Aumento inflazione: il 2023 in salita dell’economia italiana. Intervista a Emilio Carnevali

La Bce alza i tassi per contenere l’inflazione. Lagarde non aveva molte alternative. Quello che servirebbe però sono politiche mirate non solo a frenare l’inflazione, ma anche a mitigarne gli effetti sui settori di popolazione più vulnerabili. Esattamente il contrario di quello che sta facendo il governo italiano.

Rita Viola

Aumento inflazione inevitabile. Qualche giorno fa la Bce ha annunciato l’aumento dei tassi di interesse, una decisione che ha provocato forti reazioni sia dal mondo finanziario e imprenditoriale che da quello politico. Ma cosa significa esattamente la decisione della Banca centrale europea? Che effetti concreti avrà? Perché Lagarde ha deciso di alzare i tassi, rischiando di innescare una recessione nell’eurozona? E come si combinano queste decisioni con le misure della finanziaria del governo Meloni? Ne parliamo con Emilio Carnevali, che insegna economia alla Northumbria University di Newcastle Upon Tyne, nel Regno Unito.

 Prof. Carnevali, che cosa significa esattamente la decisione della Bce e che effetto avrà sui comuni cittadini?

La Bce ha deciso un aumento di mezzo punto percentuale dei tre tassi di riferimento sui quali esercita un controllo diretto. Sono tassi che a loro volta influenzano i tassi di interesse per prestiti con scadenze più lunghe presenti sui mercati. In pratica si è deciso l’aumento di tassi che “guidano” – o almeno dovrebbero farlo, in circostanze normali – le condizioni del credito nella zona euro.

L’incremento dei giorni scorsi si somma a quelli degli ultimi mesi. La stretta è cominciata questa estate, quando la Bce ha posto fine all’epoca dei “tassi negativi” nella quale eravamo entrati con la crisi dei debiti sovrani in Europa.

Il primo e più evidente effetto di questa decisione lo sentiranno le famiglie che hanno un mutuo a tasso variabile. Le rate mensili di questi mutui dipendono infatti da tassi che sono direttamente influenzati da queste decisioni della Bce, in particolare dal livello del tasso applicato ai depositi degli istituti finanziari presso la banca centrale stessa. Questo è proprio uno dei tre tassi alzati da Lagarde nei giorni scorsi.

Ma nel momento in cui le condizioni del credito si fanno più restrittive, gli effetti sono percepiti un po’ da tutti: dalle imprese, che si vedono chiedere tassi di interesse più elevati per i presiti che domandano alle banche, allo Stato, che paga tassi più alti sui titoli che emette, ovvero sul denaro che prende in prestito da cittadini, risparmiatori, investitori.

Perché ha fatto riferimento a “circostanze normali” quando ha spiegato questo meccanismo?

Perché le condizioni del credito non sono influenzate solo dai tassi a breve controllati direttamente dalla Banca centrale. Ad esempio, chiunque legga i giornali o veda un telegiornale si imbatte quasi quotidianamente nella notizia che il tasso di interesse sui titoli di Stato italiani a dieci anni è aumentato, oppure diminuito. Stessa cosa per il famigerato spread fra il rendimento dei nostri titoli a 10 anni e quelli emessi dal governo tedesco.

Ecco, queste non sono oscillazioni direttamente “decise” dalla Bce. Talvolta possono addirittura essere “subite” dalla Bce. In determinate circostanze, ad esempio, i mercati – ovvero gli investitori che detengono titoli di debito – possono decidere di cominciare a vendere una certa categoria di titoli facendone crollare il prezzo, e determinando così una impennata dei loro rendimenti. Quando si materializza una situazione del genere la cosiddetta “trasmissione” della politica monetaria, ovvero la capacità della Banca centrale di influenzare l’intera struttura dei tassi presenti sul mercato, si interrompe.

È questo il motivo per cui Mario Draghi fu costretto a varare il cosiddetto Quantitative Easing, ovvero l’acquisto di titoli a lungo termine sui mercati secondari da parte della BCE al fine di calmierarne il rendimento. Ed è proprio pensando alla possibilità di simili scenari che lo scorso luglio la Bce ha varato il Trasmission Protection Instrument. In pratica, la Bce ha dichiarato che si impegnerà a comprare titoli di un determinato paese nel caso questi fosse oggetto di attacchi speculativi non giustificati dai suoi fondamentali economici.

Quando mi riferivo a “circostanze normali” mi riferivo all’assenza di questi problemi di trasmissione della politica monetaria. Anche se, guardando all’ultimo decennio, si potrebbe giustamente obiettare che sono le “circostanze eccezionali” ad aver rappresentato la “normalità” nell’eurozona.

 Qualcuno ha paventato che questo intervento della Bce rischia di innescare una recessione: perché la Banca centrale ha deciso allora questo intervento?

Senza dubbio la Bce ha inaugurato una politica più restrittiva. Non lo ha fatto solo aumentando i tassi. Ha anche annunciato l’inizio di un percorso di riduzione dei titoli che ha in bilancio in virtù degli acquisiti fatti con il primo programma di Quantitative Easing, a cui ho appena fatto cenno. Inoltre, Lagarde ha annunciato in modo molto deciso che altri rialzi di tassi seguiranno. L’obiettivo della stretta è contrastare l’attuale impennata inflazionistica.

Ora, credo che la Bce dovrebbe muoversi con estrema prudenza in questa fase. In Europa la spinta inflattiva è stata determinata soprattutto dallo shock energetico seguito alla guerra in Ucraina. La componente cosiddetta “da domanda” qui è molto meno pronunciata rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. Non è quindi così scontato che alzando i tassi di interesse, e quindi moderando le componenti della domanda sensibili ai tassi, si riesca a produrre facilmente una frenata nella corsa dei prezzi.

D’altra parte è pure vero che la Bce non aveva molte alterative a disposizione, soprattutto nel momento in cui tutte le altre banche centrali intorno ad essa stanno alzando i tassi. Nello statuto della Bce non c’è il mandato a controllare il tasso di cambio. E Lagarde si guarderebbe bene a uscirsene fuori in conferenza stampa con considerazioni simili. Ma è evidente che se l’euro perde troppo terreno nei confronti delle altre valute a causa di tassi di interessi troppo bassi, in particolare nei confronti del dollaro, l’eurozona finisce per “importare” inflazione dall’esterno. Un euro debole significa prezzi più alti per il nostro import, compresi quei prodotti energetici che in questo momento sono al centro dei nostri problemi.

Inoltre, nel momento in cui sia il tasso di inflazione attuale, sia il tasso di inflazione attesa (l’inflazione futura) crescono, i tassi reali si riducono. Alzare i tassi nominali contribuisce a contrastare questo calo non voluto dei tassi reali.

Detto tutto ciò, lo ripeto, credo che la Bce farebbe bene a continuare a muoversi con una certa cautela, visto il peggioramento del quadro macroeconomico.

Perché è così importante tenere l’inflazione sotto una certa soglia?

L’inflazione tende a renderci più poveri, perché a parità di reddito nominale (i soldi che arrivano nel nostro conto in banca alla fine del mese) cala il nostro reddito reale (ovvero i beni e servizi che possiamo comprare con quei soldi). Almeno questo è vero per tutti coloro che non hanno controllo sui prezzi e le tariffe, cioè che non possono “trasferire” ad altri l’aumento dei prezzi che subiscono.

Intendiamoci: l’inflazione ha anche un ruolo positivo. Nell’ultimo decennio abbiamo avuto seri motivi per preoccuparci dell’assenza di inflazione, o addirittura dell’avvento della deflazione. L’inflazione aiuta i debitori, primo fra tutti lo Stato, che è un grande debitore, dato che l’importo nominale di un debito rimane fisso. Si è fatto spesso il paragone fra la pandemia da Covid 19 e una guerra. Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi europei hanno gestito l’enorme debito pubblico accumulato grazie a una virtuosa combinazione di crescita economica e inflazione. Un certo livello di inflazione potrebbe anche farci comodo in questa fase.

Il problema dell’attuale inflazione non è solo il suo livello, ma la sua qualità. L’inflazione in Europa è attualmente al 10% (ultimi dati diffusi da Eurostat alla fine di novembre). Ma se andiamo a vedere cosa c’è dietro questa cifra tonda, ci accorgiamo che è tirata su principalmente dall’incremento del prezzo dell’energia (più 43,9% su base annua) e dai prodotti alimentari (più 13.6%). Questo tipo di inflazione ha conseguenze sociali molto gravi. Sono i ceti sociali più deboli che spendono la più alta percentuale del proprio reddito in cibo ed energia. Vuol dire che questa inflazione colpisce soprattutto loro. E ciò si somma agli effetti redistributivi perversi di cui parlavo prima.

L’intervento della Bce è l’unico strumento per frenare l’inflazione?

No.  Non lo è. Anche se a volte sembra che lo sia. Rischiamo di compiere un errore simile a quello che abbiamo fatto con la crisi finanziaria di un decennio fa. Allora si delegò tutto l’onere delle politiche anticicliche alla politica monetaria, alle banche centrali. E agli Stati fu chiesto di “tirare la cinghia”, quando invece avrebbero dovuto mettere in campo robuste politiche fiscali espansive.

Adesso siamo in una situazione diversa. Ma oggi come ieri si tende a delegare tutta la responsabilità alla Banca centrale, che – come dicevo prima – non ha grandi margini di manovra. E agisce con strumenti molto “ruvidi”: quando salgono le rate del mutuo salgono anche per quelle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

È vero. Gli Stati europei hanno messo in campo pacchetti finanziari importanti per contenere il prezzo dell’energia per i consumatori finali. Ma ci sono anche altre politiche che si potrebbero attuare. Non solo per frenare l’inflazione, ma anche per mitigarne gli effetti sui settori di popolazione più vulnerabili.

Che senso ha – e qui penso specificamente al caso dell’Italia – tagliare le tasse ad una porzione importante dei contribuenti più abbienti come si sta facendo con la nostra legge di bilancio? Quale beneficio ne riceve l’economia italiana? Non mi sembra una idea brillantissima: in tempi di alta inflazione, può addirittura essere necessario alzarle le tasse sui contribuenti più ricchi, non abbassarle.  Ma anche prescindendo da questa ipotesi, che meriterebbe un ragionamento più articolato, mi chiedo: non sarebbe stato più ragionevole identificare altre priorità per queste politiche di spesa? Ad esempio, si sarebbero potuti indicizzare i sussidi alla povertà, là dove non prevedono un meccanismo di adeguamento alla crescita dei prezzi (come il nostro reddito di cittadinanza).

Si è scelto di fare esattamente il contrario, dato che nel corso del 2023 decine di migliaia di nuclei famigliari perderanno il reddito di cittadinanza in virtu’ delle nuove norme contenute nella legge di bilancio.
Da un certo punto di vista perfino la lotta all’evasione fiscale può essere considerata una misura anti-inflazionistica. In fondo, il suo risultato macroeconomico è quello di drenare capacità di spesa dal sistema, compensando gli effetti di eventuali sussidi più generosi. Lo trovo un approccio molto più sensato ed equo di tanti altri.

Si potrebbe poi intervenire in quei settori protetti che contribuiscono a tenere ingiustificatamente alti prezzi e tariffe per i consumatori e imprese: farmacie, taxi, stabilimenti balneari, notai. Il costo di avviare una nuova impresa in Italia è il più alto d’Europa. L’efficienza del nostro sistema produttivo beneficerebbe anche da un miglioramento del funzionamento della nostra macchina amministrativa, che funziona male. Per questo servono risorse. Anche se in questo caso, naturalmente, parliamo di riforme i cui effetti si vedono nel medio periodo.

Andrebbe abbassata l’età media dei dipendenti pubblici con nuove assunzioni di giovani altamente qualificati: ingegneri, geologi, statistici, matematici; persone che hanno familiarità con i fogli Excel, i linguaggi di programmazione, le lingue straniere. L’ultimo governo ha avviato iniziative importanti su questo fronte. Non sarebbe meglio dare la priorità a queste cose invece che spendere i soldi con tagli fiscali per determinati portatori di interessi? Abbiamo di fronte la sfida di spendere bene i soldi del Pnrr. Abbiamo una macchina amministrativa all’altezza? Purtroppo, mi pare che la legge di bilancio vada nella direzione sbagliata su molti di questi temi.



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