Assistenti educativi, la legge della destra che avremmo voluto dalla sinistra

L’inefficienza delle cooperative ha prodotto situazioni disastrose. Ora una legge per cambiare le cose arriva, scandalosamente, dalla destra.

Germano Monti

Secondo i dati forniti dall’ultima rilevazione campionaria dell’ISTAT, che si riferisce all’anno 2020, i lavoratori e le lavoratrici dipendenti da istituzioni non profit (il cosiddetto Terzo settore) sono 870.183. La rilevazione osserva che “il vero motore sono le cooperative sociali, che pur rappresentando solo il 4,3% del numero di enti complessivo, offrono lavoro a oltre 456mila persone, circa il 53% del totale”. Sono proprio le cooperative sociali a gestire i servizi sociali, quali l’assistenza ad anziani e disabili, l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, l’accoglienza per senza tetto e migranti, case-famiglia, ecc. Il costo di questi servizi è a carico dello Stato che, secondo quanto stabilito dalla legge 104/92, ne affida la gestione agli enti locali. Fra i servizi erogati dalle cooperative sociali, c’è anche l’assistenza educativa per l’inclusione scolastica degli alunni disabili, indispensabile per garantire a tutti quel diritto allo studio previsto dall’art. 34 della nostra Costituzione. Naturalmente, anche i servizi di assistenza educativa nelle scuole sono affidati ad enti del Terzo settore e, più precisamente, alle cooperative sociali, regolate dalla legge 381 del 1991. In questa attività sono impiegati circa 70.000 lavoratori e (soprattutto) lavoratrici.

La gestione dell’assistenza educativa da parte delle cooperative sociali ha prodotto una situazione che definire disastrosa appare come un pallido eufemismo, sia per quanto riguarda la condizione degli operatori, sia rispetto al diritto dei bambini e delle loro famiglie ad usufruire di un servizio stabile ed efficiente.
La condizione lavorativa degli operatori è normata dal CCNL delle cooperative sociali sottoscritto da CGIL-CISL-UIL e dalle centrali cooperative Legacoop, Confcooperative e AGCI. Si tratta di un contratto penalizzante per i lavoratori, definito a mezza bocca anche da molti sindacalisti come un “contratto pirata”, poiché prevede, a parità di mansioni, retribuzioni inferiori anche del 30% rispetto a quelle contenute in altri CCNL. Inoltre, agli assistenti educativi il contratto viene applicato nella forma del part-time ciclico verticale, il che significa che si viene pagati solo nel periodo di attività scolastica e si viene “sospesi” quando le scuole chiudono per le vacanze estive, natalizie, ecc. I periodi di sospensione non sono equiparati a quelli di disoccupazione, perché i contratti sono a tempo indeterminato, quindi avviene che per mesi lavoratrici e lavoratori non percepiscano alcuna retribuzione e siano costretti a cercare altre occupazioni.

Quanto ai bambini e alle loro famiglie, subiscono la precarietà, la discontinuità e tutti i disservizi conseguenti ad una modalità di gestione che appare profondamente inadeguata, che induce gli operatori a lasciare appena possibile un’occupazione che garantisce loro solo precarietà e povertà, nonostante si tratti di professionisti preparati, esperti ed anche fortemente motivati.
La domanda, quindi, è: per quali motivi un servizio così importante e delicato è gestito in maniera tanto indecorosa? Le risposte sono molte e non fanno onore né ad un Paese che si vuole civile e democratico, né alla parte politica che di questa modalità di gestione ha fatto una bandiera.


L’esternalizzazione dei servizi pubblici, cioè l’affidamento della loro gestione a soggetti privati, è un fenomeno che in Italia ha segnato gli ultimi decenni del secolo scorso e perdura tuttora. La parte del leone l’ha fatta la sanità, con il progressivo impoverimento del servizio sanitario nazionale a tutto favore di cliniche e laboratori di proprietà di grandi imprenditori, ma la questione ha riguardato anche altri settori importanti per la vita sociale, come i trasporti, nazionali e locali. I servizi sociali hanno seguito la stessa tendenza e il cosiddetto Terzo settore si è rivelato lo strumento migliore per metterla in pratica. La cooperazione sociale, in particolare, si presta ad essere utilizzata per l’erogazione dei servizi socioassistenziali, in virtù della doppia opportunità che offre alla Pubblica Amministrazione: riduzione dei costi, grazie al CCNL pirata di cui si è già detto, e deresponsabilizzazione della stessa P.A., che può, per questa via, scaricare su soggetti esterni funzioni, ruoli e incombenze, così riducendo i propri compiti e le proprie necessità di organico. In realtà, le cose non stanno esattamente così, perché il costo dei servizi esternalizzati si rivela molto alto, non dovendo coprire solo il mero costo del lavoro, ma anche i costi di gestione delle aziende e il loro rischio di impresa. Il risultato è che, mentre un operatore dell’assistenza scolastica a Roma guadagna mediamente fra i 7 e gli 8 euro l’ora, il che significa non oltre i 13/14 di costo lordo, il Comune ne conferisce alla cooperativa più di 24, cosa che spiega i fatturati multimilionari registrati dalle imprese “non profit”, aziende con centinaia di dipendenti ben lontane dall’immagine di socialità e mutualismo che viene rappresentata. Le somme esorbitanti di denaro pubblico conferite a queste aziende, oltre ad arricchirne i dirigenti-padroni (che sono quasi sempre gli stessi da decenni, al massimo si alternano per via parentale), costituiscono una buona riserva di fondi da utilizzare in modi che poco hanno a che vedere con la solidarietà sociale, a meno che con questo termine non si intenda il finanziamento di campagne elettorali o altre iniziative simili. Tutto ciò non solo rappresenta la realtà vissuta quotidianamente da migliaia di lavoratori e lavoratrici, ma è emerso anche da inchieste giornalistiche e della magistratura che hanno riguardato, per esempio, il malaffare nell’accoglienza dei migranti e dei senzatetto e il reinserimento lavorativo di ex detenuti  ed ex tossicodipendenti, come si è visto nella vicenda del “Mondo di mezzo” di Buzzi e Carminati e si sta vedendo ancora in quelle delle cooperative dei famigliari dell’onorevole Soumahoro.

Un Disegno di Legge attualmente all’esame del Senato promette di essere un primo elemento di controtendenza alla situazione che abbiamo descritto. Si tratta del DDL 236 del 2022, che prevede la parziale modifica della Legge 104 del 1992 e dispone l’internalizzazione degli assistenti educativi presso il Ministero della Pubblica Istruzione, da un lato stabilizzando lavoratrici e lavoratori e, dall’altro, puntando a garantire agli alunni con disabilità un servizio efficiente, sicuro e uniforme da Bolzano a Lampedusa, azzerando le mille diverse storture oggi esistenti. Una legge di civiltà, insomma.

Il fatto è che questo DDL è stato presentato dalla Senatrice Carmela Bucalo, autorevole esponente di Fratelli d’Italia ed è sostenuto dall’attuale maggioranza di destra che governa il Paese. In sintesi: mentre la “sinistra” si è sempre impegnata nella strenua difesa del sistema delle esternalizzazioni, indifferente ai disastri che provoca nei confronti di decine di migliaia lavoratori condannati alla precarietà ed alla povertà, è la destra ad impugnare la bandiera della giustizia sociale e della promozione del servizio pubblico. Di fronte a questa dura ma incontestabile realtà, le reazioni a sinistra sono state molto diversificate.

Nelle audizioni in Senato sul DDL 236/22, si sono espressi per il PD Cecilia D’Elia e Susanna Camusso, ex segretaria generale della CGIL, entrambe senza entrare nel merito e senza prendere alcuna posizione esplicita, mentre un senatore dell’Alleanza Verdi-Sinistra è apparso evidentemente un pesce fuor d’acqua. Nessun senatore del Movimento 5 Stelle ha partecipato alle audizioni. Per quanto riguarda le organizzazioni sindacali, CGIL e UIL si sono dette favorevoli, mentre la CISL si è detta nettamente contraria. I sindacati di base USB e CUB si sono dichiarati favorevoli, così come i sindacati autonomi – SNALS ed altri e l’UGL. Le centrali cooperative – Legacoop, Confcooperative e AGCI – hanno manifestato la loro assoluta contrarietà (anche perché la perdita della gestione del servizio costerebbe loro un buon 20% del fatturato). Restano da ascoltare le rappresentanze delle associazioni dei disabili e il MISAAC, il movimento nato per sostenere il DDL.

Aldilà delle prese di posizione ufficiali, c’è da dire che CGIL e UIL non hanno adottato sino ad ora alcuna iniziativa concreta, a differenza di CUB e USB, che hanno promosso assemblee dei lavoratori e partecipato alle manifestazioni promosse dal MISAAC. In particolare, alla luce di quanto vissuto dagli operatori romani negli anni scorsi durante la lunga battaglia per essere internalizzati dal Comune, è molto diffuso lo scetticismo nei confronti della CGIL. Nel corso della vertenza romana, infatti, l’attività principale – se non l’unica – della CGIL (e, naturalmente, della CISL) è consistita nella sistematica criminalizzazione dei lavoratori, del loro Comitato e dei sindacati CUB e USB, con tanto di inviti al crumiraggio in occasione degli scioperi proclamati da questi ultimi.

Ci troviamo, dunque, di fronte ad una situazione paradossale: mentre la destra si impegna in un provvedimento a favore dei lavoratori e del servizio pubblico, la gran parte della “sinistra” o balbetta o si oppone, a difesa degli interessi aziendali di soggetti privati che da decenni lucrano, più o meno indebitamente, sulla pelle degli stessi lavoratori e del servizio pubblico. Viene da pensare che non occorra scervellarsi per capire i motivi della debacle politico-elettorale della sinistra medesima, che è stata per decenni artefice e protagonista dello smantellamento delle conquiste operaie e popolari conseguenti il ciclo di lotte degli anni 60 e 70 del secolo scorso. A conti fatti, basterebbe il solo dato riguardante l’andamento dei salari in Europa negli ultimi trenta anni – che li vede aumentati in tutti i Paesi ad eccezione dell’Italia, dove sono addirittura diminuiti – per chiedersi come mai i più autorevoli esponenti della “sinistra” politica e sindacale non siano stati banditi a furor di popolo dalla vita civile.

La vicenda dei servizi pubblici esternalizzati alle cosiddette cooperative sociali è, dunque, paradigmatica dell’involuzione di un ceto politico che, negli anni, ha perseguito i propri interessi, allontanandosi sempre di più da quelli della propria base sociale e anche dall’interesse generale del Paese. L’adesione entusiasta all’ideologia ed alla pratica del liberismo è il contesto naturale in cui questo processo si è potuto sviluppare, con i risultati che tutti possiamo osservare. Accade, così, che siano forze politiche di destra ad appropriarsi di contenuti che dovrebbero appartenere (e un tempo appartenevano) alla sinistra, come la storia del DDL 236/22 sta, per l’ennesima volta, a dimostrare.

Il percorso del DDL è ancora lungo: terminate le audizioni in Senato, dovrà essere dibattuto in aula, dove verranno esaminati gli emendamenti che certamente verranno presentati, per poi arrivare al voto. Successivamente, gli stessi passaggi dovranno essere effettuati alla Camera dei Deputati. Fino ad ora, questa vicenda non è arrivata all’attenzione dell’opinione pubblica, ma è facilmente prevedibile che lo farà nei prossimi mesi. Ci sarebbe, quindi, tutto il tempo per la “sinistra” per definire una propria posizione, sperabilmente in difesa dei lavoratori e del servizio pubblico, se non tagliando, perlomeno ridimensionando il cordone ombelicale che la lega al mondo delle cosiddette “cooperative sociali” e alla devastante cultura delle privatizzazioni dei servizi pubblici.

Foto Facebook | Do Red 

 



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