Autonomia differenziata e futuro welfare: non dimentichiamo la cultura

Il rischio di un “regionalismo delle disuguaglianze”, con un Paese ancora più segnato dai già profondi divari territoriali, è elevato, e molto dipenderà dalla capacità di rendere concretamente esigibili i livelli essenziali delle prestazioni, compresi quelli sociali e culturali.

Vanessa Pallucchi

Il percorso della cosiddetta autonomia differenziata che il Governo ha deciso di intraprendere apre grandi interrogativi su come sarà l’Italia nei prossimi anni e su quale sistema di welfare saremo in grado di offrire alle nuove e future generazioni. Il rischio di un “regionalismo delle disuguaglianze”, con un Paese ancora più segnato dai già profondi divari territoriali, è elevato, e molto – se non tutto – dipenderà dalla capacità di rendere concretamente esigibili, oltre che di definire, i livelli essenziali delle prestazioni (Lep), compresi quelli sociali e culturali che finiscono spesso, ingiustamente, in secondo piano.

 

Da ben ventidue anni, a seguito dell’entrata in vigore della riforma del titolo V della Costituzione, l’Italia attende la definizione dei Lep: condizione necessaria, ma comunque non sufficiente di per sé, per veder garantiti a tutte le persone, a prescindere dal luogo in cui vivono, gli stessi diritti. Nonostante questo passo non dipenda dalla realizzazione di un progetto di autonomia regionale, il recente disegno di legge del Governo ha creato l’occasione per l’apertura di un dibattito rispetto alle prestazioni e ai servizi fondamentali da riconoscere in ogni territorio. In un momento cruciale come questo per il futuro del Paese, si avverte però l’esigenza di ampliare la riflessione su quale modello di welfare, e più in generale di benessere individuale e collettivo intendiamo perseguire, ragionando sull’importanza che vogliamo dare anche allo sviluppo di opportunità sociali e culturali in ottica di prevenzione del disagio, inclusione sociale, accessibilità alla cultura, autonomia della persona, sviluppo delle capacità creative. 

 

Oggi il nostro sistema di welfare è incentrato sul concetto di “protezione”, nel senso di cura di una malattia o di alleviamento di una condizione di difficoltà quando questa si verifica. È un welfare che tende spesso ad appiattirsi sull’offerta di servizi, peraltro fortemente disuguali tra nord a sud, e che non garantisce una “presa in carico” universale e continuativa della persona. 

Un approccio diverso, come lo ha individuato il Forum Terzo Settore nel suo Manifesto “Verso un nuovo sistema di welfare”, porterebbe invece a inserire servizi e prestazioni all’interno di una rete sociale attiva in ogni fase della vita, anche prima o dopo la manifestazione di un disagio attraverso la prevenzione, la socialità, la conoscenza, l’inclusione in percorsi di emancipazione individuale e collettiva, la valorizzazione dei luoghi della cultura. Riconoscere il valore dell’aspetto socio-culturale, legandolo strettamente a quello sanitario, rappresenta una chiave di volta per un welfare efficace e inclusivo, cui bisognerebbe ambire prima di ogni altra trasformazione sul piano delle competenze ripartite tra Stato e Regioni. 

 

Pensiamo, ad esempio, a quanto una sana socialità, praticata grazie a presìdi accessibili a tutti, incida positivamente sui problemi di salute mentale, peraltro in forte aumento tra giovani e giovanissimi, riduca il senso di solitudine, dia la possibilità di praticare cittadinanza attiva. Pensiamo anche a quanto la cultura possa rappresentare un fattore di emancipazione dalla povertà o dal disagio, aiutando le persone ad acquisire consapevolezza di sé, stimolarle verso percorsi di formazione e condivisione di idee con altre culture. O ancora, pensiamo a quanto lo sport sociale aiuti nella prevenzione di patologie e rappresenti in tanti casi la principale occasione di inclusione per le persone con disabilità.  

Sviluppare una rete socio-culturale che sia protagonista e non marginale in un nuovo sistema di welfare non è un’impresa impossibile, soprattutto se si guarda alle grandi potenzialità del coinvolgimento del Terzo settore, in ruolo sussidiario all’azione dello Stato. Associazioni, imprese sociali e organizzazioni di volontariato hanno un’esperienza decennale sui territori, al fianco delle persone, nel costruire un’alternativa a un sistema che rischia di essere sempre più escludente. È grazie a queste realtà se spesso, dove non arriva lo Stato, servizi e opportunità sono offerti lo stesso. Sarà grazie anche alla collaborazione di queste realtà, in cui troviamo competenze e visione, se il Paese riuscirà a sviluppare un welfare di prossimità, inclusivo e universalistico, che ci auguriamo sia obiettivo comune. 

 

Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo Settore



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