler. I militari italiani nei lager nazisti è il racconto più recente di Mimmo Franzinelli sul dramma vissuto da oltre 700.000 italiani che furono costretti agli stenti, alle infime umiliazioni e ai lavori forzati per l’industria bellica tedesca, pagati con un falso marco tedesco stampato da una sola parte. Anche per loro ci fu il momento della scelta. La propaganda della Repubblica di Salò prometteva un vitto invitante e un futuro di riscatto se avessero sottoscritto il ‘foglio’ per assumere un impegno: “Io presto su Dio questo sacro giuramento, che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici ubbidirò incondizionatamente al Comandante Supremo dell’Esercito tedesco Adolf Hitler”.
In oltre 600.000 rifiutarono la collaborazione, molti a costo della vita e di altre sofferenze. Disprezzati come “traditori badogliani” e “meridionali”, nei campi di Küstrin, Sandbostel, Wietzendorf continuarono a soffrire fame e vessazioni: in oltre 50.000 non ritorneranno in vita presso i loro cari e altri periranno al ritorno in Italia per le malattie causate dalla prigionia. Anche per questi militari è giunto il momento di riconoscerne il valore, per aver segnato uno spartiacque nel modo di rappresentare con dignità l’essere Italiani.

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