La lotta paga: la lezione dell’attivismo ambientalista nell’Alto casertano

I movimenti ambientalisti campani radicano e affinano con successo pratiche di lotta civile per impedire a chi per anni ha inquinato le loro terre di ripulirsi sotto veste green trovando nuove vie per fare affari.

Emanuela Marmo

Le questioni ambientali nell’Alto Casertano, trattate da MicroMega in differenti articoli (qui e qui), ci permettono di leggere le azioni dei movimenti da due prospettive: quella dell’attacco e quella della difesa e della resistenza; prospettive che qui vediamo calate nella realtà campana, ma presumibilmente tracciano un percorso nel quale possono identificarsi altri vissuti.

In questo frangente, abbiamo conosciuto attivisti che, più di altri, hanno manifestato una coscienza storica della propria azione. Infatti, Dario Palmesano del Movimento Basta Impianti fa risalire al ‘93 l’inizio delle contestazioni dell’Alto casertano, quando a Pignataro Maggiore volevano costruire una raffineria della Kuwait: «La battaglia popolare che si sollevò non era come quelle di oggi. La difesa del territorio e delle sue vocazioni non scaturiva da una vera e propria coscienza ambientalista». Tuttavia è qui che i nostri attivisti pongono lo spartiacque: «Località considerate marginali comprendono di essere vittime di una sorta di colonialismo. Un certo modello economico viene nei nostri luoghi a piantare le tende, presumendo che le persone del posto non siano in grado di rispondere, non abbiano strumenti per negoziare. E invece le comunità locali si organizzano, occupano l’autostrada per la prima volta nella storia dell’Agro caleno e la raffineria viene bloccata».

Gli attivisti sintetizzano per noi una barra del tempo. Ci portano quindi al 2001-2002, quando, ancora una volta a Pignataro Maggiore, «volevano costruire una piattaforma per lo smaltimento di rifiuti tossici e nocivi». Da una emotiva e istintiva protesta contro atteggiamenti predatori si passa, con questa vicenda, ad azioni strutturate: «Le rimostranze popolari diventano qualcosa di più politico, anche grazie al contributo giovanile che introduce nella contrapposizione l’esperienza dell’antagonismo metropolitano». La costruzione della piattaforma si arresta.

Nel 2007 la lotta si focalizza sulla discarica provinciale che il Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti in Campania, allora il Prefetto Alessandro Pansa, vuole a Pignataro Maggiore. La popolazione si mobilita occupando le rotaie ferroviarie Napoli-Roma. Dopo una dura lotta, l’apertura del sito viene bloccata.

Passiamo al 2013 e questa volta ci troviamo a Capua. Si contesta duramente l’apertura di un impianto di trattamento termico dei rifiuti mediante gassificazione, promossa dal presidente della Provincia Domenico Zinzi, il quale, otto mesi dopo la sua elezione, viene contestato per aver chiamato a dirigere la Gisec Donato Madaro, precedentemente coinvolto in una inchiesta sul traffico di scorie d’alluminio e polvere di allumina. La Gisec è la società di Gestione Impianti e Servizi Ecologici Caserta di cui era interamente proprietaria la Provincia e a cui si intendeva affidare la gestione del ciclo integrato dei rifiuti.

La storia del Gassificatore di Capua, quindi, si segnala per la mancanza di trasparenza in cui agiscono persino le istituzioni. Si susseguono gli scandali, tra cui ricordiamo l’arresto di Madonna, funzionario della Provincia, e di un responsabile della stessa GISEC. Tutto questo avviene in uno scenario in cui molti enti locali tendevano ad affidarsi a ditte private, rendendo il settore così redditizio da sollecitare interessi criminosi. I movimenti intraprendono una battaglia su scala provinciale e la realizzazione del gassificatore viene impedita.

Pochi anni dopo, nel 2016, la lotta si sposta a Calvi Risorta: bisogna impedire la costruzione della centrale a biomasse. I comitati esplicitano l’obiettivo politico delle loro battaglie: non si tratta solo di opporsi a questo o quell’impianto, ma di contrastare un modello di sviluppo, ipotizzato e progettato per questi luoghi, ai quali si impone dall’alto un’economia fatta solo di rifiuti e produzione di energia, come se non ci fossero altre risorse o saperi da riconoscere. Mettendo a frutto l’esperienza già maturata a Pignataro, con le prime grandi assemblee cittadine animate da centinaia di persone, gli attivisti danno luogo a consigli popolari che si considerano “nuove istituzioni”: «Attualmente le assemblee non si avvalgono più di questa espressione, nondimeno, per il tempo che fu in uso, si prestava a evidenziare il processo di innovazione nella pratica partecipativa delle comunità. I consigli popolari non erano mere riunioni di cittadini, riuscivano a determinare rapporti di forza tali da condizionare le decisioni pubbliche e dettare l’agenda politica. I più giovani mettono a disposizione la loro energia, assumendosi i maggiori rischi che la protesta in prima linea comporta. Soprattutto, i movimenti si consultano con tecnici ed esperti, divulgano informazioni, sono in grado di valutare alternative». La lotta contro la centrale a biomasse termina con la vittoria e soprattutto con la scoperta che quei terreni nascondevano la discarica industriale abusiva dell’ex Pozzi Ginori. Si apre così una ulteriore vertenza per la bonifica e il grido collettivo “Basta impianti”.

La storia prosegue e siamo nel 2017, nel comune di Bellona adiacente a Capua. Quell’anno erano scoppiati diversi roghi in Italia sia in siti abusivi che di stoccaggio legali. Quello di Bellona, nato nel 2000 come sito di raccolta differenziata, presentato come una svolta green, va in fiamme una prima volta nel 2012: le amministrazioni non prendono particolari provvedimenti. Quando prende fuoco nel 2017, Bellona decide di ribellarsi e chiede la messa in sicurezza del sito: «Il caso di Bellona vanta dei “primati”: è l’unico sito di stoccaggio messo in sicurezza a seguito di una lotta e non per iniziativa delle amministrazioni. Infine, si caratterizza per l’alto livello repressivo: le denunce vengono indirizzate a cittadini comuni, persino pacifici pensionati». Ad ogni modo, tra proteste di piazza e occupazione di uffici, il sito è messo in sicurezza.

Il 2018 segna un cambiamento: «Non è possibile dire se casuale o strategico, fatto sta che mentre prima la lotta si concentrava su un oggetto preciso, adesso sul territorio ricadono attacchi multipli». Solo per Pignataro vengono proposti due impianti contemporaneamente: l’impianto dei Fratelli Gentile e Euthalia.

L’impianto Gentile doveva essere un megaimpianto per il trattamento di sostanze altamente inquinanti provenienti dalla Terra dei Fuochi: «Duemila persone si riuniscono in una giornata di pioggia battente. La vasta mobilitazione popolare riesce a bloccare l’apertura del sito». Il secondo impianto si offre per lo smaltimento dell’umido e del rifiuto solido urbano. I movimenti occupano l’atrio della sede ove si svolgeva la conferenza dei servizi, una mamma viene ferita, ma l’impianto Euthalia non viene autorizzato. Immediatamente, però, i Fratelli Gentile ritornano in scena: «Avevano già comprato l’area, propongono un sito per lo smaltimento di materiale ferroso che ha parvenza meno impattante. Noi sappiamo che è un cavallo di troia. Inizia una lotta, frenata dalla pandemia, nel pieno della quale la conferenza dei servizi autorizza l’impianto. La storia, dunque, continua».

Per ispirazione della lotta ambientalista dell’Alto casertano, i movimenti campani oggi non solo chiedono che non siano aperti altri impianti, domandano anche che la messa in sicurezza dei siti passi per una bonifica sotto controllo popolare, affinché siano i Comuni o consorzi tra i Comuni a gestire le fasi degli interventi. I movimenti, cioè, esigono che sia impedito a chi per anni ha inquinato le loro terre di ripulirsi sotto veste green trovando nuove vie per fare affari.

I movimenti ambientalisti campani radicano e affinano pratiche di lotta civile, sperimentano inoltre linguaggi comunicativi: prima di riprendere il tour con Stop Biocidio, avvicinandoci a Napoli, più avanti vi parleremo dell’artista attivista Teresa Antignani e del marketing satirico dell’associazione Controcorrente.



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Emanuela Marmo

È una delle iniziative promosse in vista di “Ceci n’est pas un blasphème”, Festival delle Arti che si svolgerà a Napoli dal 17 al 30 settembre

Affrontare il cambiamento climatico. Questo il principale tema al centro del G20 di Napoli. A distanza di circa dieci giorni ordiniamo le tappe fondamentali di quelle giornate.

“Vivere come dee cyborg. Questo è ciò per cui noi dovremmo lottare”. Intervista alla scrittrice e attivista Helena Velena.

Altri articoli di Ambiente

Intervista a Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, in occasione dell'anniversario della fondazione della ong.

La responsabilità antropica nel riscaldamento globale è da imputarsi non "all’umanità" ma al sistema capitalistico nel suo complesso.

Nell’agosto del 1944 la capitale francese fu risparmiata dalle fiamme. Oggi un fuoco molto più esteso minaccia la terra intera.