La balcanizzazione della politica italiana

Pierfranco Pellizzetti

Tutti gli sguardi degli indovini – gli auguri e gli aruspici che scrutano il volo degli uccelli o le viscere bovine della politica italiana – sembrano completamente concentrati sul Vietnam prossimo futuro, che presumibilmente andrà a scatenarsi per l’elezione del Presidente della Repubblica tra qualche mese. Metafora bellica per metafora bellica, mi sembra assai più importante e inquietante la balcanizzazione in atto nel ceto di partito, ormai composto in stragrande maggioranza da peones del fancazzismo parlamentare come professione, che devono rapidamente trovare scialuppe di salvataggio individuali; che gli consentano di proseguire nella loro modesta quanto ben remunerata carriera.

Questo per dire che – secondo il ben noto meccanismo mercantile della domanda e dell’offerta – se è percepibile una campagna acquisti ormai avviata, non per altro da parte di chi vuole accaparrarsi i voti per le proprie aspirazioni presidenziali (stando ai si dice, a Berlusconi ne basterebbero una quarantina per issarsi sullo scranno del Quirinale e – così – concludere in bellezza una carriera di arrampicatore sociale limitrofo alla malavita organizzata: non in casa di tutti troverebbe ospitalità uno stalliere con il curriculum di Vittorio Mangano), altrettanto è presumibile una simmetrica campagna di (s)vendita. A stralcio, seppure non ancora sbandierata.

Vediamo di spiegarci: rispetto alle passate elezioni sono avvenuti due fatti che modificheranno drasticamente la composizione parlamentare destinata a emergere dalle prossime: stando ai sondaggi, il dimezzamento dei Cinquestelle e Forza Italia, la certa sparizione di Italia Viva e quella probabile di un po’ di cespugli vari. E non si sa bene che ne sarà della cinquantina di anime in pena dei transfughi da qualcosa parcheggiati nel Limbo dei Gruppi Misti. Su questa massa di personaggetti/e in attesa di sfratto grava l’ulteriore mannaia della riduzione dei posti liberi, tanto alla Camera (che passa da 630 deputati a 400) come al Senato (dove i senatori scendono da 315 a 200). Insomma un taglio del 36,5 per cento dei posti disponibili, che aumenta la minaccia incombente della disoccupazione per gente abituata a trattarsi “piuttosto” bene: i 14mila euro mensili al netto di benefit e accrocchi vari (per non parlare dei doppi lavori milionari di tipetti come Matteo Renzi).

Non si direbbe irrealistico ipotizzare la corsa a salvare il salvabile di gente con il sangue agli occhi, che non pare avere a disposizione molte possibilità per accasarsi una seconda volta. Forse l’unica che può offrire qualche strapuntino è la Giorgia Meloni, cresciuta in questi tempi a dismisura, grazie a un’intelligente opera di trasfusione dei consensi a scapito del Salvini, truce a parole ma inconcludente nei fatti.

Di certo non c’è molto da aspettarsi per i nostalgici di un grillismo duro e puro dal Bruce Chatwin della politica italiana Alessandro Di Battista, con un piede nel generone pentastellato e l’altro nella terra immaginaria popolata dal Libertador Bolivar e i diari della motocicletta del Che.

Quanto sembra del tutto improbabile è aspettarsi qualcosa dall’algido banchiere Draghi con l’armadio pieno di scheletri (il direttore del Max Planck di Colonia Wolfgang Streeck, già sulla New Left Review del febbraio 2012, gli addebitava di lavorare presso il più grande produttore di junk bond di sempre, Goldman Sachs). Forse consapevole di aver esaurito la propria spinta propulsiva di “Migliore tra i Migliori”, di guardiano del tormentone “ce lo chiede l’Europa”, nonostante l’affannarsi dell’establishment di cheerleader e pifferai, difficilmente ricompirà l’errore del predecessore tecnocratico Mario Monti e fondi un partito del presidente. Che prometta garanzie occupazionali a un po’ di aficionados (la Gruber ministra delle quote rosa e delle donne in carriera?). Magari facendosi consigliare dall’ex compagno di scuola dai gesuiti Luca Cordero di Montezemolo, che prometteva posti da ministro nelle cene in giro per l’Italia.

Questo per dire che ci attendono tempi bui, ma che potrebbero anche rivelarsi una scopa manzoniana, che spazzi via questa classe politica indecorosa che ci affligge.

Una straordinaria opportunità per incominciare a discutere sul come e il dove riprendere l’impegno pubblico, come e dove selezionare nuovo personale che si impegni nella rifondazione della democrazia dal basso.

 

(credit foto ANSA/ETTORE FERRARI)



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