Assange 24H, la mobilitazione che sembrava impossibile è qui

Mentre i prossimi passi del processo vengono resi noti e si profila un possibile bivio nell'itinerario giudiziario, il 15 ottobre si terranno – in Italia e nel mondo – ventiquattro ore di manifestazioni di solidarietà verso l'editore di WikiLeaks.

Sara Chessa

Se guardata da coloro che hanno iniziato la battaglia contro l’estradizione di Assange nel 2019, l’imminente maratona di ventiquattro ore del 15 ottobre a favore della sua liberazione è una sorta di miracolo. All’epoca dell’arresto, infatti, sembrava che la campagna diffamatoria ai danni del fondatore di WikiLeaks avesse eradicato ogni possibilità per gran parte del pubblico di provare qualsiasi forma di umana compassione per il giornalista, a dispetto della condizione di detenzione arbitraria appurata da un autorevole gruppo di lavoro delle Nazioni Unite già nel 2015, quando Assange era costretto a stare nell’ambasciata ecuadoriana perché la Svezia – che voleva estradarlo per accuse poi archiviate –  si rifiutava di assicurare che non lo avrebbe ceduto, in seconda battuta, agli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, secondo il suo team legale, lo aspettavano al varco per fargli pagare il conto dell’imbarazzo causato al loro governo quando WikiLeaks mostrò che la realtà quitidiana delle guerre in Iraq e Afghanistan era fatta di sistematiche violazioni dei diritti umani e crimini di guerra ai danni di civili.

Le città coinvolte in Italia e all’estero

Contro ogni pronostico, la realtà del 2019 è cambiata e il numero di città in cui verranno organizzate manifestazioni a sostegno dell’editore australiano sembra crescere di giorno in giorno. Lo conferma l’elenco nel sito ufficiale dell’iniziativa, dove troviamo diverse città italiane (quelle in cui sono annunciate iniziative sono: Acquedolci (ME), Asso (CO), Bagno a Ripoli (FI), Bari, Bologna, Cagliari, Como, Fabriano, Faenza, Firenze, Livorno, Luino (Va), Milano, Milazzo, Montebelluna, Novara, Palermo, Pinerolo, Potenza, Reggio Emilia, Roma, Roma Monteverde, Rovato (BS), Torino, Trapani, Tregnago (VR), Trento, Treviso, Val di Susa, Venezia). Il Comitato Promotore, che raduna oltre venti realtà e personalità del mondo dei diritti umani e del giornalismo (da Pressenza a Free Assange Italia, fino ad Amnesty International), ha conservato la possibilità per chi volesse unirsi all’evento di inviare un’email per registrare la propria iniziativa. Tra le ultime adesioni c’è quella degli attivisti di Genova, con una manifestazione in Piazza de Ferrari. A Roma, presso la sede di Left, parteciperanno alla maratona diverse voci della campagna italiana contro l’estradizione, da Moni Ovadia a Riccardo Noury di Amnesty International Italia, da Giuseppe Giulietti della Federazione Nazionale della Stampa a Patrick Boylan di Free Assange Italia. Tuttavia, per quanto la maratona di eventi sia stata lanciata dall’agenzia di stampa Pressenza e poi raccolta da un nutrito comitato di organizzazioni italiane, l’appello a partecipare è stato accolto anche da associazioni estere. Si uniranno in diretta, infatti, gruppi di attivisti da Vienna, Barcellona, Caracas, Roskilde (Danimarca), Londra, Manchester e da cinque regioni australiane. Questi sono i luoghi che, ai quattro angoli del globo, faranno la staffetta collegandosi in diretta e alternandosi per ventiquattro ore nel trasmettere performance artistiche, interventi di personaggi del mondo giornalistico e dialoghi tra attivisti impegnati nella campagna per la scarcerazione di Assange. Hanno confermato il loro supporto all’iniziativa anche sua moglie Stella Assange, Noam Chomsky e John Rees, organizzatore, a Londra, della “catena umana” che ha circondato lo scorso 8 ottobre il parlamento britannico per chiedere la liberazione di Assange.

A che punto è il processo Assange. I sedici motivi di ricorso

Mentre attivisti da tutto il mondo si mobilitano, la battaglia legale di Assange non è finita. Il procedimento giudiziario, stando a quanto riferito da fonti vicine al team legale, riprenderà con ogni probabilità nel mese di dicembre. Dopo il sì dell’Alta Corte britannica all’estradizione, il successivo no della Corte Suprema alla richiesta di appello di Assange e il “sì politico” dell’allora ministra degli Affari Interni Priti Patel, il team legale di Assange ha presentato, a fine giugno, quattro motivi di ricorso giudiziario contro la decisione di Patel e altri dodici contro la sentenza in primo grado, quella che a gennaio 2021 negò l’estradizione solo per ragioni legate alla salute mentale di Assange.

All’ex ministra, i legali di Assange contestano soprattutto il fatto che non abbia considerato, nella sua decisione, l’articolo 4 del Trattato sull’estradizione tra Regno Unito e Stati Uniti. Secondo tale norma, le estradizioni non possono essere concesse quando la ragione per la richiesta è di natura politica. Riguardo invece ai motivi di ricorso contro la sentenza in primo grado, questi sono stati esposti in circa duecento pagine consegnate all’Alta Corte e mai rese pubbliche. È però noto, tra gli analisti della campagna contro l’estradizione, che essi includono verosimilmente riferimenti alla violazione di diversi articoli della Convenzione Europea sui Diritti Umani. In particolare, l’articolo 3 sui trattamenti inumani e degradanti, l’articolo 10 sulla libertà di pensiero e l’articolo 6 sul diritto ad un processo equo. Ipotizzare che quello a cui è sottoposto Assange sia tale, infatti, farebbe ridere qualunque giurista informato sulla vicenda. Quest’ultima – lo ricordiamo – ha visto gli Stati Uniti entrare in possesso, dopo l’arresto di Assange, delle carte legali riservate da lui lasciate in ambasciata. In altre parole, lo stato che sta chiedendo l’estradizione ha rubato documenti confidenziali riguardanti la strategia legale della parte avversaria. Come ha osservato di recente l’ex ambasciatore britannico e attivista per i diritti umani Craig Murray, in qualsiasi altro caso, in presenza di una simile iniquità, il processo sull’estradizione non si sarebbe neppure aperto. Tra i temi a cui gli avvocati hanno fatto sicuramente riferimento nei documenti consegnati all’Alta Corte, vi sono inoltre la presenza di un testimone che ha affermato di essersi inventato le accuse su cui gli Stati Uniti hanno basato il loro atto di incriminazione e la violazione dell’articolo 5 della Convenzione Europea sui Diritti Umani. Facendo riferimento a quest’ultimo, il team legale di Assange contesta un “abuso di procedura”. Nello specifico, quello compiuto dalla giudice in primo grado quando ha deciso di dare il via al processo sull’estradizione. Avrebbe dovuto, invece, constatare da subito che, essendo lo spionaggio l’accusa principale, la richiesta doveva essere rifiutata in partenza per il divieto sopracitato di dare l’assenso ad estradizioni per reati politici.

Se l’Alta Corte rifiuta il ricorso in appello

Nel mese di dicembre, dopo che gli Stati Uniti avranno fornito la loro risposta ai motivi di ricorso presentati da Assange, l’Alta Corte potrà pronunciarsi su due questioni: se concedere o meno l’appello e per quali punti. Si preannuncia dunque un bivio nel percorso giudiziario. Se l’appello viene concesso, il procedimento durerà, secondo fonti vicine al team legale, almeno un anno, con Assange destinato a rimanere ancora in carcere nei lunghi mesi in cui nuovi testimoni e prove verranno esaminati. Se l’appello non viene concesso, quei membri del team leagle che si stanno occupando del ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani dovranno attivarsi immediatamente per presentarlo. È noto, infatti, che a tale tribunale internazionale si può ricorrere solamente dopo che i gradi di giudizio a livello nazionale sono esauriti. E il momento potrebbe arrivare proprio lì, nel “bivio” di fine autunno. Un’ingiunzione dei giudici della Corte di Strasburgo, a quel punto, dovrebbe poter garantire che Assange non venga trasferito negli Stati Uniti prima della conclusione del nuovo processo.

L’importanza della mobilitazione internazionale

Chiariti i prossimi passi del processo, si comprende bene quanta importanza assuma la mobilitazione della società civile a livello globale. Considerata la propensione del sistema giudiziario britannico a evitare le questioni chiave del processo Assange – dalla libertà di stampa alle violazioni dei diritti fondamentali di Assange – chi lo ha seguito fin dall’inizio tende a ipotizzare che, anche in questo nuovo passaggio, verranno trovate strade per non irritare l’alleato statunitense. L’emersione, inoltre, delle operazioni di spionaggio compiute ai danni di Assange presso l’ambasciata ecuadoriana dall’intelligence USA sottolinea il carattere “non equo in partenza” del procedimento giudiziario britannico. Da qui, un senso di sfiducia diffuso in quest’ultimo. Tuttavia, i tempi lunghi, se da un lato preoccupano perché non vi è speranza di arresti domiciliari, dall’altro lato offrono più tempo alla diplomazia internazionale per giungere a una conclusione positiva. Il presidente australiano Albanese potrebbe cioè avere più tempo per condurre un negoziato con gli Stati Uniti che probabilmente dietro le quinte è già in corso. Allo stesso modo, alcuni governi potrebbero iniziare a pronunciarsi sulla detenzione arbitraria di Assange (tre anni presso il carcere di Belmarsh e sette presso l’ambasciata ecuadoriana) e domandare anch’essi al presidente americano Biden di archiviare le accuse. Vi è speranza che lo facciano? Come sempre, questo dipende da quanto la società civile nei diversi paesi riuscirà a indicare la liberazione di Assange come una priorità, facendo pressione sui governi stessi. La consapevolezza del fatto che l’estradizione di Assange intimorirà tutti i giornalisti investigativi – e metterà in pericolo la democrazia ovunque – esiste. Sarebbe il sistema internazionale dei diritti umani a ricevere un colpo fatale e questo è sempre più evidente a chi si interessa del caso. Tuttavia, per fare pressione sui governi occorrono grandi mobilitazioni. E, per coinvolgere più persone nelle azioni di protesta pacifica a favore di un giornalista perseguitato, ci vuole quella capacità di suscitare empatia e comprensione umana che solo l’arte sa attivare a livello profondo. Per questo, iniziative come la ventiquattro ore per Assange – capaci di coinvolgere anche il mondo dell’espressione artistica, letteraria e musicale – rappresentano un’enorme speranza. Il team legale, presentando ricorso, ha trovato il modo di dare più tempo alla battaglia diplomatica e civile per acquisire forza. Utilizzare questo tempo per una maratona internazionale a favore di Assange vuol dire compiere passi vitali per salvare sia l’editore di WikiLeaks sia il sistema internazionale dei diritti umani.

Un gruppo di attivisti manifesta contro l’estradizione di Assange. Al centro, John Rees, (scrittore, giornalista e organizzatore della campagna Don’t Extradite Assange), con Rebecca Vincent (Direttrice delle campagne internazionali di Reporter senza Frontiere).



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