Azzardopatia: il pericolo viene solo dal gioco illegale?

Le recenti vicende che hanno colpito il mondo dello sport, in particolare il caso Nicolò Fagioli, hanno potuto sorprendere solo le persone che non hanno mai voluto vedere cosa significhi la dipendenza dal gioco d’azzardo. Una dipendenza che sì, va curata con terapie adeguate e con l’intervento di specialisti; ma che non può prescindere da un lavoro di prevenzione di cui lo Stato si dovrebbe far carico.

Teresa Simeone

Le recenti vicende che hanno colpito il mondo dello sport, in particolare il caso Nicolò Fagioli, hanno potuto sorprendere solo le persone che non hanno mai voluto vedere cosa significhi la dipendenza dal gioco d’azzardo. Da tempo associazioni attive del Terzo settore denunciano la deriva cui si è giunti per indifferenza al problema, lassismo, negligenza o incapacità di regolamentare un mondo complesso in cui si scontrano principi “liberali” e tutela del benessere psicologico dei giocatori. A tali difficoltà si aggiunge l’entità allettante degli introiti statali che toccano cifre impressionanti: per quanto riguarda il gioco, si è registrato nell’ultimo dossier del Servizio studi del Senato, relativo al Rendiconto 2022 – Assestamento 2023, una crescita del gettito del 76 % rispetto all’anno precedente: nel 2020 si “fermò” a 3.582 milioni di euro, attestandosi invece a 3.519 milioni di euro nel 2021; nel 2022 il gettito ammonta a 6.201 milioni di euro. In riferimento a lotterie e altri giochi, sono 437 i milioni di euro incassati dallo Stato nel 2022, a fronte dei 339 milioni dell’anno precedente, mentre nel 2019 il gettito era di 365 milioni.

A parte il freddo riferimento ai dati, ciò che invece il caso Fagioli, nello scoperchiare il relativo vaso di Pandora, riporta all’attenzione è il numero impressionante di persone, famose e non famose, affette da azzardopatia. Uso non a caso questo termine per evitare di associare una patologia, come fa la parola “ludopatia” sicuramente più diffusa, a un evento gioioso, divertente e stimolante dell’immaginario come è il gioco, attività fondamentale per liberare la nostra mente da ansie e disimpegnarla in momenti di svago. E invece quello patologico è un mostro che divora intelligenze, inquina rapporti sociali, distrugge legami familiari, imprigiona la mente in un reticolo di maglie contorte, fatte di silenzi, menzogne, inganni e autoinganni, da cui risulta sempre più difficile uscire. GAP, Gioco d’Azzardo Patologico, è una delle denominazioni con cui da più parti ci si riferisce a tale dipendenza, corrosiva e devastante, che, al pari della tossicodipendenza, dell’etilismo e del tabagismo investe recettori del piacere e attiva specifici processi psichici.

Nel nostro paese è sempre più diffusa, anche grazie alla facilità con cui è possibile accedere non solo ai luoghi fisici dove si può scommettere, ma anche e soprattutto per le nuove piattaforme on line in cui è facilissimo entrare e puntare. Chi ha in famiglia un azzardopatico conosce bene l’inferno di giornate trascorse nel tentativo spesso vano, soprattutto se si tratta di maggiorenni sul cui comportamento nulla si può, di porre un argine alle scommesse di un figlio, di un marito, di una moglie che hanno perso del tutto la lucidità nel gestire i propri comportamenti e le proprie finanze. Famiglie gettate sul lastrico, padri rincorsi nel percorso verso slot machine e centri di scommesse, figli controllati sull’uso del web ma comunque difficili da fermare. E come si può, come si può impedire giuridicamente a un maggiorenne di andare sui siti di scommesse, di puntare e sperperare così il corrispettivo di una giornata di lavoro, un giorno di lavoro solo nel migliore dei casi, dal momento che nel giro di pochi minuti si possono arrivare a perdere cifre impensabili, anche l’intero stipendio di un mese, se non di più mesi? Il passo successivo è il ricorso ai debiti, le menzogne in famiglia, le questue fatte presso amici e parenti, per arrivare, come ultima spiaggia, al cappio stringente degli usurai, con tutte le inevitabili e terribili conseguenze. Si esagera? Solo chi non ha esperienza di questo mondo o non ha raccolto testimonianze di casi di azzardopatia può pensarlo: gli altri, quelli che vivono accanto a giovani o adulti irretiti dal gioco, conoscono bene a quale livello di compulsività e mancanza di controllo da parte di un azzardopatico e di disperazione per chi gli vive accanto si può arrivare.

La situazione è delicata: d’altronde basta recarsi in un qualsiasi centro di lotterie, punto slot o di vendita di Gratta e Vinci, per imbattersi in persone intristite, abbagliate dal monitor su cui vengono visualizzate le serie o i risultati delle scommesse e rendersi conto di quanto impattante possa essere l’attesa di un numero sullo stato d’animo di un giocatore. Inebetito nell’attesa, chiuso ai contatti con gli altri, solo nella propria ossessiva ricerca della vincita, quella che finalmente lo ripagherà di tante, tutte le perdite subite.
Certo, un conto è il gioco legale e un altro quello illegale e si ripete che anzi il primo preservi dai rischi del secondo. È di qualche giorno fa la dichiarazione di Geronimo Cardia, presidente di Acadi-Confcommercio (Associazione Concessionari di Giochi Pubblici) sulla necessità di sostenere il gioco legale, “unico baluardo nella lotta all’illegalità, al riciclaggio e alle infiltrazioni delle mafie”. Sicuramente l’offerta generalista di bar e tabacchi rappresenta un presidio di legalità contro siti che sfuggono al controllo, sia sul territorio che nel web, dove piattaforme camuffate da legali, nel garantire l’anonimato, consentono scommesse su ogni cosa e senza limiti, canali che vanno a finanziare associazioni illecite e criminose.

Il disturbo da gioco d’azzardo è una malattia e va curata con terapie adeguate che esigono l’intervento di specialisti; ma c’è anche un discorso di prevenzione, imprescindibile e chiaro, da fare. Richiede non solo il supporto delle famiglie e delle scuole nell’indicare i rischi del gioco d’azzardo e dell’asimmetria tra puntate e vincite ma anche una posizione ferma e non obliqua da parte delle istituzioni che dovrebbero impegnarsi maggiormente nell’evidenziare i possibili pericoli e nell’agire, anche concretamente, con regole più stringenti sul numero di centri-scommesse sul territorio, la distanza da luoghi sensibili, la presenza di slot machine nei bar e circoli, il permesso agli esercenti di filtrare, in qualche modo, gli accessi nelle aree di gioco a chi si autodenunciasse o fosse indicato dalla famiglia, limiti più bassi alle giocate materiali e virtuali, controlli ferrei sull’on line legale, di cui c’è, invece, una crescita esponenziale. D’altronde il numero di giocatori problematici, cioè quelli “spinti da una necessità impellente di giocare, difficile da controllare, e che hanno un’importante attrazione e concentrazione su idee e immagini relative al giocare e alle circostanze che si associano all’atto stesso” non sono pochi, se si pensa che il numero si aggira, secondo i dati Iss relativi al 2018, ultima grande ricerca disponibile, intorno al milione e mezzo. Secondo l’Agenzia delle Accise, Dogane e dei Monopoli, ogni anno in Italia si spendono 140 miliardi di euro nel gioco d’azzardo, cifra che riguarda il gioco legale, quello tassato dallo Stato. Il gioco d’azzardo, quindi, non conosce crisi, anzi. È una buona notizia? Lo si chieda a quelle famiglie i cui componenti sono vittime di GAP; non solo a loro, tuttavia, dal momento che pur non arrivando a vere e proprie malattie, la possibilità, liberale, di giocare d’azzardo crea altre situazioni problematiche per cui non dovrebbe essere una pratica da incentivare in ogni caso. Ma lo diventa se si punta soltanto sul suo aspetto “legale” positivo e “ludico”.

La legge penale vieta, di principio, a chiunque l’esercizio al pubblico e in pubblico del gioco d’azzardo e delle scommesse, finanche nei circoli privati. Eppure tali attività non sono illegali se esercitate o autorizzate dallo Stato, il che, a una persona che ragionasse in termini logici e di buon senso, senza conoscenze approfondite di diritto, sembrerebbe implicare un evidente corto circuito giuridico: il gioco d’azzardo è vietato ma non allo Stato.
Ecco, forse alle famiglie che vivono drammaticamente questo corto circuito, andrebbe spiegato perché le istituzioni, invece di eliminare occasioni di patologie, le arrogano a sé: è evidente che la finalità non è solo di tipo morale (evitare danni ai cittadini) ma, fuori da ogni ipocrisia, come avviene d’altronde anche per il fumo e per il tabacco, anche di tipo economico e risponde alla necessità di sottrarre, introitandola, una fetta sostanziosa di fondi che con l’illegale vanno ad associazioni private o di tipo mafioso e camorristico.
Ovvio che il proibizionismo non eliminerebbe la piaga anzi incentiverebbe quella illegale, sottraendo il gioco al controllo statale; ovvio che il gioco legale sia un settore dal valore economico immenso che dà lavoro a migliaia di imprese e di persone con un fatturato annuale di 14 miliardi di euro di cui sarebbe impensabile fare a meno. E, tuttavia, a parte i costi sociali della cura per i malati da gioco, con il monopolio statale resta una terribile, irrisolta e forse mai risolvibile questione che tuttavia non si può sempre eludere col ricorso agli intoccabili principi liberali della moderna società, ma di cui bisognerebbe farsi onestamente carico: quella etica.

CREDITI FOTO: Flickr | Michael Kappel



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