L’aumento delle spese militari e la mancanza di strategia

Sull’onda della guerra in Ucraina si è deciso un aumento delle spese militari, che però con il sostegno alla resistenza contro Putin non c’entrano nulla. Meglio sarebbe ragionare seriamente su una difesa comune europea.

Mario Barbati

Dalla drammaticità e brutalità della guerra alle burlette della politica italiana. Con la scusa dell’invasione russa dell’Ucraina è partita la corsa al riarmo senza la benché minima parvenza di strategia politica. Confondendo gli aiuti in armi e non solo all’Ucraina, le spese militari per la Nato, la politica di difesa europea.
Il governo prima annuncia di voler raggiungere l’obiettivo del 2 per cento d’investimenti in armi entro il 2024, rispettando così gli impegni presi con la Nato nel 2006 e confermati nel 2014 ma mai ottemperati. Si tratterebbe di una spesa di 13 miliardi di euro in meno di due anni. Si oppone solo il Movimento 5 stelle, favorevole a mantenere comunque gli impegni con la Nato ma incrementando gradualmente le spese. Prima e dopo lo scontro politico, il premier Draghi e l’ex premier Conte riferiscono al Quirinale da Mattarella. Alla fine, si raggiunge un compromesso certificato dal ministro della Difesa Guerini – probabilmente con la moral suasion del Colle – che parla di “graduali aumenti alle spese militari e obiettivo del 2 per cento da raggiungere entro il 2028”. Lo stesso Draghi si dichiara soddisfatto dell’accordo e afferma che “nel Def non è previsto che ci sia nessuna indicazione specifica per le spese militari”.

In questo modo gli impegni con la Nato verranno rispettati, le industrie belliche che producono e vendono armamenti brindano, politicamente il M5s ha un sussulto di visibilità dopo mesi di estinzione, il Pd come sempre sonnecchia o fa finta di non sapere in modo da non scontentare nessuno. Resta fuori il vero tema, di cui nessuno si occupa tranne pochi osservatori e Romano Prodi: le spese militari non vanno aumentate ma diminuite e ottimizzate nella costituzione di un Corpo di difesa europea.

In un momento storico in cui l’Europa è sotto ricatto della Russia per i rifornimenti energetici e la Nato è impotente perché non può intervenire in Ucraina per ovvie ragioni, la priorità dovrebbe essere la Difesa europea. Ma anche con la guerra come con la pandemia, l’Ue paga le sue carenze storiche. Non si capisce poi che cosa c’entri la legittima difesa del popolo ucraino, a cui le armi vengono inviate per non soccombere all’invasore, con la corsa al riarmo che sta infervorando tutti gli Stati europei ognuno per conto suo. Se infatti sommiamo la spesa militare attuale dei 27 Paesi dell’Unione europea (quindi non tutti Nato) otteniamo una cifra pari a quasi 233 miliardi di dollari, più di tre volte superiore ai 62 miliardi di dollari spesi dalla Russia.

È chiaro che questa somma andrebbe integrata, coordinata e fare questo richiederebbe una politica estera comune, un esercito comune europeo, rinunciare al principio dell’unanimità, in sostanza cambiare radicalmente l’architettura dell’Ue. Quanto di più lontano oggi.

Ma che servirebbe ad evitare, per esempio, che la Germania già dominante economicamente in Europa si potenzi ulteriormente come sta facendo anche militarmente per conto suo. In realtà, strutture militari esistono già da anni nelle istituzioni europee: l’European Peace Facility (mettiamo un velo pietoso sul nome) è il programma che ha consentito l’invio di armi europee in Ucraina. Ma poi senza una politica comune, ciascun Paese guarda al proprio riarmo e alla Nato.

Se solo un terzo dei membri Nato ha adempiuto alla spesa del 2 per cento ci sarà un motivo. La Nato in questi anni ha perso credibilità dando anche agli altri l’alibi delle guerre. Ora che sarebbe giusto intervenire, per bloccare un’invasione come si dice adesso “nel cuore dell’Europa” e fermare crimini di guerra come quelli di Bucha, non può. L’altro ieri ha invaso Afghanistan e Iraq provocando la morte di migliaia e migliaia di civili con la fandonia della “esportazione della democrazia”. A oltre settantacinque anni dal secondo dopoguerra e nell’attesa che l’essere umano cancelli per sempre la sua più terribile invenzione che è la guerra, si può restare alleati leali e riconoscenti degli Usa rendendo però l’Ue indipendente. Un attore politico autonomo, cioè, che possa amichevolmente anche dire di “no” alla Nato, che possa magari creare delle zone cuscinetto con la Russia e trattare con essa da pari a pari, visto che le finanziamo anche la guerra.

La cui guerra, si sa, non è solo un’atrocità immane ma anche un grande giro di soldi per i big della finanza. Solo il sistema di finanziamento del Programma europeo per lo sviluppo industriale della difesa (EDIDP) è dominato da quattro aziende: Airbus, Leonardo, Thales e Indra Sistemas. Quattro grandi compagnie parzialmente di proprietà di quattro Stati: Germania, Italia, Francia e Spagna. Pronte a investire anche nel riarmo nazionale dei rispettivi Paesi. Parzialmente statali perché tra gli azionisti ci sono anche grandi fondi privati. E chi sono i maggiori soci dei principali produttori di armi? Fondi americani, naturalmente. Un affare per l’industria delle armi. Dall’inizio dell’invasione in Ucraina il titolo di Leonardo ha guadagnato oltre il 30%.

Tornando al riarmo italiano nella Nato, anche se il governo ha dichiarato che nel Def ci sarà un riferimento ma senza indicare cifre precise, secondo invece il sito americano Bloomberg il governo Draghi starebbe considerando di aggiungere già quest’anno 1,5 miliardi di euro al budget della difesa. Resta da capire in che modo si troveranno tali risorse, in un Paese che fa fatica a reperire sostegni pubblici per il vertiginoso aumento delle bollette.

L’Italia attualmente spende già 25 miliardi di euro l’anno, più o meno l’1,4% del Pil. Secondo tutti i sondaggi pubblicati nell’ultimo mese, gli italiani condannano la Russia – e ci mancherebbe pure – ma sono contro l’aumento delle spese militari, sostenendo di non ritenerla una scelta giusta in questa particolare fase storica. Evitare ulteriori, nuovi investimenti in armamenti consentirebbe di mettere qualche risorsa in più in settori martoriati da anni: sanità, scuola, sociale.

Sentite cosa ha delirato l’altra sera in tv Edward Luttwak, uno che di deliri se ne intende e infatti viene spesso invitato alla televisione italiana, ma che ben rappresenta il pensiero dei cosiddetti “falchi” americani: “L’Europa ha conosciuto sviluppo e crescita con la guerra, sempre. Ora è finito questo strano periodo di pace, siamo nel post-pacifismo. Tutti, a partire dalla Germania, hanno voltato pagina e si riarmano. Gli uomini amano la guerra, le donne amano i guerrieri. Il pericolo della guerra nucleare non c’è, perché i russi non vi ricorreranno mai. Io ho fatto tre guerre. È stata un’esperienza bellissima e invito gli italiani a considerarla”. Se questi sono quelli che dovrebbero trattare con Putin per il cessate il fuoco, stiamo freschi! Cominciamo pure a costruirci i bunker antiatomici.

I crimini di Putin, che comunque vadano le cose, cambieranno l’ordine mondiale, stanno scatenando gli appetiti del partito che “ama le armi ma non le usa”.

CREDIT FOTO: ANSA / Italian Ministry of Defence (s) – ANSA/ UFFICIO STAMPA GOVERNO (d)



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Mario Barbati

Tracolla la Lega di Salvini ma è il Pd il grande sconfitto. E un M5S rivitalizzato trova forse la sua fisionomia politica.

Travolti da un’insolita campagna elettorale in estate, proviamo a riderci su tra candidature giurassiche e promesse irrealizzabili. Quinta puntata.

Travolti da un’insolita campagna elettorale in estate, proviamo a riderci su, ma nemmeno tanto, tra candidature giurassiche e promesse irrealizzabili.

Altri articoli di Economia

Con 200 miliardi di finanziamenti e aiuti contro il caro-energia e il no al tetto sul prezzo del gas, Berlino sfida gli altri paesi dell’Ue.

Carl Rhodes esplora come l'abbraccio calcolato della giustizia sociale da parte del mondo aziendale rappresenti una minaccia per la società.

Il documento tedesco sarebbe un colpo mortale per le speranze di cambiamento suscitate dalle misure anti-pandemia.