Aumento delle spese militari: non è un destino obbligato

La decisione dell’Italia di incrementare le spese militari fino a portarle al 2% del PIL (passando da 25 a 38 miliardi annui) non è un destino o un vincolo imposto da trattati internazionali. È una scelta. Coerente con l’atteggiamento di tutti i governi che si sono susseguiti in epoca repubblicana, abituati, in sede di Consiglio atlantico, a dire sempre e soltanto sì, anzi signorsì!

Domenico Gallo

Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello! I versi del canto VI del Purgatorio di Dante Alighieri sono il commento più adeguato alla decisione di incrementare ulteriormente le spese militari fino a portarla al 2% del PIL (3,5% del bilancio dello Stato), preannunciata dal Presidente del consiglio Draghi il 1° marzo e approvata dalla Camera con un ordine del giorno votato a stragrande maggioranza. Non è un impegno da poco, si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno). Aumentare di 13 miliardi all’anno le spese per l’acquisto di armamenti (li chiamano investimenti per la difesa) quando è già stato previsto un taglio di sei miliardi di euro per la spesa sanitaria per gli anni 2023 e 2024, non è il modo migliore per tutelare gli interessi del popolo italiano, eppure i principali mass media hanno fatto a gara nel censurare Conte che si opponeva a una scelta così deleteria. D’altro canto Draghi è stato irremovibile e si è rischiata una crisi di governo fino a quando non è stato trovato il compromesso di spostare al 2028 il raggiungimento di questo infelice traguardo.

La tesi di fondo avanzata dal coro degli atlantisti è che l’Italia deve rispettare gli obblighi assunti in sede NATO, in particolare nel vertice dei capi di Stato e di Governo, svoltosi il 4/5 settembre 2014 nel Galles in cui fu concordato che i paesi europei avrebbero dovuto aumentare la spesa militare con l’obiettivo di portarla al 2% del PIL entro il 2024. Su questo punto occorre fare chiarezza. A norma dell’art. 117 della Costituzione: “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento e dagli obblighi internazionali”. I vincoli che il legislatore deve rispettare sono quelli che derivano dal diritto internazionale consuetudinario e quelli che derivano del diritto internazionale pattizio, cioè dai trattati internazionali. Le dichiarazioni d’intenti espresse nei vertici NATO, ovviamente non rientrano nel diritto internazionale generale, né sono dei trattati internazionali. Qualora – in via d’ipotesi – in sede NATO fosse stato firmato un trattato internazionale con l’impegno a effettuare determinati “investimenti” nella Difesa, questo trattato, prevedendo oneri alle finanze, avrebbe dovuto essere sottoposto all’approvazione da parte del Parlamento, con legge di autorizzazione alla ratifica, ai sensi dell’art. 80 della Costituzione. Naturalmente in sede di ratifica il Parlamento sarebbe stato libero di dire no. Il fatto che Renzi abbia promesso a Trump nel 2014 di raddoppiare le spese militari è un evento politico che non può in alcun modo pregiudicare la libertà del Parlamento di allocare le risorse del bilancio pubblico, se l’Italia è ancora uno Stato sovrano. Ma il punto è proprio questo: la sovranità. Nell’agosto del 1968 il Segretario del PCUS, Leonid Breznev, giustificò l’invasione della Cecoslovacchia enunciando la dottrina della “sovranità limitata” dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Nell’ambito della NATO la dottrina della sovranità limitata non è stata mai enunciata, nondimeno è stata praticata in forma occulta ma efficace. Quando in Italia si profilava un cambiamento politico rispetto agli assi tradizionali della guerra fredda, il segretario della DC Aldo Moro, nel corso del suo viaggio negli USA, il 25 settembre del 1974, ricevette una esplicita minaccia di morte da parte di Henry Kissinger, personaggio non aduso a parlare a vanvera. Dalla morte di Moro in poi, l’Italia adempie agli “obblighi” dell’Alleanza atlantica, senza discutere, sia che si tratti di collaborare alle extraordinary renditions (vedi vicenda Abu Omar), sia che si tratti di partecipare a delle manovre militari nei Paesi baltici o nel Mar Nero, sia che si tratti di inviare armi letali all’Ucraina, sia che si tratti di raddoppiare le spese militari, malgrado il disastro economico-finanziario provocato dalla pandemia. Poiché l’epoca della costrizione violenta attraverso la strategia della tensione è terminata con la fine della prima guerra fredda, tutto questo atlantismo d’assalto dei vertici istituzionali e dei leaders politici non può trovare altra spiegazione che in una libidine di servilismo, l’antica vocazione al servaggio di cui parla Dante. Del resto non può essere un caso che l’Italia, qualunque sia il governo in carica, in sede di Consiglio atlantico non abbia mai detto no, sappia solo dire sempre e soltanto sì, anzi: signorsì. All’obbedienza atlantica noi preferiamo l’obbedienza alla coscienza, che è illuminata dalle parole di Papa Francesco che ha dichiarato: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”.

 

(credit foto ANSA/GIUSEPPE LAMI)



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