Autonomia Differenziata: “Ddl Calderoli picconata alla Costituzione”

Un disegno per la devoluzione della potestà legislativa esclusiva (finora in mano allo Stato) su 23 materie, dal lavoro alla sanità, dalle infrastrutture alla scuola, dall’ambiente ai rapporti con l’Ue. Nessuna definizione per i Livelli di prestazione a garanzia dei diritti sociali, i cosiddetti Lep. In compenso aumenterà il divario secolare tra il Nord e il Sud e si verificherà un peggioramento complessivo delle condizioni di vita dovunque.

Rossella Guadagnini

Una picconata all’edificio costituzionale italiano. Il Tavolo No Autonomia differenziata e il Comitato Nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica descrivono così il Ddl Calderoli. Sono in prima linea per contrastarlo da oltre 5 anni. I tempi per la sua approvazione stringono, ormai ci siamo: il 16 gennaio, infatti, il progetto va in Aula in Senato, “dopo il passaggio in commissione Affari Costituzionali – ricordano il tavolo e il comitato – che non ha modificato in maniera sensibile il testo presentato dal ministro degli Affari Regionali. Anzi per volontà della maggioranza, è stato addirittura peggiorato in alcuni articoli relativi al regime finanziario”.
Il calendario dei lavori prevede 3 giorni di discussione: entro 19 gennaio il testo dovrà essere licenziato. Una gran fretta. Che ne pensate? “Un passaggio fulmineo, uno strangolamento dei tempi di discussione del Senato – risponde Marina Boscaino, portavoce del Tavolo e del Comitato – specie considerando l’entità della posta in gioco. Ovvero la devoluzione della potestà legislativa esclusiva su 23 materie che riguardano la nostra vita quotidiana – tra cui il lavoro, l’ambiente, la sanità, l’istruzione, le infrastrutture, i rapporti con l’Ue – e che determinerà nel Paese diritti diversi in base alla propria regione di residenza. Il tutto senza nemmeno la definizione dei Lep, ossia dei Livelli essenziali di prestazione a garanzia dei diritti sociali, come previsto in Costituzione”. Era questa una condizione posta come imprescindibile per l’attuazione dell’Autonomia differenziata.
Comunque fino adesso non c’è stato un ampio consenso al progetto nel Paese, tutt’altro. E’ stato battezzato Spacca-Italia e si parla di secessione dei ricchi e altri appellativi non proprio onorevoli. “A nulla sono valsi i moniti di Unione Europea, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti, Banca d’Italia, Confindustria e persino della Cei, che – con diversi accenti ovviamente – hanno sottolineato come l’autonomia differenziata aumenterà le diseguaglianze tra Nord e Sud”, prosegue Boscaino.
I ricchi la vivranno meglio potendosi avvalere del privato, mentre il pubblico sarà ridotto ai minimi termini: è così? “All’interno dello stesso territorio italiano, da Nord a Sud, chi è abbiente sarà colpito dalla privatizzazione dei servizi, che però potrà pagarsi. Mentre chi non lo è, subendo un taglio dei servizi pubblici, vedrà lesa la garanzia al godimento dei diritti universali. L’abbassamento delle condizioni di vita colpirà ovunque e chiunque”.
Il governo ha deciso di procedere molto spedito sul progetto, in parallelo con quello del premierato forte, un’altra picconata all’edificio costituzionale. Come pensate di contrastarlo?
“Da Catania a Torino, da Milano a Napoli, a Bologna, Trieste, Padova, Potenza, Bari il Tavolo No AD – composto da sindacati, associazioni, partiti politici, comitati – il 16 gennaio siamo in piazza per dire no alla divisione della Repubblica e alla istituzionalizzazione delle diseguaglianze. E per dire sì all’uguaglianza dei diritti da Nord a Sud e al superamento degli squilibri territoriali”.
Cittadine e cittadini consegneranno nelle prefetture un documento di protesta nei confronti del governo, con la richiesta di ritiro del Ddl Calderoli. In Veneto verrà fatto pervenire direttamente alla Presidenza della Regione, antesignana nell’appoggiare l’Ad. A Roma, in piazza della Rotonda, ci sarà un presidio (dalle 15,30 alle 19,30) che darà vita anche a una staffetta per accompagnare i lavori dell’Aula del Senato per tutto il tempo della discussione. Ė prevista la presenza di senatori, di esponenti delle forze politiche, sindacali e associative.
Dal Comitato Regionale Emilia-Romagna contro Ogni Autonomia Differenziata arriva intanto un’altra voce a supporto del No alla regionalizzazione, quella di Antonio Madera. “Il ddl Calderoli produrrà un’accelerazione dei processi di privatizzazione riguardanti la sanità, l’istruzione, i servizi pubblici, la ricerca scientifica. Avrà l’effetto di spezzare in tanti accordi regionali i contratti nazionali, mettendo in concorrenza le Regioni attraverso una corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro. Il risultato sarà un dumping sociale, che fino a ieri si attuava solo in competizione con altri Paesi e che domani sarà invece messo in atto addirittura all’interno della Repubblica”.
Al coro contro l’Ad, si unisce il dissenso dei sindaci del sud, uniti nel Recovery Sud, che avevano manifestato lo scorso anno a Napoli con buon successo. Oggi, in molte piazze d’Italia, si tengono presìdi contro la riforma Calderoli. “Ogni sindaco che amministra la cosa pubblica nel Mezzogiorno sa quanto sia difficile garantire quello che chiedono i cittadini e ciò che servirebbe alle future generazioni, in un contesto di totale difficoltà socio-economica e di gravi carenze amministrative come il nostro”, sostengono i primi cittadini riuniti in rete.
Con un regionalismo accentuato – spiegano – non si creerebbe quella “maggiore efficienza che il ministro Calderoli sbandiera al fine di giustificare la sua proposta, il cui unico scopo è, in realtà, ridare peso alla Lega. Si determinerebbe, invece, un peggioramento delle condizioni dei municipi del Sud, che verrebbero a interfacciarsi con Regioni con più poteri, ma meno risorse. E si porterebbe a termine un processo che, ancora una volta, vedrebbe il Mezzogiorno difendersi dai tagli, anziché rivendicare ciò che gli spetta per colmare storici divari”.
Si calcola che la proposta di revisione del Pnrr del ministro Fitto, “colpirà soprattutto le regioni del Sud, che subiranno un taglio di 7,6 miliardi, cioè la metà dei 15,9 che si prevede di ridurre. Per non parlare dell’eliminazione delle Zes e dei 4,4 miliardi distratti dal fondo perequativo infrastrutturale, in una nazione che sul piano delle ferrovie e delle strade è letteralmente tagliata in due: l’alta velocità al Nord, la grande lentezza al Sud”.
La regionalizzazione differenziata rappresenterebbe il colpo di grazia a questa situazione. “Per questo noi, sindaci del Sud, chiediamo a tutti i senatori eletti nei nostri collegi di far sentire forte la loro voce di dissenso, in difesa della terra in cui sono nati loro stessi, i loro genitori e i loro nonni, i loro figli. Diversamente faremo conoscere alla popolazione chi si è sottratto a questo dovere morale. Invitiamo pertanto i sindaci meridionali a far riflettere i propri referenti in Senato sulle responsabilità che si stanno assumendo e a scendere in piazza per sostenere le associazioni che stanno organizzando i presidi dinanzi alle Prefetture. L’Italia – concludono i sindaci di Recovery Sud – non si può trasformare in una somma di gretti interessi locali”. Del resto, senza una forte coesione nazionale, come potremo affrontare le sfide globali che ci attendono?
CREDITI FOTO: ANSA / LUCA ZENNARO



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