Auspici per un futuro migliore. Tre lezioni morali dalla pandemia

La crisi da Covid-19 ha evidenziato quanto sia necessario un cambiamento delle regole della convivenza sociale per rafforzare gli assetti democratici e riaffermare il primato del bene comune sugli interessi individualistici. Una riflessione del filosofo tedesco Axel Honneth, esponente della terza generazione della Scuola di Francoforte.

Axel Honneth

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Questo contributo è inserito nel numero di MicroMega+ del 18 giugno 2021.

Come non attendessero altro, dall’inizio della pandemia ogni giorno diversi intellettuali prendono parola per dire la loro sulla situazione. I suggerimenti possono essere più o meno buoni, sta di fatto però che non si chiedono mai se la crisi avrebbe potuto essere occasione per ripensare le forme della nostra convivenza democratica. A questi intellettuali sembra completamente estranea l’idea che una scossa di proporzioni tali da sconvolgere le abitudini e le prassi della convivenza sociale imponga di fermarsi e di chiedersi se al termine della situazione eccezionale si possa andare avanti diversamente, e meglio, di prima.

Il corso della pandemia finora ha fornito diverse opportunità per riflettere su alcuni presupposti problematici del nostro ordine sociale e per avanzare proposte per nuove regole. E con questo non ci riferiamo al costante invito a ricordare il valore e il conforto delle amicizie e della famiglia. Nel frattempo abbiamo infatti dovuto imparare quanto questo invito possa essere un’arma a doppio taglio, giacché la qualità di queste relazioni personali spesso dipende da circostanze fortuite che non è possibile produrre a propria discrezione: la grandezza delle case, le condizioni economiche, la situazione lavorativa, l’essere inseriti in una rete sociale, la disponibilità di servizi per l’infanzia, così come il dono di saper stare da soli con se stessi e il disporre di capacità emotive per bilanciare vicinanza e distanza. Le notizie sull’aumento della violenza domestica durante il lockdown mostrano tutta l’ambivalenza della questione.

No, quello che intendo sono quei brevi momenti durante la crisi nei quali quasi dal nulla sono emersi concetti o pensieri che mostravano la possibilità di un’altra prassi sociale, una migliore modalità di convivenza. Momenti rapidamente spariti nella monotona retorica della prevenzione e nella richiesta di ritorno al vecchio ordine dello Stato di diritto. Voglio qui citare tre di queste idee tese a un cambiamento delle regole della convivenza sociale, le cui chance di concretizzazione non sono ancora completamente andate perdute.

Una prima occasione di messa alla prova dei fondamenti normativi della nostra convivenza democratica l’abbiamo avuta proprio all’inizio della crisi, quando improvvisamente si è iniziato a parlare di lavori “rilevanti per il sistema”. Da Francoforte a New York passando per Roma ogni sera ci si è affacciati alle finestre per ringraziare – cantando, applaudendo e salutando – quanti stavano garantendo i presupposti materiali della nostra convivenza. Addetti all’assistenza di anziani e malati, vigili del fuoco, operatori della nettezza urbana, medici, lavoratori dei supermercati: insomma, tutti coloro che nonostante l’alto rischio di infezione hanno continuato a fare il loro lavoro per garantire i nostri bisogni più elementari.

Per un momento è sembrato che la gerarchia di valore fra i diversi lavori e le diverse attività sociali si fosse profondamente trasformata: all’improvviso sono stati considerati importanti compiti che di norma scompaiono dietro una cortina di disinteresse e mancanza di attenzione, pagati poco e privi di prestigio. Il fondamento di un tale riconoscimento, che a livello sociale stabilisce il valore da attribuire al contributo e agli sforzi di una persona o di un gruppo, poggia sul sistema di valutazione della divisione sociale del lavoro, che stabilisce non solo quali e come sono distribuite le attività necessarie per la nostra riproduzione ma anche il valore produttivo che ciascuna ha per la collettività in virtù delle tipologie sociali. Per questo motivo, nella misurazione e differenziazione del reddito giocano un ruolo non solo il rapporto fra domanda e offerta ma anche il valore sociale, sempre nascosto, di ciascuna attività.

Sembra però che abbiamo già dimenticato a quali gruppi dobbiamo concretamente l’assicurazione dei fondamenti della nostra esistenza fisica. E non è una questione di ringraziamenti: che gli sforzi delle diverse categorie lavorative debbano essere retribuiti in base alla quantità di lavoro, al rischio e al contributo al benessere collettivo è una questione di giustizia sociale. Portando avanti il ragionamento, questo tipo di giustizia compensativa richiede che lo Stato intervenga nel sistema dei salari mediati dal mercato per garantire che nella loro definizione abbia un peso anche l’effettiva “rilevanza per il sistema” dei servizi forniti. Il che avrebbe una conseguenza di vasta portata, ossia che la gerarchia sociale e la connessa scala di reddito si sposterebbe in maniera decisa a vantaggio dei servizi di cura, educazione e assistenza medica. Una convivenza democratica giustamente preoccupata dello sgretolamento della coesione sociale farebbe bene a rivedere nel lungo periodo i propri criteri di valutazione del lavoro sociale invocando le esigenze della giustizia sociale.

Quando l’iniziale entusiasmo per le attività “rilevanti per il sistema” (prima pressoché invisibili) si è volatilizzato, è emersa un’altra questione, anch’essa con il potenziale di mettere in discussione i presupposti normativi della nostra convivenza democratica. Da più parti è stato sottolineato che è giunto il momento di assumersi responsabilità individuali per il benessere reciproco: mantenere le distanze, indossare la mascherina e in generale tenere presente l’interconnessione del nostro modo di vivere. Certo, anche in questo dibattito ci sono state voci che di nuovo hanno inteso una responsabilità di questo genere in riferimento esclusivo al proprio di benessere, come se indossare la mascherina o vaccinarsi avessero il solo scopo di poter tornare quanto prima in palestra. Eppure, inizialmente, per un momento nella maggioranza delle persone è balenato il pensiero che la nostra libertà individuale è legata all’intervento e alla cooperazione di tutti gli altri in un modo molto più forte di quanto l’insistenza mercatista sull’egoismo privato e sull’abile massimizzazione del proprio interesse abbia cercato di farci credere per decenni.

Nella coscienza pubblica è emersa la domanda se non sia forse opportuno prendere le distanze da un tale concetto meramente individualistico di libertà e insistere invece sull’interconnessione comunicativa delle nostre libertà individuali. Perché se nell’emergenza sanitaria è emerso che le nostre libertà individuali sono complementari, che il benessere fisico dell’uno dipende in modo essenziale dalla corrispondente collaborazione dell’altro, perché non continuare a tenere fede a questa impostazione anche in tempi post-pandemici e scacciare via istituzionalmente l’egoismo privato dalla vita pubblica?

Non serve nessuna fantasia sociologica per immaginare cosa significherebbe per la struttura istituzionale della nostra società un tale riorientamento del nostro concetto di libertà: quando in gioco ci sono bisogni elementari della popolazione, il mercato capitalistico dovrebbe essere per quanto possibile messo da parte, in modo da poter esprimere la preoccupazione condivisa per il benessere di tutti e i beni pubblici (come il sistema sanitario, i mezzi di trasporto, il paesaggio, gli impianti sportivi, gli habitat urbani) dovrebbero essere protetti dall’influenza degli interessi finanziari, in modo da consentire a tutti i cittadini una piena partecipazione alla vita sociale indipendentemente dal reddito e dallo status sociale.

Purtroppo anche questo pensiero sull’intreccio comunicativo delle nostre libertà è durato troppo poco per poter anche solo permettere di discutere l’enorme portata delle conseguenze derivanti dall’esperienza della crisi. Aveva trovato posto nell’agenda della Covid quasi per errore, e dopo poco è sparito. Come se nulla fosse successo, c’è stato un ritorno al linguaggio del soggetto individuale, delle libertà e dei diritti che gli appartengono e che può usare per i propri interessi privati, che devono essere difesi strenuamente contro tutto e tutti.

La questione scottante, toccata occasionalmente nelle polemiche pubbliche ma rapidamente lasciata cadere di fronte all’immediata indignazione, è quella della proprietà privata. Il concetto è entrato in gioco quando si trattava di capire come aiutare nel modo più rapido e meno burocratico possibile i negozianti in difficoltà economica o gli anziani che attendevano di essere vaccinati nelle case di riposo e di cura. Qualche intellettuale e qualche giornalista ha in effetti osato avanzare l’idea che debba essere possibile spingere i grandi proprietari immobiliari ad abbassare gli affitti dei negozi o fare pressione sulle aziende farmaceutiche per distribuire i vaccini a chi ne ha bisogno in tutto il mondo a un prezzo ragionevole, ossia senza l’obiettivo di massimizzare i profitti. Dopotutto lo Stato ha contribuito a finanziare lo sviluppo di questi farmaci.

Di fronte a queste proposte taluni hanno reagito con puro orrore, mostrando una sorprendente ignoranza della nostra Costituzione, che prescrive il vincolo sociale della proprietà. Una prescrizione di cui evidentemente coloro che seriamente pensavano che ai piccoli proprietari che avevano acquisito la loro proprietà attraverso una vita di duro lavoro non si potevano chiedere tali sacrifici, non avevano mai sentito parlare. Come se le file di negozi nelle grandi città fossero di proprietà di migliaia di piccoli risparmiatori.

Quanto grande è il danno che la glorificazione della proprietà privata capitalista ha fatto nella mente dei sostenitori di una simile opinione, inconsapevoli della grande conquista della nostra Costituzione (art. 14), secondo cui le limitazioni della proprietà privata in favore del bene comune sono una cosa ovvia!

La terza lezione morale da trarre dalla crisi da Covid-19 non ci suggerisce altro dunque che tenere a mente un’ovvietà, e cioè che la proprietà privata, poiché si fonda sempre anche su precondizioni infrastrutturali di una comunità, può essere soggetta per legge a limitazioni dovute a necessità imposte dall’obiettivo del benessere generale, che è sovraordinato. Questo argomento avrebbe potuto portare rapidamente a conclusioni molto più ampie: se la crisi infatti richiede che lo Stato faccia una pianificazione economica, per esempio, per mantenere un determinato numero di letti di terapia intensiva o per indurre le aziende, sia attraverso incentivi economici sia con direttive vincolanti o generose sovvenzioni, a produrre test o ad accelerare la ricerca di un vaccino, perché queste forme economiche alternative sono completamente sparite dal nostro vocabolario negli ultimi decenni?

Di fronte a un tale impoverimento dei nostri orizzonti di politica economica, verrebbe da pensare che la nostra plumbea fissazione sul mercato ci abbia fatto perdere ogni capacità di pensare a nuove e ben più benefiche combinazioni per soddisfare economicamente i nostri bisogni, che siano gli strumenti dell’economia pianificata o della proprietà comune, di direttive statali o di almende autogestite.

La vera lezione da trarre dalla crisi avrebbe dunque dovuto essere molto più radicale: farla finita con la litania della mancanza di alternative al mercato e unire le forze per pensare a forme economiche miste completamente nuove in cui i bisogni si soddisfano in modi diversi a seconda del tipo e dell’urgenza dei bisogni stessi. Ogni crisi, si dice, racchiude anche un’opportunità, libera forze e idee nuove e, nel migliore dei casi, ispira la volontà di superare il malessere legato alla “vecchia normalità”. Al momento però di tutto ciò ci sono pochi segnali, al contrario: se si guarda ai dibattiti pubblici, si ha l’impressione che tali lezioni trasformative non vengano proprio tratte.

Certo, qualche piccola acquisizione che dovrebbe salvarci in futuro da sviluppi indesiderabili che si erano già paventati in passato c’è. Nessuno per esempio porterà più avanti seriamente il piano di convertire l’intera istruzione nelle scuole e nelle università in e-learning e solo pochi oseranno ancora sostenere la necessità di ulteriori tagli nel settore della sanità pubblica. Ma il guadagno in termini di rafforzamento delle istituzioni e degli assetti democratici sarebbe ben più grande se prendessimo più seriamente la lezione che la pandemia ci sta impartendo sul primato del bene comune sugli interessi individualistici.*


(traduzione dal tedesco di Cinzia Sciuto)

* L’articolo è apparso originariamente su Die Zeit, 20 maggio 2021, con il titolo “Wünsche für eine bessere Zukunft”.

[FOTO ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO]



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