Atreju: fiabe oscillanti tra immaginazione e propaganda

In seguito all’undicesima edizione di Atreju, festa nazionale di FDI, e al successivo attacco subito da Roberto Saviano dopo aver denunciato la scorretta strumentalizzazione del personaggio di “La storia infinita” di Micheal Ende come portatore di certi ideali di partito, sono opportune alcune riflessioni. Da sempre la politica ambisce al raggiungimento dell’egemonia culturale utilizzando personaggi cristallizzati nelle nostre memorie. Gli esponenti di FDI paiono tuttavia intenzionati a farlo senza leggere.

Francesca Palazzi Arduini

La politica che ambisce a diventare egemonica necessita di intellettuali organici, di rappresentazioni marmoree e architetture ardite per la sua ambizione, con strade da parata, florilegi per i suoi leader, slogan pubblicitari per le sue guerre. Nell’epoca della strategia di marketing, dei troll e degli influencer, per il politico desideroso di colpire l’immaginario del cittadino oltre che dell’elettore funziona qualsiasi pezzo di cultura, riscritto e imparruccato da fantasmi umani della I.A.
A queste parole sentiamo subito dalla sala grande del Palazzo la voce offesa (i grandi ego sono sempre offesi) di qualche portavoce: “…ma come? Prima ci accusate di essere incolti e poi …?”. Il fatto è che i politici più impegnati non hanno tempo per farsi una cultura …di solito la loro fama, ed il loro potere, sono inversamente proporzionali al loro interesse per le Muse, e alla loro collezione di libri rari costosissimi: perlomeno attualmente questa proporzione è azzeccatissima. Inaugurano Fondazioni, invitano personaggi su rosse poltroncine di morbido pellame fantozziano, riempiono le loro kermesse di ospiti come un menù di natale, un’ abbuffata però che non li aiuta a staccarsi dalla visione strumentale, utilitaria, che hanno di arte e cultura.
Giungiamo anche al ridicolo: canzoni acquisite come Inni di festival con seguente diffida degli autori, citazioni storiche a casaccio e tentativi carnevaleschi di rimettere in scena fatti storici, giaculatorie per artisti ritenuti “della propria parte” o ispiratori che invece non ci azzeccano affatto.
Accade così sempre più di frequente, come accaduto ciclicamente in passato, che il Re, che si crede paludato di belle parole e belle storie, si pavoneggi in passerella mentre agli occhi meno offuscati egli (o ella) appare (purtroppo) nudo come un verme. “E Pippo Pippo non lo sa…che quando passa ride tutta la città, si crede bello come un Apollo e saltella come un pollo”, gli fa poi eco la satira a rischio censura.
Così, dopo aver già letto i versi guerrafondai “Zang Zang Tumb Tumb” amati dai circoli fascisti, dopo aver sopportato l’avvilente vista di intellettuali pronti a genuflettersi per campare, costretti dall’influenza nefasta della politica su programmi sovvenzioni spettacoli editoria, spesso poi fuggitivi, disillusi, rigettati… abbiamo riletto ora quel “Zang Zang” sulla rivista (2019) della kermesse meloniana “Atreju”.
Caratteri cubitali stile Novecento, elogi di Marinetti e del futurismo, camei giaculatori su D’Annunzio (con le sue divise militari d’alta sartoria), e la sua conquista di Fiume… siamo nel 1923? Dobbiamo partire a difendere qualche confine? Certo che no ma allora che cosa dobbiamo difendere? La risposta giunge obliqua, tramite una immagine, a pagina 47, la foto di un cartello di non si sa quale corteo con una scritta in inglese “noi musulmani conquisteremo il mondo”. Ah ecco perché questi caccia militari che sfrecciano tricolori in ogni pagina, questo Zang Zang, queste allusioni alle “radici cristiane” quasi vicine alle Crociate: abbiamo l’Isis alle porte. Dunque Giorgia Meloni (ma l’ideatore è altrove) non poteva ricorrere come testimonial ai più semplici, geniali e popolari Totò (no, per via di Totò le Mokò), oppure a De Amicis (troppi poveri nel libro Cuore, l’Elemosina Card non bastava). Oppure a una bella sagra della pasta e ceci (legume troppo arabo, rischio invasione, meglio attenersi alla polenta ma non di grano saraceno). Quindi ai miti nazional-popolari si è preferito il genere fantasy.
Il sospetto è che la scelta del nome “Atreju” sia stata ispirata al film e non al testo originale del libro La Storia infinita di Michael Ende, scritto nel 1979.
Le influenze hollywoodiane nella politica hanno dato un nuovo frutto, dopo l’exploit nel quale tempo fa Bossi paragonò Massimo d’Alema al “generale della Morte Nera”, paragone azzeccatissimo perché il personaggio è molto somigliante. Ma Star Wars non è la storia della resistenza contro l’Unione sovietica, è la storia della resistenza contro ogni tipo di Impero, soprattutto quando l’Impero nasce con la scusa di una emergenza che richiede “pieni poteri” e leader forti.
Così anche La Storia Infinita non è la storia di Atreju, perché un altro personaggio è focale: Bastiano. Atreju, che suggerirei derivare da “Other You”, è l’alter ego fiabesco di un ragazzino che ha perso la mamma.
Non si tratta quindi, come scrive la rivista dei Fratelli “…della lotta contro il Nulla che avanza logorando la fantasia e schiacciando i giovani come fossero sardine” (da notare l’uso anch’esso acquisito del termine “sardine”) ma di una Ricerca che conduce alla capacità di amare nel mondo reale, bellissima e toccante a questo proposito la narrazione della difesa di Atreju dell’innocenza creativa di Bastiano. Il ritorno di Bastiano alla ricerca della empatia e comprensione dell’emotività “congelata” del padre è una narrazione che ci dice molto sulla maschilità, la cui evoluzione non è certo iniziata ora che la si invoca da ogni pulpito, con relativo stanziamento di fondi e suore in lista per la docenza a rischio “gender” (il Nulla?).
Michael Ende lottò a lungo, sconfitto da un altro tipo di Nulla, quello del mercato dei blockbuster, contro la trasposizione in film della sua storia (1984), e sicuramente non avrebbe gradito la strumentalizzazione di Fratelli d’Italia. Quell’uso abusante che Roberto Saviano faceva notare nel 2021 ricordando come oltretutto la figura del giovane Atreju cozzasse contro i principali slogan della destra italiana “…Atreju creato da Michael Ende non ha famiglia è cresciuto dalla comunità Pelleverde: non c’è padre, non c’è madre, non c’è sacra famiglia tradizionale nella sua vita. Il nome Atreju nella lingua del suo popolo significa proprio cresciuto da tutti”, al suo articolo è seguito poi un intervento di Roman Hocke, amico e agente letterario di Ende, a cui la testata FanPage ha posto alcune domande. A queste ha risposto tramite Hocke l’esecutore testamentario di Ende: “Siamo grati a Roberto Saviano per l’iniziativa e per la sua acuta e profonda interpretazione della Storia Infinita”.
Tornando alla riflessione sull’abuso della fantasia altrui da parte dei politici, potremmo immaginare per le future kermesse l’abuso di situazioni fantastiche alternative e più calzanti:
Star Wars sì con Giambruno come Darth Vader (father), con Meloni che spiega a sua figlia che lui è stato solo una goccia, ma che poi dopo essersi riprodotto è passato al lato oscuro della Forza, Mediaset.
Il Trono di Spade, con Giorgia come la bionda e diafana Daeneris, regina di Draghi, esseri che ammansisce con crocchette di Mes. E soprattutto con Il Signore degli anelli con Padron Frode che, aiutato dal mago Gandalf, costruisce gli appalti per il suo magico ponte.
È indubbio che anche l’avvocato progressista Conte, con quel suo naso collodiano, e Matteo Renzi Gatto con la volpe in Arabia abbiano potenziali inauditi per un ruolo nel genere fantastico. Ma anche altre saghe, come quella di Hunger Games, potrebbero fornire frasi ad effetto e spunti epici, ad esempio quest’ultima come lotta di nuovi giovani gladiatori e gladiatrici per aggiudicarsi lo sconto ministeriale sui prodotti della Grande Distribuzione (i super …market ) ideato dal Governo.
Nella scelta di Atreju come testimonial andrebbe invece indagato a fondo il ruolo, nell’immaginario meloniano, dell’Infanta imperatrice. Qui La Storia infinita può darci spunti per investigare il senso dell’irrilevanza del femminile nei ruoli di autorità:
Meloni, che si fa chiamare Il Presidente e non la Presidente, come se nel campo dell’autorità fosse d’obbligo il neutro e il femminile fosse svilente e non appropriato, celebra la kermesse ideologica con una storia nella quale è una ragazzina a governare, senza esercitare alcuna forza. Occhi d’Oro, come altrimenti viene chiamata, regge senza fare alcuno sforzo l’equilibrio di Fàntasia, come principio femminile per eccellenza, quello del Tao.
Il Tao si fonda saldamente su principi femminili che chiunque può scoprire in sé “Ho tre tesori da conservare. Il primo è la compassione materna. Il secondo è la moderazione. Il terzo è non voler essere primo nel mondo”.
Voi direte: ma la visione “infanta uguale principio femminile” (o Kore platonica?) e Atreju/Bastiano principio maschile ordinatore (colui che dà i nomi) non è stereotipata? Forse sì, ma in La Storia infinita si snoda il racconto di una coscienza maschile in evoluzione, erano gli anni settanta. Si pensi anche alla ironia con cui viene descritta la coppia degli gnomi nel capitolo 5 (I Bisolitari) e nel capitolo 24, con la bellissima descrizione dell’incontro con Donna Aiuola, una sorta di arcimbolda che nutre e fa riposare e tornare Bastiano ai primi mesi o anni della sua vita. Una pausa che sarà provvidenziale per la comprensione del bisogno di affetto, della sua fragilità, e quindi per l’abbandono di un egocentrismo divenuto sempre più infestante in lui durante il suo sperimentare il potere dei desideri.
Il “maschio creatore” scopre così la sua fallacia e si affida all’archetipo materno per ritrovare l’equilibrio.
È all’antroposofia, al Tao, alla non violenza, che si ispira Ende, non certo alla cultura dalla quale è scappato nella sua giovinezza: gli altolà, i nemici, la coercizione e la violenza del nazismo. Il “Nulla” contro cui cercano e trovano la soluzione Atreju, Bastiano e la stessa Infanta imperatrice è la trasformazione della fantasia e della creatività in propaganda, bugia, manipolazione (si veda il capitolo 8 del libro, Il paese della Mala Genìa). .
Proprio quando il ragazzino Bastiano decide, in virtù del potere della sua immaginazione, di divenire lui l’Infante Imperatore, il centro di Fàntasia viene travolto dalla guerra, per i tentativi di Atreju di convincerlo a desistere (cap. 22, La battaglia della Torre d’avorio). Quanta somiglianza con il pensiero egemonico di tanti, di destra e di sinistra.
E le bugie? “Ci sono due modi per varcare i confini fra Fàntasia e il mondo degli uomini, un modo giusto e un modo sbagliato”. Nel regno di Fàntasia si va con cuore puro, con quel processo passivo-attivo che è la creatività. Nel regno della propaganda, invece, le creature di Fàntasia vengono tratte dal Nulla per finire come bugie sulla terra. Ecco Zayde, la maga che irretisce il ragazzino Bastiano, armata dei suoi automi di ferro, che lo influenza: “Tu sari ora l’Infante Imperatore, mio signore e maestro… e ne hai tutto il diritto. Con la tua venuta, tu non solo hai salvato Fàntasia, ma l’hai creata! Noi tutti, io stessa, siamo soltanto tue creature!”.
Di fronte all’ insidia dell’ego l’umano Bastiano e il suo “altro”, Atreju, non combattono ma compiono con coraggio (e curiosità) un viaggio iniziatico in un mondo senza confini se non quelli di deserto, montagne, foreste incantate. Se in futuro il ragazzino indigeno Atreju giungesse sulle nostre coste forse sarebbe salvato dalla sua minore età da un imbarco verso Tirana.
Giorgia Meloni, collezionista di statuette di Angeli, presunta lettrice di Tolkien, si è recata in pompa magna alla mostra a lui dedicata: dopo “abbiamo una banca!” del Pd pare di sentire un “abbiamo una saga!” . Ma questa donna così preoccupata di governare a lungo per dare “stabilità” al Paese, mettendo d’accordo a tavola i suoi caratteriali Fratelli, a quale Infante imperatore lascerà il posto non appena indorato il nuovo trono da Prèmier? Coi suoi vistosi bracciali da Wonder Woman che spesso indossa quasi dovesse difendersi dai proiettili sia dell’opposizione che dei suoi brothers… a quale astratta fantasia vuole far assomigliare la realtà?

CREDITI FOTO: ANSA / INSTAGRAM GIORGIA MELONI



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