Avviso ai politici, giù le mani dalla cultura

Che diavolo c’entra un personaggio medievale come Dante con destra e sinistra, nozioni che nascono con la Rivoluzione francese? È il populismo, bellezza: guai agli intellettuali veri, specie se al di sopra di ogni sospetto come Dante.

Mauro Barberis

L’esternazione di Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura del governo Meloni, che a una manifestazione elettorale di Fratelli d’Italia ha fatto di Dante il padre della destra italiana, ha molti difetti e almeno un pregio. Fra i difetti, sottolineati da tutti, l’incongruenza e l’anacronismo. L’incongruenza: che diavolo c’entra un personaggio medievale come Dante, già inclassificabile ai propri tempi e anzi ancora nell’Ottocento, con destra e sinistra, nozioni che nascono con la Rivoluzione francese, mezzo millennio dopo? Come ha commentato Roberto Vecchioni, sarebbe come dire di un greco antico che preferiva viaggiare in aereo piuttosto che in treno.

L’anacronismo: questa ossessione novecentesca di dividere tutto in destra e sinistra, già irrisa da Giorgio Gaber in una vecchia canzone, e solo debolmente difesa dal Norberto Bobbio di Destra e sinistra (1994), suona oggi maledettamente antiquata. Fra l’altro, era tipico degli intellettuali di sinistra classificare tutto così; che oggi lo faccia il ministro della cultura dell’unico governo di destra-destra della storia repubblicana rinfocola un sospetto. Non sarà che i politici di destra prendono le proprie decisioni sulle stesse basi, puramente ideologiche, delle loro classificazioni? Se andiamo a vedere le misure distintive del loro governo – i decreti anti-rave e anti-Ong, entrambi irragionevoli, prima che incostituzionali – verrebbe da pensarlo.

E il pregio, direte voi? Il pregio, se di questo si tratta, è risollevare il vecchio problema dei rapporti fra politica e cultura, mostrando che nella politica odierna la cultura “alta” – diversa da quella di massa, pop e social – non conta più nulla. Per secoli non è stato così. Dopo la Rivoluzione francese, che riprendeva la distinzione inglese fra progressisti e conservatori, ci sono state forti culture di destra e forti culture di sinistra. Ancora nel Novecento, semplificando, il potere andava a chi aveva la cultura più viva. L’Italia fascista, nella prima metà del Novecento, ha avuto grandi intellettuali di destra, e nella seconda metà l’Italia democratica ne ha avuti di sinistra. E ora?

A pensarci, il segnale definitivo, la prova provata, che i rapporti tradizionali fra politica e cultura erano ormai superati, travolti da un populismo per il quale gli intellettuali sono solo un’élite spregevole come tutte le altre, lo diedero i Cinquestelle nel 2019, quando designarono a rappresentare l’Italia all’Unesco, la Commissione Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, Lino Banfi. Che, con tutto il rispetto, sarebbe come se il Pd, per lo stesso ruolo, designasse Alvaro Vitali, che almeno ha recitato con Fellini. È il populismo, bellezza: guai agli intellettuali veri, specie se al di sopra di ogni sospetto come Dante, pure lui sballottato da una parte o dall’altra.

La domanda, del resto, è la stessa che ci si potrebbe porre per molti esponenti dell’attuale governo, e rimanda all’annoso problema – non problematica! – della selezione della classe politica. Perché si viene nominati a ruoli di governo o di sottogoverno, per competenza o per affiliazione politica? Lo stesso Sangiuliano, giornalista d’area, fedele direttore del TG2, docente a contratto, è stato scelto per quel ruolo in quanto uomo di cultura o perché era l’intellettuale della compagnia di FdI? Direi la seconda: da quelle parti, almeno, a me d’intellettuali non ne vengono in mente altri. E allora, se così stanno le cose, permettetemi un piccolo consiglio: politici, giù le mani dalla cultura.

 

Foto: di bpperry tramite canva



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