Auguri, bilanci, prospettive

L’attuale quadro politico non fa ben sperare per l’anno che verrà. L’augurio, perciò, è che sia un 2022 di lotte. Ciascuno può fare la sua parte anche quando la prospettiva sembra la più buia, noi continueremo a fare la nostra per una sinistra illuminista di giustizia-e-libertà.

Paolo Flores d'Arcais

Fine anno e anno nuovo: momento rituale di bilanci e prospettive. Fare previsioni per il 2022 è su molti temi ragionevole quanto pensare di scommettere razionalmente alla roulette. Sul 2023, invece, abbiamo una certezza. Riguarda l’Italia, purtroppo.

Nella tarda primavera, al massimo a inizio estate 2023, a governare il nostro disgraziato Paese sarà un ministero Meloni-Salvini o Salvini-Meloni. Non la padella o la brace, metafora accattivante e inadeguata per gentilezza, ma disgusto-e-orrore, fine dell’epoca della democrazia inaugurata con la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista, promulgata il 27 dicembre 1947, invisa ai dioscuri (in concorrenza) del regime orbanico prossimo venturo.

È incredibile come questa tragedia, non certo previsione di cassandre in hybris di pessimismo, ma sicura per costanti accertamenti ormai da un triennio di sondaggi pluralisticamente affidabili, venga irresponsabilmente ignorata da politici e commentatori di un establishment che pur salmodia ininterrottamente giaculatorie di proclamata vocazione europea e fedeltà democratica.

Di modo che l’unica spiegazione è che abbiano già scontato il loro bacio della pantofola ai nuovi padroni della politica della nostra sciagurata patria (che è tale in grazia della Costituzione di cui sopra, e verrà quindi cancellata e sostituita dall’opposto della patria, il regime). Faranno un po’ di fronda, naturalmente, establishment oblige, specchietto per gonzi volontari (ormai tutte le testate giornalistiche, carta, radio, tv, web, tranne le tante che si contano sulle dita di una mano), insomma una spolverata di “eresia” con licenza de’ superiori, e accusa di estremismo demonizzatore ai pochissimi che persevereranno nella lucidità di chiamare regime un regime, “sì che dal fatto il dir non sia diverso” (Inferno XXXII, 12).

Questa certezza per il 2023 è propiziata dalla certezza che nel 2022 proseguirà ciò che è un dato inconfutabile dell’anno che sta per chiudersi, e anzi da moltissimi anni a questa parte: tra le realtà politiche organizzate non esiste più nessuna sinistra.

Dato inconfutabile, benché nel bla bla giornalistico si continui a usare il termine a sproposito di personaggi come Letta e Fico, Franceschini e Bettini, e financo Giuseppe Conte.

Valga il vero: essere a sinistra significa avere come bussola della propria attività, tanto all’opposizione che al governo, l’incremento dell’eguaglianza, cioè una pronunciata diminuzione quotidiana delle diseguaglianze economiche, sociali, culturali, tra i cittadini. Oggi nulla e nessuno, nel Pd o nei 5S (della cui stessa esistenza è doveroso dubitare) naviga con questa stella polare. Nel migliore dei casi abbiamo varianti e riedizioni dei democristiani periodo Caf.

Pessimismo atrabiliare? Personalmente sto anzi passando un periodo di felicità. Se ci sono indizi di lotta e di speranza, le due cose vanno insieme, prego segnalarmele, ne farò bisboccia.

Per fortuna c’è stato lo sciopero generale. Scelta sacrosanta anche se molto tardiva. Speriamo che alle affermazioni seguano i fatti, la volontà di essere un soggetto di sinistra che nella politica manca. Ma cosa hanno fatto Cgil e Uil in questi anni con i precari? Nella logistica? Tra i fattorini? Nelle campagne dello schiavismo? Perché non si battono come leoni per il salario minimo di 10 euro l’ora, senza eccezioni, e con soglia più alta per i precari? E per l’abolizione di contratti diversi nelle stesse fabbriche? E del lavoro in affitto? E per un nuovo Statuto dei lavoratori? Per resistere bisogna anche saper fare controffensiva, non so se ci sono consigli già in Sun Tzu, è comunque la verità della lotta sociale.

Naturalmente la sinistra esiste, milioni di cittadini che valutano e agiscono secondo il criterio di giustizia-e-libertà. Nel Paese, però, non nelle istituzioni (orfani di rappresentanza, si è detto). Ma anche qui, purtroppo, oltre al permanere delle diffidenze reciproche che mantengono ogni esperienza nella frammentazione, nell’isolamento, nell’atomizzazione, nascono nuove tendenze al suicidio, e anzi dilagano con modalità di virus. Ad esempio: in nome dell’inclusività, che – va da sé – dovrebbe unire, aedi, cheerleader e curve sud del politicamente corretto producono divisioni, moltiplicano litigi e fomentano odi teologici.

***

Prendiamo sesso e genere. Ci sono femmine e ci sono maschi, cromosomi XX nelle prime XY nei secondi, è biologia dei mammiferi (e non solo), ben prima di Homo sapiens. Nella quale specie (ma forse anche in altre) esiste poi un numero ridottissimo di individui con fenotipo sessuale anomalo (il più noto è l’ermafroditismo) o che “vivendosi” come di sesso opposto a quello genetico intendono mutarlo per via ormonale e/o chirurgica. E naturalmente esiste tutta la gamma delle preferenze sessuali, variegatissima per ogni possibile intreccio. Negli anni Ottanta le comunità omosessuali americane avevano introdotto l’acronimo LGB (lesbiche gay e bisessuali), oggi siamo ormai a LGBTQIAPK (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali, pansessuali (o poligami) e kinky), ma proporrei di aggiornare in LGBTQIAPK>, a indicare che la sigla è inevitabilmente in progress.

Un numero ridottissimo dentro un settore ridottissimo di questa galassia pretende non già di non subire discriminazioni, che è rivendicazione democratica sacrosanta anche quando riguardasse un solo individuo, ma di imporre erga omnes la propria ideologia, screziata, visto che già si dividono in correnti con vicendevoli scomuniche. Per cui se Joanne K. Rowling scrive che fra una donna con XX e mestruazioni e una trans che si sente donna ma continua ad avere il pene una differenza esiste (fatto empiricamente incontestabile), verrà lapidata di ingiurie e minacce, e l’iperminoranza ideologica (anzi una delle sue correnti, in anatema con le altre) dell’iperminoranza trans che si sente donna ma non rinuncia al pene, imporrà l’ostracismo alla schiacciante maggioranza che opina come la Rowling: nelle università, sui media, sui social.

Mi sono soffermato su questo ramo del politicamente corretto, in Italia solo agli esordi, perché considerazioni analoghe valgono per le offese alla lingua italiana a forza di * e ə, per le censure dei classici, visto che contengono valori dei propri tempi anziché quelli di una parte dell’oggi, per le lenzuola sui nudi greci e romani poiché offendono il fedele di Allah [il cui massimo premio è però il godimento sessuale illimitato di uno stuolo di Urì dai grandi occhi neri (Corano 37,48), dai seni rotondi (78,33), dalla pelle bianca e lucente (3,15) buone e belle (55,70) e appassionate (56,36), anche se purtroppo (opinione personale) sempre vergini] o le pratiche cui non si sarebbe prestato neppure Daniele da Volterra detto il Braghettone, contro i nudi sublimi di Courbet e Gaugin e Modigliani e Schiele e tanti altri.

MicroMega ha dedicato il volume 6/2018 alla perversione del politicamente corretto, e saremo costretti a tornarci sempre più spesso, ahimè, perché il danno che questa demente facinoroseria (sì, lo so, invento un neologismo) infligge è duplice: intanto sono pratiche reazionarie in sé, che fanno dunque arretrare il sentire comune in senso sessuofobico, dogmatico, antilaico e onnilateralmente censorio. Inoltre fanno passare in secondo piano, o addirittura dimenticare, nei mondi che si immaginano di sinistra, la questione cruciale e materiale della diseguaglianza sociale, dello sfruttamento (si può ancora dire?). Per cui scrivendo car* tutt* ho messo a posto la mia coscienza, anche se nel Paese latitano gli asili nido (la cui mancanza come si sa pesa soprattutto sulle madri) e ogni anno muoiono di omicidi da imprenditoria liberista sfrenata un migliaio di lavoratori (per fortuna Natalia Aspesi ha scritto con la vemenza necessaria quanto fosse indecente che tutti i media dedicassero prime pagine alla, ovviamente vituperabile, pacca sul culo di un tifoso a una giornalista, e neppure le dieci righe in cronaca ai tre omicidi di lavoratori nella stessa giornata).

Quanto all’islamofilia, che ha ormai contagiato quasi interamente la sinistra francese (in coriandoli), essa, ahimè, sta  facendo ricchi proseliti anche da noi: nella grandiosa manifestazione delle sardine a Roma di due anni fa, a rappresentare la discriminazione contro le minoranze non era una donna di origini islamiche in lotta con sacrifici e rischi per liberare sé e le proprie compagne dal razzismo e dalla sudditanza al maschio di casa, ma una giovane con tanto di velo, indumento che di quella sudditanza è simbolo universale (spesso zuppo di sangue).

***

Abbiamo certezze anche rispetto alla pandemia. Ma queste le avevamo già. Due certezze.

Una riguarda l’andamento della diffusione del virus e la comparsa delle mutazioni: gli strumenti statistici di diagnosi si sono dimostrati molto affidabili fin dall’inizio, marzo 2019, si sono affinati ulteriormente con il crescere del materiale studiato, ci dicono con ottima approssimazione la curva dei contagi, degli ospedalizzati, dei ricoveri in terapia intensiva, dei morti, a fronte dei vaccinati con una, due, tre dosi, e la frequenza delle mutazioni e quante attecchiranno. Non ci sanno dire in anticipo le caratteristiche di tali mutazioni, l’indice di pericolosità, non con precisione, almeno, ma è intuitivo che più varianti si diffondono maggiori sono i rischi, prima o poi una “bucherà” i vaccini e inizierà la Pandemia B (potrebbe accadere perfino già con Omicron, qualche virologo lo paventa, le seconde dosi le “buca”, sulla terza i dati sono ancora insufficienti).

L’altra riguarda i governi. Che continueranno a non fare quanto si sa necessario per debellare la pandemia. La scorsa primavera ormai anche i sassi sapevano che erano necessarie (e possibili, tecnicamente ed economicamente) due misure: obbligo di vaccino in Occidente, miliardi di dosi gratuite dall’Occidente ai paesi più poveri (che si impegnassero alla vaccinazione di massa). Non l’hanno fatto, ovviamente. Sulla prima omissione è stata chiara, benché con lessico e sintassi politicante, Angela Merkel (nessun altro statista in nessun altro Paese, invece e purtroppo). Traduco in linguaggio comune: fino a che la paura di massa non raggiunge una soglia molto alta, prendere le misure necessarie fa perdere consensi[1]. A quel punto, ovvia glossa, si è in ritardo sul virus di settimane, se non mesi.

In Germania, in meno di un mese, si è passati da 74 mila contagiati al giorno a 10 mila, è bastato il lockdown per i non vaccinati (poi, dopo il cenone di Natale, la curva ha ripreso a salire). Da noi ormai veleggiamo verso e oltre i centomila al giorno, il lockdown per i non vaccinati avrebbe dovuto essere deciso da quel dì, ma il santificato presidente Draghi il coraggio non se lo sa dare, sa che la Meloni ringhierebbe un bau bau, Salvini un bau e mezzo ma in sordina, e Conte un non so, ma tanto basta per mettergli paura.

In Belgio, tre medici della regione vallone hanno pubblicamente chiesto una discussione etica urgente, poiché sempre più spesso sono costretti a decidere a chi assegnare un letto di ospedale. Perché chi non si è voluto vaccinare, e ha preso la Covid (e aumentato il tasso pandemico), dovrebbe avere la priorità su un malato di cancro, un cardiopatico o financo chi ha bisogno di un intervento contro le emorroidi? Etica e buon senso dicono esattamente il contrario, che aspetta il ministro Speranza a porre la questione sul tappeto (la cui soluzione dovrebbe andare da sé)? Che i morti per tumore e cardiopatie aumentino, come già avvenuto in altri periodi della pandemia?

Sulla seconda omissione c’è poco da indagare: profitto chiama profitto che chiama superprofitto, e governi capaci di non essere succubi della hybris liberista, di porre un qualche freno e limite, anche quando ne va della vita di milioni di propri elettori, oggi non se ne vedono.

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Con quasi certezza nel 2022 avremo un nuovo presidente della Repubblica. Quasi certezza, benché Mattarella abbia usato tutti gli strumenti linguistici, tranne il turpiloquio (che molti dei suoi interlocutori meritavano senz’altro), per smentire illazioni, congetture, retroscena e altro non-giornalismo su carta stampata, radio, tv e internet. Speriamo che il “quasi” si dissolva e la non rielezioni di Mattarella resti acquisita. Per un fatto cruciale, che nessuno però ha avuto la bontà di dire: l’eventuale secondo mandato sarebbe inteso nella modalità Napolitano, non per altri sette anni, ma due o tre. E allora a eleggere il capo dello Stato successivo sarebbe la maggioranza prossima ventura, intasata di fascisti, ex-fascisti, post-fascisti, proto-fascisti, neo-fascisti e altri figuri che ti raccomando, tutti odiatori della Costituzione repubblicana che, nata dalla Resistenza antifascista, ci rende con-cittadini della stessa patria. Dopo un paio d’anni di Mattarella bis, insomma, al Quirinale salirebbe davvero il pregiudicato. Mattarella continuerà a dire di no anche per questo, immagino e spero.

Chi sarà il nuovo presidente è impossibile prevedere, e anzi azzardare. I franchi tiratori ci sono sempre stati e spesso hanno mandato a monte decisioni e accordi tra i partiti. Ma in questo caso almeno la metà dei grandi elettori è totalmente incontrollabile, seguirà i propri umori, i propri interessi (di voti comprati o in vendita c’è già gran sentore), le momentanee idiosincrasie, i ghiribizzi, tutto insomma fuorché “scienza e coscienza”. Draghi al Colle vuole salire, ma vuole che glielo chiedano tutti, e all’ultimo istante, perché da candidati si è logorati ogni ora, si stia zitti o si parli e qualsiasi cosa si dica, e “tutti” in parte non vogliono e in parte non possono. Con la gaffe alla conferenza stampa le sue chance sono finite al lumicino.

L’identikit del presidente necessario ovviamente è facilissimo: un Custode della Costituzione (figlia della Resistenza). Persone come Lorenza Carlassare, prima donna a vincere una cattedra di Diritto Costituzionale, che strameritava di essere la prima donna alla Corte Costituzionale se il Presidente Scalfaro, ingiustamente, non le avesse preferito Fernando Contri, e Napolitano, peggio che mai, non l’avesse in seguito neppure presa in considerazione. O come Gustavo Zagrebelsky, che della Corte è stato il Presidente migliore. O come Giorgio Parisi, Nobel per la fisica e da sempre impegnatissimo nella difesa della Costituzione.

Con questo parlamento di nani (e nemmeno ballerine) non hanno chance, perciò.

Sarebbe poi auspicabile, auspicabilissimo, sommamente desiderabile e democraticamente propiziatorio, che il 2022 vedesse la promulgazione della legge elettorale proporzionale. Nel senso pieno e letterale del termine, con sbarramento bassissimo e anzi senza nessuno sbarramento (per cui, se i deputati sono 400, con l’1% si occuperanno quattro scranni). Non esistono leggi elettorali migliori in astratto, dipende sempre dai valori che si vogliono approssimare e dalle circostanze storico-psicologiche. In un’Italia che vedesse unanime l’adesione ai valori della Costituzione-repubblicana-nata-dalla-Resistenza potrebbe andare benissimo un maggioritario che valorizzi al massimo il bene “governabilità”. Nella triste gora della attuale deplorabile temperie anti-antifascista (o peggio), priorità alla governabilità significa ponti d’oro al regime.

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Infine, trascegliendo tra i tanti temi che varrebbe la pena analizzare, il prossimo anno si dovrebbe svolgere il referendum dell’Associazione Coscioni per abrogare l’incivile articolo fascista del codice penale che punisce con quindici anni di ferri l’omicidio del consenziente (contradictio in adiecto come poche). A febbraio la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito, e resistere alle sante e sacre ma per nulla sacrosante, anzi, pressioni felpate e potentissime con cui la Chiesa Cattolica Apostolica Romana vuole impedire il voto dei cittadini. La Corte dovrebbe, in quei giorni, essere presieduta da Giuliano Amato, vedremo se saprà resistere alla immoral suasion di Oltretevere. Nel qual caso si voterà entro l’anno, salvo elezioni politiche anticipate. E sarà un grande scontro di civiltà, fra il partito di vita-e-è-libertà e il partito della tortura. Combattuto ad armi certamente impari, perché dove inclineranno le tv, aduse quando si parla ad esempio di ossessioni psichiche gravissime, a invitare su un piano di parità psichiatri ed esorcisti, è scontato. Ma una vittoria della parte civile del Paese, schiacciante come ai tempi di divorzio e aborto, avrebbe ripercussioni importanti e forse felicemente imprevedibili sul famoso “quadro politico”.

Perciò auguri a tutti per un 2022 di lotte, ciascuno può fare la sua parte anche quando la prospettiva sembra la più buia, noi continueremo a fare la nostra per una sinistra illuminista di giustizia-e-libertà, insieme a tanti di voi, sempre di più, magari: le speranze vengono di conseguenza.

[1] Dalla conferenza stampa del 28 ottobre 2020: “Se [queste misure ] le avessimo decise quindici giorni fa avremmo potuto decidere un numero inferiore di misure o comunque per un tempo meno lungo. D’altra parte, ogni decisione ha bisogno di essere politicamente accettata, e la situazione è semplicemente che questa accettazione politica quindici giorni fa non c’era. (…) Se alla fine di agosto avessimo detto: ‘Guardate, ecco i primi segni di crescita esponenziale, quindi dobbiamo ridurre i contatti adesso’, non credo che avremmo trovato i cittadini pronti. Ma noi non possiamo prescindere dalla disponibilità dei cittadini”.

FOTO DI VALERIO NICOLOSI



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