A Jenin Israele colpisce il Teatro della Libertà, simbolo della rinascita della città dopo la seconda Intifada

Nella notte tra il 2 e il 3 luglio Israele ha lanciato un’operazione di larga scala che ha visto il ricorso a bombardamenti indiscriminati e all’utilizzo di cecchini dispiegati per le vie del campo di Jenin. Sono 12 le vittime dell’attacco, a fronte di decine di feriti e di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare le proprie case.

Lorenzo Giovannetti

Sono passati più di 20 anni dalla Battaglia di Jenin che nell’aprile del 2002, nel corso della seconda Intifada, portò morte e distruzione nel campo rifugiati che dal 1948 ospita palestinesi provenienti soprattutto dalle città di Haifa di Giaffa. L’invasione del campo di Jenin fu parte dell’operazione Scudo difensivo, nel corso della quale Israele mise sotto assedio le principali città della Cisgiordania giustificando la brutalità degli attacchi con la volontà di “trovare e arrestare i terroristi”, secondo quanto dichiarato dall’allora primo ministro Ariel Sharon.
L’invasione di Jenin durò allora 11 giorni e causò la morte di intere famiglie e la completa devastazione del campo rifugiati. Nel corso dell’invasione il governo israeliano negò l’accesso al campo a giornalisti e operatori umanitari, e la ricostruzione degli eventi richiese l’invio di una controversa missione ONU che stabilì che furono 52 le vittime dell’invasione, ma a distanza di anni rimangono dei dubbi sulle reali dimensioni del massacro. Varie associazioni, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, accusarono Israele di crimini di guerra e l’inviato ONU Road-Larsen criticò con sdegno la decisione di Israele di impedire l’ingresso al campo agli operatori umanitari.

La brutalità dell’invasione e i danni fisici e psicologici inflitti alla popolazione del campo sono raccolti nel documentario “Jenin, Jenin”, che il regista Mohammed Bakri dedicò alla memoria del produttore del film Iyad Samoudi, ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane a pochi giorni dalla fine delle riprese.
Sorte simile a quella di Samoudi spettò all’attivista, attore e direttore teatrale Juliano Mer-Khamis, che nel 2006 fondò a Jenin il Teatro della Libertà con lo scopo di rafforzare la resistenza culturale nei confronti dell’occupazione israeliana e offrire alle nuove generazioni palestinesi uno spazio di espressione artistica. Khamis venne ucciso nel 2011 con dei colpi di arma da fuoco, ma negli anni il Teatro della Libertà è diventato un punto di riferimento artistico e culturale, e il successo della creazione di Khamis ha avuto risonanza globale andando ben oltre ai 500 metri quadri che ancora oggi ospitano oltre 18.000 rifugiati.
Il Teatro, oltre a riscuotere successo e riconoscimento internazionale (si pensi alla partecipazione di Eyad Hourani alla cerimonia degli Oscar per la candidatura di Omar come miglior film in lingua straniera) è diventato uno sei simboli della resilienza e della perseveranza del popolo palestinese di Jenin, offrendo un messaggio di speranza alle nuove generazioni e attirando visitatori e volontari da tutto il mondo.
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Proprio le nuove generazioni, nate negli anni seguenti alla Battaglia di Jenin del 2002 e che Khamis vedeva come prime destinatarie della sua creazione, si trovano oggi a vivere giorni simili a quelli che scandirono la morte e la distruzione di 20 anni fa. La creazione e il rafforzamento, negli ultimi anni, di nuovi gruppi di resistenza armata a Nablus e a Jenin (la Fossa dei Leoni e le Brigate di Jenin) hanno di recente offerto a Israele il pretesto per compiere operazioni mirate che si traducono, con puntualità, nella morte di civili e in ulteriore danni psicologici per la popolazione della Cisgiordania.
Tra fine giugno e inizio luglio, in due operazioni militari che hanno visto l’utilizzo di elicotteri, droni e bulldozer, l’esercito israeliano ha riportato alla luce gli spettri di un passato che la città di Jenin e l’adiacente campo rifugiati credevano di essersi messi alle spalle in un difficile percorso di ricostruzione che aveva risollevato la città dalla devastazione dei primi anni 2000.
Nella notte tra il 2 e il 3 luglio Israele ha lanciato un’operazione di larga scala che ha visto il ricorso a bombardamenti indiscriminati e all’utilizzo di cecchini dispiegati per le vie del campo. Sono 12 le vittime dell’attacco, a fronte di decine di feriti e di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare le proprie case. Le Forze di Difesa Israeliane hanno preso di mira ambulanze e giornalisti, e a più di un anno di distanza dall’uccisione della popolare giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh l’inattività della comunità internazionale si traduce nella reiterazione dei crimini israeliani.

Gli attacchi hanno preso di mira anche il Teatro della Libertà di Jenin. L’attivista e direttore artistico del teatro Ahmed Tobasi ha affermato che “l’intera area del teatro è stata bombardata e le automobili in strada sono state date a fuoco, mentre le Forze di Difesa Israeliane hanno preso d’assalto e sono entrate nel teatro”. Il campo è rimasto per ore senza acqua, elettricità e internet e la popolazione si è barricata nelle proprie abitazioni.
“Il governo israeliano sta attraversando un periodo particolarmente problematico per l’opposizione interna e attaccare i palestinesi è un modo per distogliere l’attenzione dalla riforma della giustizia e ricompattare le forze politiche” spiega sempre Ahmed Tobasi, che parla di “situazione indescrivibile, l’esercito di Israele sta cercando di forzare una resa della popolazione di Jenin”.
Proprio l’attacco al Teatro, simbolo della rinascita e della resistenza culturale successiva alla Seconda Intifada, rappresenta idealmente il tentativo delle forze di occupazione israeliana di colpire lo spirito e la forza d’animo di un popolo che nel 1948 è stato costretto a lasciare la propria terra e che del 1967 vive sotto occupazione in violazione del diritto internazionale. Le ore che fanno seguito alla ritirata israeliana (è di un morto il bilancio per le IDF) serviranno a stabilire la reale entità dei danni causati a strade e abitazioni del campo. Secondo le prime stime delle agenzie e delle autorità locali l’80% delle abitazioni è stata danneggiata mentre la furia dei bulldozer ha travolto le vie del campo sventrando il manto stradale e riportando alla mente la devastazione dei primi anni ’00.

L’invasione di Jenin rappresenta l’ennesima riprova della collusione tra autorità Palestinese e Israele, e secondo quanto è trapelato nelle ore precedenti all’attacco il governo di Ramallah sarebbe stato invitato a sgomberare l’area da ogni ostacolo. Il trentesimo anniversario degli accordi di Oslo, che cade il prossimo settembre, sarà un’occasione per riflettere sugli errori compiuti negli ultimi anni e sulla corruzione diffusa in cui si è tradotto quello che doveva essere un processo di pace. Quel che è certo è che lo spirito e la sumud della popolazione palestinese resteranno saldi di fronte a brutalità e devastazione. E, nella speranza che la comunità internazionale possa avere un approccio diverso nei confronti del governo israeliano, il Teatro della Libertà tornerà ad essere uno dei punti di riferimento per Jenin e il popolo palestinese nel percorso verso l’autodeterminazione.



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