Alberto Asor Rosa, un professore nel Pci

Il grande storico della letteratura ha attraversato e segnato diversi passaggi della storia della sinistra nel nostro Paese: non solo per il suo impegno nel Partito comunista, ma per esperienze come quelle di Quaderni rossi, Classe operaia, Contropiano… Qui – in un estratto dalla sua testimonianza integralmente disponibile sul numero 1/2021 di "MicroMega", in edicola e libreria – Alberto Asor Rosa racconta come la sezione universitaria comunista della quale faceva parte reagì a due eventi cruciali degli anni Cinquanta: il Rapporto Khruščëv e l’invasione dell’Ungheria. Evento, quest’ultimo, che lo indurrà a lasciare il Partito, al quale farà poi ritorno agli inizi degli anni Settanta.

Alberto Asor Rosa

[…] Il rapporto sui crimini di Stalin presentato al XX Congresso del Partito sovietico (io all’epoca ero ancora all’università, mi sono laureato alla fine di quell’anno) fu il primo momento in cui le fondamenta della linea politica comunista tradizionale vennero rimesse in discussione. E i fatti d’Ungheria rappresentarono un’aggravante. Fu allora che si impose in maniera assolutamente drammatica il quesito su come potesse accadere che il grande Paese comunista mandasse i suoi carri armati, le sue divisioni, a reprimere un’insurrezione (in questo caso inequivocabilmente capeggiata da operai).

L’orientamento della larghissima maggioranza della sezione fu quello di prendere per buono il rapporto Khruščëv. Nessuno prese le difese del vecchio Stalin. Il rapporto “segreto” non fu contestato in sé e per sé, perché appariva come una via d’uscita dall’esperienza staliniana che avrebbe potuto consentire al movimento comunista internazionale di riprendere baldanzosamente la sua marcia. Il fatto che Khruščëv, dal posto di segretario generale che occupava, dicesse quelle cose significava che la forza di rinnovamento del Partito comunista sovietico era tale da consentire di tornare a marciare tutto sommato uniti.

La questione ungherese non consentiva invece consolazioni di questa natura perché era di una drasticità irrimediabile. La sezione universitaria comunista si spaccò tra coloro i quali denunciarono senza mezzi termini il comportamento del Partito comunista sovietico e coloro che in qualche modo trovarono ancora la maniera di sostenere lo stato di necessità in cui esso si era trovato. A schierarsi risolutamente contro l’invasione sovietica furono Muscetta, Sapegno, il gruppo giovanile di cui ho già detto (Tronti, De Caro, Coldagelli, io stesso…) e anche Lucio Colletti, che allora non spinse però il piede sull’acceleratore. Dall’altra parte c’era, in primissimo piano, Carlo Salinari.

Ricordo che una nostra delegazione si recò all’Unità per chiedere che le nostre posizioni fossero rappresentate sul giornale. Fummo trattati molto male e Pietro Ingrao (che era direttore del quotidiano e aveva scritto un famoso editoriale a riguardo) fu spedito dalla direzione del Pci nella nostra sezione (le cui assemblee diventavano sempre più turbolente e ingovernabili) per difendere la linea ufficiale del Partito, che attenuava il più possibile l’invasione sovietica, di fatto giustificandola.

Noi respingemmo quella lettura e infatti di lì a poco – soprattutto per iniziativa di Muscetta, che ne stese il testo – fu lanciata l’iniziativa del Manifesto dei 101, severa condanna della posizione ufficiale del Partito sui moti di Ungheria, che rappresentò il momento della rottura. […]

[L’estratto qui pubblicato corrisponde all’8% del testo integrale disponibile sul numero 1/2021 di MicroMega]

 

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