Assalto fascista alla Cgil, 13 anni a Mimmo Lucano: “buongiorno” sinistra!

Dovevamo aspettare che dei camerati prendessero d’assalto la sede di un sindacato o che il modello Riace subisse una condanna monstre per vedervi finalmente svegli?

Daniele Nalbone

Buongiorno! Ben svegliati. Come state? Dove siete stati in tutti questi anni? Cosa avete fatto in questo lungo lasso di tempo mentre chiedevamo lo scioglimento dei gruppi neofascisti, a partire da Forza Nuova? E dove eravate mentre Mimmo Lucano si impegnava per “un altro mondo possibile”? Il sonno della ragione genera mostri. E ora quei mostri si sono palesati tutti nelle ultime settimane, sotto forma di assalto squadrista da parte dei camerati travestiti da “no Green pass” alla Cgil e sotto forma di una condanna monstre, più di 13 anni, a quel sindaco di quel piccolo paesino calabrese che aveva disegnato un altro tipo di accoglienza per i migranti.

E allora, diciamolo. L’assalto alla Cgil e la condanna a Mimmo Lucano sono due “buone notizie” per quella sinistra addormentata. Due sveglie, sulla pelle purtoppo di Mimmo Lucano in primis, che – è la speranza – desteranno quella coscienza civile, e di sinistra, sopita da troppo tempo.

Per anni il silenzio. Poi, le luci della ribalta. I riflettori della stampa di tutto il mondo e perfino di un set di Wim Wenders prima e di una serie Rai mai andata in onda perché “troppo scomoda”. Nel mezzo, gli attacchi al sistema Riace, prima del Partito democratico tramite l’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, poi di Matteo Salvini. L’inchiesta giudiziaria. E voi lì, a prendere tempo in attesa della sentenza. Solo dopo la condanna a oltre 13 anni (un anno in più di quanto sentenziato per Marco Traini, il neofascista che sparò a sei migranti per le vie di Macerata nel febbraio 2012) vi siete schierati al fianco di Mimmo Lucano. Da Enrico Letta, segretario Pd, in giù. E se Lucano – ipotesi – fosse stato condannato solo a tre anni? O a due? Vi sareste mobilitati per lui? Addirittura, se assolto sareste andati (per la prima volta, sic) a Riace per festeggiare insieme a noi?

Dopo la sentenza, dal 30 settembre, “decine di presidi e manifestazione continuano a esprimere solidarietà a Mimmo Lucano e Riace” ricostruisce Tiziana Barillà, giornalista e scrittrice, autrice del libro Mimì Capatosta, il primo libro su quella bella storia. “Siamo ossigeno in questo Paese asfissiato dall’odio e dal cinismo del potere”. Per questo “il 6 e 7 novembre torniamo a Riace per riabbracciare quel borgo che rivendichiamo come modello di cittadinanza e umanità. Una manifestazione nazionale spontanea che, come sempre, prenderà forma dal basso”. Tornare in Calabria “per riabbracciare Riace” è quello che farà il popolo di cui Mimmo Lucano fa parte, senza esserne il portavoce come invece i media hanno raccontato per anni. Lui leader di niente, Riace modello di nulla. Mimmo è Mimmo. Riace è Riace. Se intorno non è sorto nulla, e quel nulla non è stato in grado di difendere Mimmo e Riace, è un problema che interroga l’intera sinistra. Che la inchioda alle sue responsabilità che hanno il nome e il volto di Marco Minniti, della criminalizzazione delle Ong, della sicurezza, delle frontiere blindate, dei pattugliamenti mascherati da soccorsi. E, soprattutto, di un intero sistema volto a lucrare sul fenomeno migratorio. Minniti rappresenta la sinistra italiana degli ultimi anni. La condanna a Mimmo la sveglia per chi non ha combattuto per un’altra sinistra.

“Il nostro limite resta la solitudine” ha scritto Tiziana Barillà, non a caso sul sito dedicato a Carlo Giuliani. “Sono tante le esperienze, sparse ed eterogenee, di comunità e di informazione, di cultura e mutualismo, ma agiamo in un’incredibile solitudine che riusciamo a superare solo quando qualcuno di noi viene ferocemente attaccato, come in questo caso Mimmo Lucano. Mi chiedo: se invece di una le Riace fossero state 100, 1000, sarebbe bastato attaccare Mimmo Lucano per infangare un’intera idea di autogoverno e solidarietà? Avrebbero dovuto attaccarne cento, mille”.

“Ridurre un modello di cittadinanza a modello di accoglienza è stata una brutta trappola” sottolinea Barillà. “Riace è stata trasformata in un campo di battaglia dove si fronteggiano le posizioni accoglienza sì / accoglienza no / accoglienza come”. Ma Riace non è ‘solo’ un modello di accoglienza, “è stata per quindici anni un modello di cittadinanza dove gli abitanti condividevano un solo principio egualitario: pari diritti e doveri, al di là dell’origine e condizione burocratica. Acqua pubblica per tutti. Rispetto del territorio, per tutti. Rinascita del sistema economico e sociale, per tutti. Presidio sanitario, per tutti. In questo senso i fondi dell’accoglienza hanno costituito una base (e non il centro) di un modello che ha permesso a un piccolo borgo dell’entroterra calabrese di ritornare in vita, di rinascere”. Ecco il modello che ha tenuto lontano quella sinistra.

Può ora sembrare ora azzardato spostare il focus da Riace su quella che è la notizia delle ultime ore (altro problema che meriterebbe un ragionamento approfondito, il muoversi e mobilitarsi solo sui “temi caldi”), l’assalto squadrista alla Cgil a margine della manifestazione “no Green pass”. Invece le due cose sono collegate dallo stesso elemento: il sonno. Che – ribadiamo – genera mostri. Finalmente (!) anche dai piani alti della politica si parla di sciogliere il partito Forza Nuova. Pensate: per farlo non serve fare nulla. Ci sono già due leggi, la Scelba e la Mancino, in vigore. In vigore ma inapplicate. Eppure basterebbe un decreto del governo per mettere al bando i partiti e le organizzazioni che si rifanno al fascismo, come ha spiegato il costituzionalista Francesco Clementi in un’intervista sulla Stampa.

Qui non citeremo Giorgia Meloni e la sua impossibilità – come ben spiegato da Paolo Berizzi in questa intervista a MicroMega – nel prendere le distanze dalle forze neofasciste. Non citeremo Matteo Salvini che con forze neofasciste ha fatto cene e stretto alleanze alla luce del sole. Citiamo, invece, Aldo Grasso per come lo ha fatto Tomaso Montanari nel suo saggio “Una Repubblica (s)fondata sull’anti-antifascismo” (MicroMega 3/2020).

Non tutti gli antifascisti hanno lottato per la libertà, alcuni lo hanno fatto per l’egemonia sovietica dell’Italia. E non tutti i fascisti erano dei mascalzoni, come pretende la “vulgata” antifascista”, la storia scritta dai vincitori.

Così l’editorialista di punta del Corriere della Sera scriveva nel tutt’altro che lontano gennaio 2020. Sulla stessa linea un’altra firma del giornale, Pierluigi Battista, che – come ricorda sempre Tomaso Montanari – a maggio 2019 “si era schierato a favore della presenza dello stand “di un editore programmaticamente fascista al Salone del Libro di Torino“:

Non considerare le opinioni diverse, anche sideralmente diverse, come reati: i reati di opinione sono odiosi, sempre. Non pensare di far valere le proprie ragioni con l’aiuto della polizia: tentazione dei meschini, oltre che degli intolleranti. Non discriminare autori sgraditi, che presentano i loro libri sgraditi in una manifestazione culturale che dovrebbe conoscere piuttosto la bellezza delle battaglie delle idee, non il conformismo di chi pretende di averne il monopolio”.

Montanari definisce “terzismo” quello di Grasso e “retorica della tolleranza” quella di Battista. “Spie di un atteggiamento largamente condiviso dalla borghesia italiana che si ritiene liberale”.

Potremmo continuare ore a ricordare sdoganamenti vari, come quando Luciano Violante, era il 9 maggio 1996, usò il discorso di insediamento da presidente della Camera dei deputati per chiedersi se “l’Italia di oggi – e quindi di tutti noi – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri (…) per capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà”. Il punto di atterraggio di questa affermazione, come poi lo stesso Violante spiegherà, era costruire un “sistema comunemente condiviso” con i fascisti. Il vero obiettivo, sottolinea Montanari, “archiviare la pregiudiziale antifascista”, quindi sancire “la fine dell’antifascismo che informa la Carta costituzionale in ogni articolo”. Dopo Violante venne Carlo Azeglio Ciampi (14 ottobre 2001) che definì gli stessi fascisti citati da Violante “giovani che allora fecero scelte diverse”. Quel discorso venne stroncato da Antonio Tabucchi in persona che, dalle colonne dell’Unità, ci avvertì già venti anni fa, a quanto pare inutilmente, dei rischi nel riscrivere quella storia. Rischi che si sono palesati, tutti, nell’assalto alla Cgil da parte dei camerati mascherati da “no Green pass”.

Dal 1996 al 2021 avete sorriso spesso, con fare superiore, perché i problemi dell’Italia, a vostro dire, erano altri. Ed è così che lo sdoganamento dei partiti neofascisti è stato possibile, che su ogni scheda elettorale troviamo il simbolo della Fiamma Tricolore ad accompagnare quello che è oggi il primo partito d’Italia. E ancora: è così che abbiamo visto saluti romani in Campidoglio a festeggiare la vittoria di quello che è diventato il primo sindaco post-fascista di Roma (Gianni Alemanno), è così che tra il 2014 e il 2021 sono state contate ben 216 aggressioni neofasciste sparse in tutto il Paese. Per le cronache di quanto accaduto in questi anni, vi rimandiamo – per esempio – ai libri e agli articoli scritti da Paolo Berizzi. Ah, dimenticavamo: Paolo Berizzi vive sotto scorta per le minacce che subisce, praticamente ogni giorno, dai nipoti e dai pronipoti dei ragazzi di Salò di cui sopra. Ed è l’unico giornalista in Europa a subire questa misura. “Prima gli italiani” è anche questo. Ecco perché, portando ovviamente la massima solidarietà alla Cgil, potremmo dire che quell’assalto è una “buona notizia”. Perché ora vi siete svegliati anche voi. Buongiorno.

 

(foto Ansa)



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