Asor Rosa, un professore 
nel Pci

In ricordo del critico letterario, saggista, grande intellettuale militante, appena scomparso, ripubblichiamo questo suo articolo uscito su MicroMega 1/2021. Il volume era dedicato ai 100 anni della nascita del Pci e in questo testo Asor Rosa racconta i motivi che lo spinsero a entrare nel partito, per poi uscirne con l'invasione sovietica in Ungheria e infine rientrarvi negli anni Settanta.

Alberto Asor Rosa

da MicroMega 1/2021

La guerra

Sono nato il 23 settembre del 1933. Al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale avevo quindi sei anni, mentre quando Mussolini dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia ne avevo sette. Vivevamo a Roma. Mio padre era un impiegato delle Ferrovie, del cosiddetto Ufficio Lavori del Ministero, a piazza della Croce rossa, dove si occupava della sistemazione delle strade ferrate, delle linee elettriche eccetera. Era di origini familiari socialiste. Origini naturalmente nascoste, soffocate dalla comparsa del fascismo. Mia madre era una ex impiegata, non politicizzata ma che si allineava sulle posizioni di mio padre, che provava un certo risentimento nei confronti del fascismo per alcuni soprusi subiti, come la richiesta di consegnare le fedi d’oro.
Abitavamo nel palazzo dei ferrovieri vicino a piazza Tuscolo, in un leggendario edificio che si diceva avesse 360 appartamenti. Siamo stati lì tutto il periodo della guerra. Ricordo che, tra il 1943 e il 1944, quando le incursioni alleate su Roma imperversavano, io – che allora frequentavo la scuola media – attraversavo le strade correndo perché venivano giù le bombe dei nostri amici alleati…
Nel 1944 entrai al liceo classico Augusto. Negli anni in cui lo frequentai, tra il ’44 e il ’49, era completamente depoliticizzato, così come le scuole superiori di tutta Roma. Non mi è mai capitato di assistere o partecipare a discussioni di carattere politico. Ci furono solo due eccezioni. Una legata all’irredentismo e alle manifestazioni per difendere l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia, che allora erano sotto l’amministrazione alleata e correvano il rischio di passare sotto la Jugoslavia. L’altra – l’unica manifestazione politica a cui partecipai in quegli anni – in occasione dell’attentato a Togliatti, nel 1948, quando la massa dei liceali, non si sa perché, si riversò per le strade protestando contro quel fatto. Discorsi politici però non se ne facevano. Quel poco di politica che si respirava, si respirava a casa, sfogliando i giornali. Io leggevo fedelmente L’Avanti, che mio padre comprava regolarmente.
Della Liberazione ho un ricordo nitido. Via Etruria, sulla quale si affacciavano le nostre finestre, si era completamente svuotata. A un certo punto passò un gruppo di soldati tedeschi, in condizioni pietose, che cercava di fuggire. Dopo circa un’ora si udì un rumore insolito. Poi lo strepitare della gente. Sulla via, verso piazza Tuscolo, comparirono alcune camionette americane, con i soldati a bordo. Tutti si precipitarono per le strade urlando di entusiasmo.
A quel punto mio padre – che dopo il ’43 si era impegnato nell’attività clandestina di sostegno alla rinascita del Partito socialista e del sindacato ferrovieri – riprese intensamente l’attività sindacale e politica. Praticamente sparì, con grande risentimento di mia madre. Andava in ufficio e quando usciva si dedicava al sindacato o al Partito, specialmente al sindacato: il glorioso, leggendario Sindacato ferrovieri italiani (Sfi), che era un sindacato unitario esistente prima del fascismo e che risorse per qualche anno dopo la Liberazione, prima di spaccarsi in tre tronconi. 

La sezione universitaria comunista

Nell’ottobre del 1951 misi piede per la prima volta nella facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma. Sarà lì che entrerò in contatto con un’organizzazione di sinistra. I vari gruppi studenteschi avevano dato vita a organismi di rappresentanza di diverse tendenze: il gruppo Intesa (cattolico-democristiano), il gruppo Rinascita (social-comunista) e il gruppo fascista, che si chiamava Caravella. Fu in quel contesto che cominciarono a manifestarsi conflitti di carattere politico e sindacale. Poi – di lì a qualche mese, un anno – comparirà sulla scena il grande conflitto nazionale e internazionale tra conservazione e progresso, nel quale il progresso sarà rappresentato dal Partito comunista. A instradarmi verso il gruppo studentesco di sinistra e il Pci stesso (contatto che penso sia stato pressoché contemporaneo) furono alcuni miei colleghi, studenti di rilevante spessore che erano già schierati in maniera molto più decisa ed erano iscritti al Partito: Mario Tronti, Umberto Coldagelli, Gaspare De Caro (che poi sparì dalla circolazione), Bianca Saletti (che più avanti diventerà mia moglie).
Entrai quindi in contatto con la sezione universitaria comunista, che era una cosa bellissima, perché era un organismo che univa docenti, studenti e personale tecnico amministrativo. E vi si svolgevano discussioni di primissimo ordine. C’era un gruppo particolarmente rilevante alla facoltà di Fisica. A Lettere invece in quel momento comunisti erano Natalino Sapegno e Carlo Muscetta, che erano i miei professori di scelta disciplinare, perché io già da prima di entrare all’università mi ero orientato verso la letteratura italiana (Sapegno era l’ordinario di Storia della letteratura italiana; Muscetta non era un professore di ruolo e non so dire se si fosse fatto strada o se fosse stato chiamato da Sapegno per un insegnamento di sostegno). Alle nostre riunioni spesso venivano dirigenti del Pci a illustrare la politica del Partito: ci trovavamo quindi a discutere la linea politica del Pci, cosa che naturalmente era entusiasmante. La esaminavamo da tutti i punti di vista, fondamentalmente con l’intento di trarne tutte le indicazioni positive possibili. Non c’era un clima conflittuale. Al contrario, tutti miravano a fare di queste discussioni uno strumento per rafforzare la linea del Partito e per arricchirla. Si parlava anche delle questioni riguardanti l’università, rispetto alla quale il Pci rappresentava allora la frangia forse più orientata all’innovazione, alla trasformazione, all’apertura agli studenti… Segretario della sezione diventò a un certo punto Tronti, perché si scelse di fare segretario non un autorevole docente ma un giovane. E Mario faceva delle relazioni da fine del mondo…
Le questioni nate in quel periodo in ambito intellettuale nel Pci, i conflitti anche pesanti attraverso cui si era affermata la linea culturale del Partito – penso al caso Vittorini o alla condanna dell’astrattismo, di cui poi mi sono occupato urbi et orbi – non avevano allora ricadute sul nostro lavoro. Non ho nessun ricordo di discussioni a riguardo.
All’epoca leggevo i classici. La scoperta che c’era un dibattito in atto sugli orientamenti della letteratura italiana contemporanea la farò più avanti, quando inizierò a lavorare al tema della tesi. I tre corsi di Sapegno – per dare un’idea del clima – erano dedicati a Parini e Alfieri. L’arrivo di Muscetta sparigliò le carte perché aprì una serie di capitoli che non erano mai stati toccati in quella sede, come per esempio quelli relativi alla letteratura europea e sovietica contemporanea.
Nella scelta del mio argomento di tesi giocò un ruolo importante una polemica che scoppiò in quegli anni sul romanzo Metello di Vasco Pratolini. Un libro che si poteva esemplarmente inserire nella categoria del realismo moderno. E che fu sostenuto fortemente e in tutti i modi dai critici letterari di fedeltà comunista, intesa nel senso stretto del termine, per esempio Carlo Salinari. Muscetta, che era comunista anche lui ma non la pensava in quel modo, insorse e scrisse uno o due articoli per dimostrare l’infondatezza delle tesi comuniste ufficiali. Io – che ero all’epoca in procinto di chiedere la tesi a Sapegno e, come accadeva allora, di fare una proposta in merito al tema su cui incentrarla – contrariamente a quanto si sarebbe potuto immaginare, non gli chiesi una tesi su Alfieri, Foscolo o Parini, ma proprio su Pratolini. E anziché schierarmi con Salinari mi schierai con Muscetta. Non so dire esattamente chi fosse l’autore di riferimento di quest’ultimo: se l’era presa piuttosto violentemente con il povero Pavese, non apprezzava per niente Moravia, giusto un po’ di più Calvino… In testa aveva riferimenti molto più antichi: gli scrittori, i romanzieri dell’Ottocento. Gli piaceva moltissimo Manzoni, che avrebbe voluto proiettare nella contemporaneità. Sapegno comunque apprezzò molto il mio lavoro, tant’è vero che un paio d’anni più tardi lo pubblicherà, a cura dell’Istituto: sarà il mio primo libro.

Il rapporto Khruščëv e i carri armati in Ungheria

Gli anni Cinquanta furono fondamentali. In quel periodo la mia attività politica consisteva principalmente nell’andare in giro per le facoltà a propagandare la linea comunista, nel diffondere l’Unità nei quartieri popolari… Finii persino nelle mani della giustizia. Venni fermato dai poliziotti e approdai davanti a un giudice, il quale mi condannò (a non ricordo cosa, ma non al carcere) perché vendevo l’Unità abusivamente: i giornali si vendevano nelle edicole, farlo in altro modo si configurava come vendita abusiva. Ma segnali di quel tipo servivano anche a cercare di intimidirci.
Nel 1953 ci fu la prima insurrezione operaia, a Berlino Est, ma non ho un ricordo specifico delle reazioni a quell’avvenimento. Probabilmente se nella sezione universitaria la cosa avesse avuto un’eco significativa lo ricorderei, ma non rammento niente a riguardo. Ricordo invece nitidamente studenti e studentesse comunisti in giro per la facoltà piangere a calde lacrime per la morte di Stalin, avvenuta anch’essa nel 1953. La sua scomparsa venne vissuta (e sarà ricordata) come un fatto assolutamente drammatico nella storia del Partito comunista internazionale. Solo in un secondo momento comincerà a comparire la prospettiva di un dibattito in merito alla politica staliniana: prospettiva che si consoliderà e diventerà operante dopo il famoso discorso con cui Khruščëv, nel 1956, aprirà una nuova stagione.
Il rapporto sui crimini di Stalin presentato al XX Congresso del Partito sovietico (io all’epoca ero ancora all’università, mi sono laureato alla fine di quell’anno) fu il primo momento in cui le fondamenta della linea politica comunista tradizionale vennero rimesse in discussione. E i fatti d’Ungheria rappresentarono un’aggravante. Fu allora che si impose in maniera assolutamente drammatica il quesito su come potesse accadere che il grande Paese comunista mandasse i suoi carri armati, le sue divisioni, a reprimere un’insurrezione (in questo caso inequivocabilmente capeggiata da operai).
L’orientamento della larghissima maggioranza della sezione fu quello di prendere per buono il rapporto Khruščëv. Nessuno prese le difese del vecchio Stalin. Il rapporto “segreto” non fu contestato in sé e per sé, perché appariva come una via d’uscita dall’esperienza staliniana che avrebbe potuto consentire al movimento comunista internazionale di riprendere baldanzosamente la sua marcia. Il fatto che Khruščëv, dal posto di segretario generale che occupava, dicesse quelle cose significava che la forza di rinnovamento del Partito comunista sovietico era tale da consentire di tornare a marciare tutto sommato uniti.
La questione ungherese non consentiva invece consolazioni di questa natura perché era di una drasticità irrimediabile. La sezione universitaria comunista si spaccò tra coloro i quali denunciarono senza mezzi termini il comportamento del Partito comunista sovietico e coloro che in qualche modo trovarono ancora la maniera di sostenere lo stato di necessità in cui esso si era trovato. A schierarsi risolutamente contro l’invasione sovietica furono Muscetta, Sapegno, il gruppo giovanile di cui ho già detto (Tronti, De Caro, Coldagelli, io stesso…) e anche Lucio Colletti, che allora non spinse però il piede sull’acceleratore. Dall’altra parte c’era, in primissimo piano, Carlo Salinari.
Ricordo che una nostra delegazione si recò all’Unità per chiedere che le nostre posizioni fossero rappresentate sul giornale. Fummo trattati molto male e Pietro Ingrao (che era direttore del quotidiano e aveva scritto un famoso editoriale a riguardo) fu spedito dalla direzione del Pci nella nostra sezione (le cui assemblee diventavano sempre più turbolente e ingovernabili) per difendere la linea ufficiale del Partito, che attenuava il più possibile l’invasione sovietica, di fatto giustificandola. Noi respingemmo quella lettura e infatti di lì a poco – soprattutto per iniziativa di Muscetta, che ne stese il testo – fu lanciata l’iniziativa del Manifesto dei 101, severa condanna della posizione ufficiale del Partito sui moti di Ungheria, che rappresentò il momento della rottura (il testo dell’appello peraltro non fu pubblicato sull’Unità). Siccome per consuetudine del Pci il rinnovo della tessera per l’anno successivo avveniva nel corso dell’anno precedente, io rimarrò iscritto al Pci anche nel ’57: ne uscirò formalmente solo nel 1958. Quella crisi non intaccò però il corpo del Partito. Non fu una crisi di massa, ma di élite. La grande, grandissima massa degli iscritti restò fedele al Pci. Per rendere l’idea del clima che si respirava si pensi che, durante le discussioni della sezione universitaria in seguito ai fatti di Ungheria (che avvenivano tradizionalmente nella sezione Italia, che si trovava vicino piazza Bologna), quando noi studenti universitari andavamo a raccoglierci nella sala in cui si sarebbe svolto il dibattito, passavamo in mezzo a una duplice fila di militanti di Partito (che in quel caso erano in grande maggioranza iscritti dell’Atac, tranvieri eccetera) che ci guardavano come se fossimo degli appestati…

“Quaderni rossi” e “Classe operaia”

Negli anni successivi al 1956-1957 si prese in considerazione quell’ala del Partito socialista che sembrava orientata più a sinistra: quella di Riccardo Lombardi. Con lui si era peraltro schierato Antonio Giolitti, dopo il suo intervento critico al Congresso del Pci del 1956 cui era seguita la sua uscita dal Partito e la sua entrata nel Psi. Nel nostro orizzonte comparve però allora, con nostra grande soddisfazione, la figura di Raniero Panzieri, con cui cominciò un’altra storia.  In quel periodo, dopo un regolare concorso, ero diventato professore di letteratura italiana. Incarico che svolsi prima presso un liceo classico di Tivoli, poi in un liceo scientifico di Roma, che si trovava in via Libetta ed era presieduto da un Salinari, fratello di Carlo. Bravissima persona.
Fu in quel frangente che conobbi Panzieri, prima che lui si trasferisse a Torino a lavorare nella casa editrice Einaudi. Lo conobbi perché lui allora dirigeva – da solo o insieme a Pietro Nenni, non ricordo – Mondo Operaio, rivista mensile del Psi. Probabilmente lo conobbi con la mediazione di Carlo Muscetta, il quale propose a Panzieri di fare un supplemento scientifico letterario a Mondo Operaio di cui il secondo direttore sarà un fisico, socialista: Carlo Castagnoli. Di quel supplemento io divenni segretario di redazione e fu così che cominciai a frequentare Raniero. Il contatto con lui da parte di Coldagelli, Tronti eccetera avvenne quindi inizialmente per tramite mio. Quando poi Raniero si trasferì a Torino, fondammo i Quaderni rossi. Con noi, che eravamo di origine comunista, c’erano alcuni giovani piemontesi molto bravi di origine più o meno socialista. E poi dei giovani che, collocati tra Milano e Torino, avevano cominciato per conto loro a lavorare presso le fabbriche (Romano Alquati, personaggio di primissimo livello, Romolo Gobbi…) e che furono gli intermediari per la nascita di quel movimento.

Furono anni di amicizia e di armonia con Raniero. Poi il gruppo romano cominciò a sostenere che Quaderni rossi era troppo allineata con le posizioni dei partiti e soprattutto della Cgil. Fu così che questo gruppo, insieme con varie altre componenti settentrionali, tra il 1965 e il 1966 fondò Classe operaia. Le componenti del Nord erano, oltre il gruppo torinese di cui ho già detto, un gruppo milanese capitanato da Pierluigi Gasparotto, gli addentellati padovani capitanati da Toni Negri… C’erano poi rivoli sparsi dappertutto, soprattutto in Toscana. Classe operaia andò avanti per tre anni, con una redazione che comprendeva un po’ tutti questi nomi, sotto la direzione di Mario Tronti. Era un mensile scritto esplicitamente per gli operai in lotta e veniva quindi venduto di fronte alle fabbriche. Naturalmente le copie vendute erano pochissime, anche se c’erano. Riceveva però finanziamenti “occulti” da personalità della sinistra, che nascondendo la propria identità davano qualche spicciolo per il giornale. L’impianto teorico era fondato sull’idea che fosse necessario creare una corrente che facesse direttamente riferimento alla classe operaia in lotta, al proletariato in lotta e non si impantanasse nelle mediazioni dei sindacati e dei partiti.  Il progetto andò avanti per tre anni in mezzo a difficoltà mostruose: fu attaccato in maniera spaventosa dall’Unità, nonché da esponenti del Pci a livello nazionale (per esempio dal segretario della Federazione comunista di Torino di allora che era, se non ricordo male, Adalberto Minucci). Poi, dopo il 1966-1967, la decisione di sospendere il progetto e tentare altre strade.
Fu una sorta di diaspora. Toni Negri, la cui storia in un certo senso è più definita di quella degli altri, sulle ceneri di quella esperienza fondò Potere operaio (che non c’entra nulla con quel Potere operaio pisano da cui nascerà Lotta continua), che era originariamente emanazione delle lotte operaie di Porto Marghera ma che poi si allargherà un po’ a tutta Italia (nel senso che avrà rapporti un po’ dappertutto).
Fu in quegli anni, e più precisamente nel 1965, che uscì il mio libro Scrittori e popolo presso la casa editrice Samonà e Savelli, dal nome dei due fondatori, due giovani militanti della sinistra, due trotskisti della Quarta Internazionale. Alla sua pubblicazione L’Unità lo pose sotto la massima attenzione, affidando la recensione a un personaggio di primissimo piano come Carlo Salinari, che se non erro era allora direttore del mensile Il Contemporaneo. La recensione apparve sull’Unità con il titolo significativo di “Un piccolo borghese sul piedistallo” (il piccolo borghese sarei stato io). In essa Salinari tentava di dimostrare che avevo estremizzato tutti i discorsi possibili sul rapporto tra letteratura, militanza politica e popolo e sul populismo. Mi prendeva veramente a ceffoni. A riguardo si aprì una polemica sui giornali, nella quale si distinse il supplemento culturale di Paese Sera sulle cui pagine un critico non male di allora che si chiamava Piero Dalla Mano, scrisse una recensione meno stroncatoria di quella di Salinari. Il libro fu veicolato quindi nella sinistra con la taccia di essere un libro estremista, privo di fondamento critico eccetera… Si dice sia stato un grosso successo ma io questo non lo posso dire con certezza perché gli editori mi hanno sempre accuratamente tenuto all’oscuro del numero di copie vendute per impedire che io potessi avanzare qualche pretesa sui diritti. Tiravano avanti come potevano. Più avanti Samonà lascerà la casa editrice e morirà. Savelli continuerà a fare l’editore per moltissimi anni per poi finire a Forza Italia, insieme a Lucio Colletti.

Il Sessantotto

Prodromi di quello che sarebbe stato il Sessantotto si ebbero già nel 1966 quando, dopo l’uccisione di Paolo Rossi, si registrarono alcune settimane di forte movimento all’Università La Sapienza, alle quali io partecipai. Tutti i professori si schierarono con l’occupazione. Non c’era qualcosa di organizzato, un movimento in atto che preannunciasse i passaggi successivi: ci fu una sollevazione fondata su motivi etico-politici per l’accaduto, ma la cosa finì lì. Nella facoltà di Lettere non si creò nulla di consistente e di duraturo. Si crearono dei contatti alla pari tra studenti e professori ma dopo l’esplosione ognuno tornò a fare quello che faceva prima. Ciononostante quell’episodio in qualche modo costituì un’anticipazione di quello che sarebbe avvenuto due anni più tardi.
Il Sessantotto mi arrivò addosso come un’ondata altamente imprevedibile. All’epoca ero professore incaricato di Storia della letteratura italiana (venivo riconfermato ogni anno da Natalino Sapegno, che era il “boss” della mia materia; diventerò ordinario tra il 1972 e il 1973) e non avevo nessuna collocazione politica precisa. Dico che il Sessantotto arrivò all’improvviso perché nella massa studentesca che io conoscevo e frequentavo non era emerso un orientamento di questa portata e secondo me – ma qui avanzo un’ipotesi molto partigiana – quando il tutto prese il via, tra il 1967 e il 1968, neanche gli studenti avevano un’idea precisa di cosa stesse accadendo. Non c’era un orientamento uniforme, compatto, organizzato, che non ci sarà neanche più tardi, a dire la verità. La massa si scaricò per le vie della Sapienza, si riversò fuori senza dei presupposti visibili. Era la rottura di un equilibrio quasi secolare, per così dire, che prescindeva dall’autoconsapevolezza di quelli che erano protagonisti.
Nessuno dei gruppi più politicizzati, che pure c’erano e che io conoscevo benissimo, ebbe un effetto di mobilitazione di massa (penso a Piperno e Scalzone, legati a Potere operaio di Toni Negri; ai trotzkisti guidati da Franco Russo e Paolo Flores d’Arcais; ai filomaoisti, ai filocastristi…). Tant’è vero che nessuno di questi gruppi riuscirà a ottenere un minimo di egemonia sul movimento. Ognuno operò una cristallizzazione settaria (parola poco piacevole…) che riguardava più l’interesse di quel gruppo che non l’espansione del movimento. Dicendo questo anticipo in un certo senso il giudizio sul fatto che quell’immenso movimento di massa non riuscirà a consolidarsi e a diventare un dato permanente dell’università italiana. Tant’è vero che di lì a qualche anno sarà riassorbito dalla palude. Dopo lo sconcerto iniziale io comunque cercai di sostenere il movimento e in una prima fase questo sostegno funzionò. In quel periodo ebbi rapporti con Mauro Rostagno, che era venuto a Roma da Trento, dove frequentava la facoltà di Sociologia, per intrattenere rapporti con questa massa studentesca in formazione. Poi più avanti il movimento andrà per suo conto e io non avrò più niente a che fare con gli studenti in lotta.
L’iniziale connessione tra professori e movimento cessò peraltro molto presto. Tra i professori e gli incaricati di sinistra ci fu un primo momento di grande partecipazione e solidarietà poi la gran parte rientrò nel proprio alveo. Non c’erano neanche i luoghi per connetterci. Mi ricordo vividamente di una serie di riunioni a casa di Mario Tronti per tentare di collegare la tradizione operaista al movimento studentesco. Non ne scaturì però niente di nuovo e ognuno tornò nella propria stanza a insegnare, quando gli riusciva, oppure a casa a studiare.Fu in quel periodo, come noto, che nacque il manifesto. All’epoca, Mario Tronti e io avemmo una serie di contatti con Rossana Rossanda, che ci sospingeva a collaborare al nuovo progetto. Noi non eravamo però persuasi che quella strada fosse la più produttiva, anche perché in quegli anni lì in cui loro stavano rompendo con il Pci noi in un certo senso stavamo ricucendo. 

Ritorno nel Pci

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta ero tornato a un impegno politico più organizzato all’interno dello Psiup, il Partito nato nel 1964 dalla scissione a sinistra del Partito socialista. Che io sappia, dei vecchi compagni di Classe operaia e delle esperienze precedenti sono stato l’unico a entrare nello Psiup. Fu una scelta assolutamente personale. Lo Psiup era allora molto attivo sul fronte delle fabbriche. E io stesso lavorai molto in questo ambito. Con i compagni di Lotta continua – che condividevano questo fronte di battaglia – eravamo assolutamente antagonisti, concorrenti: Lotta continua ci sembrava una improvvisazione di tipo politicistico che serviva soltanto a fare agitazione, ma senza alcuna prospettiva politica di ordine generale. La parabola all’interno del Psiup si concluderà presto. Nel 1972, in seguito a una grave sconfitta elettorale, i dirigenti di allora (Vecchietti, Valori…) pensarono infatti di confluire nel Pci. Partecipai a quella accesa discussione in merito alla proposta di fusione e la sostenni. Fu così che rientrai nel Partito comunista. Quel passo rappresentò la fine di un altro importante progetto.
Conclusa l’esperienza di Classe operaia io avevo tentato di fare un’operazione diversa che ne raccogliesse in qualche modo l’eredità e la spinta: da quel desiderio era nata la rivista Contropiano, pubblicata tra i tardi anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta. La redazione originaria che aveva proposto la pubblicazione di questa rivista all’editore Tristano Codignola della Nuova Italia era costituita essenzialmente da me, Negri e Massimo Cacciari.
Si trattava di una rivista trimestrale, quindi più di riflessione critica e culturale, ma impegnata sul piano politico. Dopo il primo numero, Negri ne era uscito perché la sua aspirazione maggiore era guidare le lotte operaie di Porto Marghera. Gli sembrava, tanto per cambiare, che Contropiano fosse una rivista arretrata rispetto a quel livello del discorso. Eravamo dunque rimasti io e Massimo. Con collaboratori di varia natura: per esempio molto importante, per vari motivi, Manfredo Tafuri, studioso di Storia dell’architettura che insegnava a Venezia; il nostro vecchio amico Mario Tronti; giovani intellettuali soprattutto veneti e romani, come Piero Bevilacqua, allora giovanissimo… Contropiano andò avanti per qualche anno, fino a che, rientrato nel Pci, ritenni impossibile la prosecuzione di quel progetto, che pure fu molto importante per me e anche per tanti altri. Fu per esempio fondamentale per la storia di Cacciari perché nel momento in cui, dopo il primo numero, la direzione si divise, Cacciari, scegliendo me, si indirizzò in un certo senso nella direzione che poi sarà la sua propria, perché da quel momento in poi Massimo lavorerà da sinistra all’interno del mondo istituzionale, politico e così via…
Con Toni Negri mantenemmo comunque i rapporti. Ricordo bene la famosa inchiesta del 7 aprile, quando il giudice Pietro Calogero emanò una serie di mandati d’arresto per diversi personaggi appartenenti a Potere operaio, accusati di essere il contraltare delle Brigate rosse. In quell’occasione mi schierai criticamente nei confronti della scelta del giudice Calogero perché ero persuaso, e lo sono ancora, che ci fosse un’esagerazione “politicamente guidata”: quelle persone non erano l’anticamera delle Brigate Rosse. Il mio rapporto con un certo numero di compagni arrestati, compreso Toni Negri, emerse con chiarezza quando Repubblica pubblicò un articolo firmato da me e da Umberto Eco in cui avanzavamo dubbi sull’indagine (perché anche Umberto era persuaso che ci fosse una esagerazione incredibile). Dubbi che saranno poi confermati quando il giudice Palombarini smonterà tutta l’inchiesta. Negri fu comunque per un certo periodo carcerato a Roma. Godeva della possibilità di trascorrere fuori dal carcere mezza giornata. Io andavo a trovarlo a casa sua, a Trastevere. Eravamo ormai due mondi profondamente diversi. Diversi, ma non avversi.

Occhetto e la Bolognina

Nel 1984 morì Berlinguer. Tra i possibili candidati alla sua successione venne scelto Alessandro Natta, persona assolutamente perbene ma ovviamente e dichiaratamente di secondo piano, come se il Pci si trovasse nell’impossibilità di fare una scelta palesemente orientata in una certa direzione. La segreteria Natta andò avanti per qualche anno, periodo durante il quale emerse come possibile garante di una ripresa creativa da parte del Partito e di un ricambio generazionale abbastanza vistoso un giovane dirigente: Achille Occhetto. Intorno a lui si strinsero quanti avevano cercato di imprimere al Partito una svolta innovatrice e propositiva.
Non posso fare a meno di rammentare che, durante la segreteria Natta, io inaspettatamente presi a collaborare alla Repubblica per volontà esplicita del suo direttore e, ovviamente con il consenso di quest’ultimo, scrissi una serie di articoli che muovevano in questa direzione di rinnovamento. La mia scelta di sostenere il giovane Occhetto (cosa che poi si compone di particolari biografici anche divertenti, perché Occhetto cominciò a frequentare la famosa capitale del mondo intellettuale comunista italiano, cioè Capalbio) era determinata da questa prospettiva. L’approdo di Occhetto alla segreteria non avvenne senza conflitti. Il momento della sua designazione o forse della votazione sul suo nome, durante un Congresso del Partito, fu quello in cui per la prima volta emersero delle correnti sotterranee che c’erano già in precedenza ma erano poco visibili. Penso per esempio al gruppo che nel proseguimento della storia darà vita, sotto la guida di Cossutta, alla minoranza scissionista del Pci; o alla “destra” – o presunta tale – capitanata da Napolitano e Chiaromonte che guardava con qualche sospetto al nuovo giovane segretario perché timorosa che potesse andare al di là delle coordinate che il Pci si era dato fino ad allora. Occhetto comunque stravinse in maniera clamorosa perché la spinta del Partito a riassumere un atteggiamento centrale nella vita politica italiana era più forte di queste obiezioni, che possiamo definire “tradizionaliste”.
Io collaborai per quanto possibile a questo percorso positivo di Occhetto, avendo con lui rapporti quasi quotidiani che apprezzava molto anche perché attraverso di me aveva un canale verso un mondo intellettuale – e verso il mondo di Repubblica (persino nella persona di Eugenio Scalfari) – che avrebbe potuto sostenerlo in questa operazione. Fu sull’onda di questa collaborazione che – durante un Comitato centrale convocato allo scopo di ridefinire un poco gli assetti del Partito – Occhetto fece una proposta, ovviamente previa mia accettazione, veramente inaspettata e scandalosa: il mio nome come direttore di Rinascita. Una cosa davvero anomala. Napolitano e Chiaromonte si opposero, ma fu inutile. Il progetto non ebbe però un grande sviluppo. Avevo infatti da poco messo in piedi la redazione (con, tra gli altri, Cacciari, Tafuri, Marramao… persone con cui avevo condiviso altre esperienze di questo tipo: Classe operaia, Contropiano), quando Occhetto “inventò” la Bolognina, cambiando completamente il quadro e mandando all’aria l’ipotesi che uno come me potesse dirigere una rivista come Rinascita. Perché con la Bolognina, secondo la mia opinione, Occhetto sovvertì il percorso tracciato fino a quel momento. Io pensavo che il suo esperimento, con la larga adesione di cui godeva nel Partito, dovesse traghettare il Pci sulle sponde di un organismo politico di sinistra, inconfutabilmente di sinistra, di grande massa, ancorato a una sua esperienza di resistenza al potere e con un programma riformatore molto avanzato e molto corposo. La Bolognina fu la posposizione di tutto questo a un gesto clamoroso che gettò il Partito nella catastrofe più assoluta. Anziché scegliere – ma questa è la materia del dibattito di allora – la strada di una ricostruzione fermamente orientata a conservare, per quanto possibile, l’assetto unitario e il radicamento sociale profondo e universalmente distribuito del Pci nella società italiana del tempo, Occhetto buttò all’aria tutto pensando che con un gesto clamoroso si sarebbero risolti miracolosamente tutti i problemi di gestione politica del Partito (problemi che io pensavo si dovessero affrontare per andare avanti in maniera sensata e praticabile).
Lì nacque il mio conflitto con la segreteria di Occhetto. Votai contro il cambiamento di nome, come Ingrao, con cui non avevo grandissimi rapporti ma che in quell’occasione finì per essere il punto di riferimento di tutta quella vasta area del Partito che, senza abbracciare gli estremismi settari di Cossutta, era contraria alla modifica radicale del Partito medesimo. Intorno all’esperimento di Occhetto nacquero spinte positive anche molto diverse fra loro che insistevano sulla novità del tentativo e sulla sua apertura nei confronti della società civile (penso per esempio alla “sinistra dei club”). Io trovavo tutto questo fondato su di un calcolo approssimativo e assai miope che prescindeva invece da quella molto più sostanziosa fenomenologia che consisteva nella perdita del corpo del Partito rispetto ai suoi gangli vitali nella società italiana del tempo. Insomma, pensavo si trattasse di circoletti intellettuali che però nascondevano la catastrofe sostanziale.
Io comunque non entrai in Rifondazione, non essendo persuaso da queste insorgenze di sinistra, e non lasciai il Partito. Restai in questo segmento della storia del Pci fino a quando Massimo D’Alema – altro personaggio importante di questa storia – da presidente del Consiglio non mandò gli aerei italiani a fare azioni di bombardamento in Bosnia-Erzegovina. Ci sarebbe da piangere: cinquant’anni di storia che finiscono con i bombardamenti italiani in Bosnia-Erzegovina. Quello che è venuto dopo appartiene ancora alla storia della sinistra ma con improvvisazioni e rotture che fanno spavento, come quelle a cui abbiamo assistito in occasione della formazione del governo Draghi.

(testo raccolto da Paolo Flores d’Arcais  e curato da Ingrid Colanicchia)

CREDIT FOTO: GIUSEPPE GIGLIA/ANSA



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Il libro di Postorino prende spunto da storie di bambini profughi dalla guerra bosniaca. È una vicenda toccante che ci disvela l’umanità più sincera.

Boatti ci racconta la storia del fratello Bruno, schizofrenico convito che Dio gli sconterà mezzo milione esatto di anni in purgatorio.

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Eros Alesi, il poeta del “che”. In soli diciannove anni visse molteplici esistenze con la sua poesia.