Arrestati a Catania i vertici della sanità regionale. Malaffare, nomine e appalti pilotati

Al centro dell’inchiesta una serie di incarichi relativi a progetti della Regione con procedure indette e gestite dal Policlinico universitario e dall’Azienda Garibaldi di Catania.

Maria Concetta Tringali

Mentre Catania entra nell’ultimo mese della campagna elettorale per le amministrative, uno scandalo travolge i vertici della sanità nell’isola. La pubblica accusa contesta a tredici indagati i reati di turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio o del servizio.
Tra i nomi, spiccano quelli di due ex assessori della Regione Siciliana, Ruggero Razza (FdI) e Antonio Scavone, del Mpa, quello del presidente dell’ordine dei medici di Catania, Ignazio La Mantia. Gli arresti domiciliari sono stati disposti per tre medici, tra cui Giuseppe Arcidiacono, autocandidatosi alla poltrona di sindaco della città etnea, poco meno di un mese fa.
Al centro dell’inchiesta una serie di incarichi relativi a progetti della Regione con procedure indette e gestite dal Policlinico universitario (Osas Catania, sentinelle della prevenzione e Prevenzione, diagnosi e terapie delle carie dentali riscontrate nei cittadini fragili o in età scolastica della provincia di Catania) e dall’Azienda Garibaldi di Catania (Centro Cardio Hub & Spoke, modello di prevenzione e riabilitazione).
La Procura indaga perché i bandi risulterebbero, in pratica, cuciti addosso ai predestinati.

Sul tema della sanità in Sicilia moltissimo si potrebbe dire. A cominciare da chi il sistema lo sperimenta ogni giorno: i pazienti dell’isola, se interrogati, risponderebbero puntualmente su disservizi, sulle lunghissime code per la diagnostica, sulle carenze a ogni livello del sistema pubblico. La tendenza è, del resto, da molti decenni quello di traghettare l’utenza verso il sistema privato, con inevitabile ricaduta in termini di costi sulla parte più fragile della comunità, defraudata di cure e di servizi.
E molto si potrebbe scrivere. Al netto dell’indagine appena iniziata (che vedrà il primo interrogatorio di garanzia dinanzi al Gip il prossimo 5 maggio), chi volesse trovare una spiegazione alle denunce di quanti sono costretti a scegliere tra una sanità che li salassa e un’altra che li spinge a viaggi della speranza, potrà trovare una fotografia del sistema siciliano aggiornata e quanto mai puntuale nella relazione conclusiva, resa dalla Commissione Antimafia dell’Ars (Assemblea regionale siciliana) nella scorsa legislatura, sotto la presidenza di Claudio Fava.

Undici mesi di lavoro e cinquantacinque audizioni (fra amministratori, medici, sindacalisti, giornalisti, imprenditori, dirigenti regionali, parlamentari, assessori) sono i numeri dell’inchiesta.
«Affrontare il tema della sanità in Sicilia vuol dire entrare nella carne viva della storia politica e istituzionale della Regione siciliana», questo l’incipit di un lavoro che ha scandagliato anni di malaffare concentrandosi su due direttrici: «la trasparenza (o meno) della spesa sanitaria e dunque l’efficacia dei meccanismi di controllo; la legittimità (o meno) delle interferenze della politica nella gestione della sanità siciliana».
Quello che viene fuori è un quadro desolante che in Sicilia (e non solo in Sicilia) si conosce fin troppo bene: «il legame tra politica e sanità è ovunque solido, antico, irrisolto. Spesso, purtroppo, opaco».
La Commissione ci spiega anche il motivo: una storica propensione della politica regionale a interferire nella gestione della cosa pubblica (e qui i Commissari regionali antimafia precisano di riferirsi all’intera politica: maggioranze ed opposizioni), la quantità della spesa pubblica nella sanità che è pari a metà del bilancio regionale e infine la produzione del consenso elettorale.
Questi i fattori sottesi a quello che viene definito l’elemento ricorrente degli ultimi vent’anni, «la privatizzazione della gestione della sanità siciliana, declinata secondo interessi e convenienze non sempre legittime».

Il “cerchio magico” delle nomine

La Commissione passa in rassegna atti normativi e provvedimenti amministrativi. E nel calderone rinviene persino un tentativo di sottrarre le nomine della sanità alle pratiche clientelari. Si tratta di una legge regionale (la l. n. 5 del 2009) che pareva volere ridimensionare peso e invadenza della politica. Era l’allora assessore alla sanità Russo (già pubblico ministero presso la Procura di Palermo prima di entrare in politica) ad aver addirittura dichiarato di volere orientare la scelta dei top manager della sanità su una «scrematura affidata a un istituto collegato alla Bocconi e ad una short list con 59 candidati». A leggere dei nominati, però, nulla poteva dirsi cambiato: «Ricordate la «short list» dei candidati manager affidata (addirittura!) alla Bocconi? Mai vista. In compenso, nel mazzo di curriculum poi selezionati, sono spuntati quelli di militanti e dirigenti dell’Mpa».

Su quella vicenda Russo, audito in Commissione, parla di “percorso obbligato” da cui il ripescaggio di sette nomi, su input dei partiti, dall’albo regionale. Buoni propositi sacrificati sull’altare dell’opportunità politica, insomma.
La ricchezza del documento che ci consegna la Commissione Antimafia sta tutta nel suo rivelarsi come un’istantanea, in grado di riferire di antiche pratiche, conosciute da tutti e taciute dai più.
Emerge con nettezza che la sanità a Palermo aveva il suo “cerchio magico”. Il dato acquisito, anche giudiziariamente – dice la Commissione – è che «questo ristretto gruppo di “consiglieri” del Presidente abbia avuto un ruolo determinante nel progressivo e logorante processo di isolamento riservato alla dottoressa Lucia Borsellino, assessore per la Salute dall’ottobre 2012 al luglio 2015».

Il gioco degli appalti

Ma oltre alle nomine apicali, ci sono gli appalti.
Quelli per beni e servizi rappresentano il 25% della spesa sanitaria regionale, con un indotto di circa 2 miliardi di euro: «una montagna di denari che solletica gli appetiti di chi, per natura, non è abituato a tenere conto delle regole della libera concorrenza: anzitutto la criminalità, in tutte le sue forme sociali note. Un operatore economico invisibile ma molto competitivo, capace di occupare militarmente il mercato e di alterarne l’andamento. Il tutto con la complicità di pubblici ufficiali infedeli».
Il quadro che la relazione delinea è quello di un sistema criminale dedicato a controllare minuziosamente i percorsi in cui scorrono i denari pubblici, per dirottarli, per goderne.
Ci sono «paladini indiscussi della legalità e della lotta al malaffare; testimonial per manifestazioni e congressi di qualsiasi tipo e colore», che sono «top player per lo scacchiere delle poltrone che contano» e che al contempo sono «anche protagonisti di un sistema criminale dedicato a controllare minuziosamente gli appalti della sanità siciliana».
Personaggi smascherati il 21 maggio 2020 dall’inchiesta della Procura di Palermo e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza denominata Sorella Sanità. Accaparramento di appalti milionari, arricchimento personale conseguito dai pubblici amministratori preposti e dai loro intermediari. «Dirigenti pubblici infedeli, faccendieri, imprenditori e manager aziendali senza scrupoli, per un business illecito che valeva 1,8 milioni di euro», scandisce l’ordinanza del Gip.

La corruzione è sistemica, a fare le spese di ingentissimi illeciti profitti è la collettività, privata della qualità dei servizi offerti.
La Commissione dopo avere messo il naso nelle carte degli appalti dell’isola definisce al collasso la Centrale Unica di Committenza per l’acquisizione di beni e servizi (una specie di Consip Siciliana istituita nel 2015, con lo scopo di armonizzare, contenere ed efficientare la spesa pubblica): «un pactum sceleris fra pubblici ufficiali e imprenditori con la mediazione di taluni faccendieri, scriveranno i giornali. Il tutto in assoluto spregio dei princìpi di efficienza, legalità, rispetto della concorrenza e del libero mercato e senza che la politica e l’amministrazione, lo abbiamo scritto, si accorgano di nulla».
Ma va oltre, il Collegio guidato da Fava: «La domanda è la stessa che ha accompagnato anche le altre inchieste di questa Commissione sull’estrema permeabilità dell’amministrazione regionale ad interessi, appetiti e profitti illeciti: come è stato possibile? In assenza di quali controlli? Per complicità di chi?». E, aggiungiamo, a chi giova un simile sistema?

Il favoreggiamento delle privatizzazioni

A oggi, poco o nulla è cambiato nell’organizzazione della Centrale Unica di Committenza. La carenza di risorse umane è perlopiù identica a quella degli scorsi anni, risorse definite nella relazione come insufficienti rispetto alle finalità istituzionali: «una decina scarsa di unità. Pochi, per uno dei settori più delicati dell’amministrazione che dovrebbe essere impegnato nel garantire limpidezza ed efficacia alle gare d’appalto regionali».
E poi ci sono i colossi della sanità privata: «ridurre all’osso la sanità pubblica per rendere indispensabile quella privata: è uno spunto di riflessione».
Sul punto, è rivelatore il pensiero dell’assessore Razza che, innanzi alla Commissione Antimafia, candidamente sostiene: «Non riesco, ma sarà un mio pregiudizio ideologico, a fare una differenza tra l’erogatore pubblico e l’erogatore privato; se il diritto alla salute è un diritto costituzionalmente garantito, la erogazione del diritto alla salute è sempre un atto di interesse pubblico». Il costo, quello, pare elemento degno di nessunissima nota.

In Sicilia, si sono fatte convenzioni con i privati, con la scusa di abbattere i livelli della “mobilità passiva” (il peso economico che grava sulla Regione per ogni cittadino che va a curarsi al di là dello stretto, e che da uno studio Agenas nel 2018 è quantificato in 282.150.644 euro a fronte di un’entrata di 69.303.379 euro).
La Commissione ricostruisce “le onerose partnership tra pubblico e privato”, convenzioni che costano circa 130 milioni di euro l’anno. Le vicende vedono coinvolti l’Irccs Bambino Gesù Ospedale Pediatrico di Taormina.

A quella convenzione stipulata con la Regione l’allora capo dell’ANAC, Raffaele Cantone, con delibera del gennaio 2019 contestava «la mancata conformità ai princìpi dell’Unione Europea della convenzione (aggravata della carenza motivazionale del procedimento istruttorio in ordine ai presupposti che avevano giustificato l’adozione di tale affidamento) e la violazione dell’allora vigente disciplina sugli appalti da parte dell’istituto che, in sostanza, nella scelta dei suoi contraenti, non aveva fatto ricorso a gare di evidenza pubblica (utilizzando però i soldi della Regione)».
Ma c’è anche l’Ismett che a Palermo sul finire degli anni Novanta arriva per portare l’eccellenza nel campo dei trapianti di fegato, a due condizioni: “temporaneità” e “trasferibilità del know how”. Di quella formazione altamente specialistica, tuttavia, gli auditi in Commissione Antimafia dicono di non aver mai visto traccia.

E poi c’è il caso della clinica Humanitas, il nuovo polo oncologico a Misterbianco, nel Catanese, che è un affare da circa 10 milioni di euro e che la relazione definisce «quasi un giallo, in apparenza senza colpevoli»: 160 mila metri cubi per realizzare il nuovo polo oncologico, quattro elevazioni fuori terra, 15 mila metri quadrati di superficie coperta, 17 mila destinati a verde e 34 mila a parcheggi. La Regione si era impegnata a convertire 70 posti letto (rispetto ai 96 assegnati) da libero-professionali a pubblici-convenzionati, attribuendo un’ulteriore quota di budget «entro il limite di 10 milioni di euro per anno».
Il presidente della Commissione Antimafia, lo spiega chiaramente: «l’Humanitas ha un accreditamento con la Regione, decide che una parte di queste prestazioni saranno diverse da quelle per le quali si è arrivati a questo accreditamento». Su quei presupposti il governo regionale avvia un procedimento di revoca ma continua a pagare quelle prestazioni. Sarà un vizio del procedimento amministrativo, un’omessa comunicazione, a fondare poi la sentenza con cui il Tar di Palermo annulla la revoca, confermando il carattere vincolante dell’accordo con l’Humanitas.

Abilità dei corruttori e fragilità del sistema di prevenzione

La relazione passa ancora in rassegna un ultimo business – finito regolarmente al centro delle cronache giudiziarie – quello della dialisi: intravede, incombente, l’ombra lunga di mafia e politica.
E poi la corruzione e la pandemia: fiumi di denaro pubblico facilissimi da dirottare, grazie alle semplificazioni che nelle procedure di appalto via via sono state introdotte a colpi di decreti-legge (decreti semplificazioni e semplificazioni bis, tra gli ultimi) e ormai definitivamente stabilizzate dal nuovo Codice dei contratti pubblici varato il primo aprile.
Eloquenti e univoci, del resto, una serie di documenti di provenienza diversa:  il dossier Anac; quello InSanità di Libera; la relazione della DIA del primo semestre 2020, dove lo snellimento delle procedure d’affidamento degli appalti e dei servizi pubblici è messo in stretta correlazione con i rischi di infiltrazione mafiosa nel ciclo della sanità; e la relazione della Commissione nazionale antimafia del giugno 2021 sulle “Modalità di prevenzione e repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l’emergenza sanitaria”.

Ma se quello degli approvvigionamenti è settore delicatissimo, e anzi strategico, a fare da contraltare è ciò che la Commissione rileva quando riferisce di «una generale ritrosia a segnalare gli eventuali illeciti da parte dei dipendenti».
Abilità dei corruttori e fragilità del sistema di prevenzione, sono la formula esplosiva, su questa pesa un’attività anticorruzione vissuta come mero adempimento, forma, vuota burocrazia.
La sanità pubblica – nelle conclusioni della relazione – è un boccone addentato da molteplici sciacalli. «Un bottino di guerra, una terra di mezzo da conquistare, un’occasione per fabbricare vantaggi economici e rendite personali».

Pochi o nulli gli anticorpi. «Ad intercettare la molestia e l’avidità di certi comportamenti è intervenuta (quando ha saputo, quando ha voluto) la magistratura. Raramente la politica. Poche le denunce, pochissimi gli interventi in autotutela. È il dato più significativo che ci consegnano questi undici mesi di lavoro: un peccato di ignavia, nel più benevolo dei casi; più spesso, una somma di interessati silenzi che hanno messo la nostra sanità nelle condizioni di essere costantemente contesa, occupata, maltrattata. E chi ha avuto cuore e libertà per denunciare, come ricostruisce questa relazione, spesso ne ha pagato un prezzo alto in termini di carriera e di isolamento».
Resta sullo sfondo, il tema della spesa pubblica. Qui la Commissione denuncia un ritardo complessivo nel mettere in campo strumenti normativi che diminuiscano le aree di arbitrio, garantiscano qualità e rapidità delle scelte sottraendo questa spesa ai rischi corruttivi.
E con il nuovo Codice dei contratti pubblici che rende stabile l’affidamento diretto per moltissima parte degli approvvigionamenti (sottraendoli dunque al confronto concorrenziale), che introduce una pesantissima deroga al principio di rotazione per tutti gli appalti sotto ai 5mila euro di valore, di certo non potrà sperarsi in un’inversione di rotta.

 

Foto Pixabay | djedj



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