Bando PNRR biomedicina: lo Squid Game della ricerca

Un bando sulla ricerca biomedica emesso dal Ministero della Salute presenta così tanti vincoli e condizioni da risultare un percorso a ostacoli quasi impossibile.

Matteo Cerri

Nel suo ultimo libro, Un gentiluomo a Mosca, Amor Towles descrive magistralmente come la procedura di prendere gli ordini ai tavoli del lussuoso ristorante Bojarskij dell’Hotel Metropol di Mosca fosse cambiata con l’arrivo dei bolscevichi: il cameriere avrebbe per prima cosa dovuto scrivere la comanda su un taccuino apposito, consegnare quindi l’ordine al contabile, che lo avrebbe registrato nel libro mastro, emettendo poi un tagliando che sarebbe stato infine inserito nel registro di cucina, dando così inizio alla preparazione del cibo; una volta che il cibo fosse poi stato preparato, la cucina avrebbe emesso una nota di conferma, che sarebbe stata portata al contabile, che avrebbe quindi dato al cameriere una ricevuta timbrata che lo avrebbe autorizzato a prendere il cibo dalla cucina; una volta preso e consegnato, il cameriere avrebbe poi dovuto annotare sul suo taccuino che il piatto era stato ordinato, registrato, cucinato e ritirato, e servito al tavolo.

Pensate che sia una procedura arzigogolata? Allora non avete letto il bando emesso dal Ministero della Salute sulla ricerca biomedica, chiamato: “Missione: M6/componente: C2, Investimento: 2.1 Valorizzazione e potenziamento della ricerca biomedica del SSN”, finanziato dall’Unione europea – NextGenerationEU.

Il bando, che potete trovare a questo link, è finalizzato, e cito letteralmente, a “potenziare il sistema della ricerca biomedica in Italia, sostenendo il percorso di verifica del potenziale industriale della conoscenza sviluppata e delle innovazioni, rafforzando la capacità di risposta dei centri di eccellenza presenti in Italia nel settore delle patologie rare e delle malattie non trasmissibili altamente invalidanti, promuovendo nuove conoscenze e strategie di approccio” ed ha una dotazione economica non certo modesta: 262.070.000 euro, da destinare a tre linee di ricerca: “proof of concept”, ossia dimostrazioni di tecnologie, “malattie rare” e “malattie croniche non trasmissibili, ad alto impatto sui sistemi sanitari e socio-assistenziali”. Ogni progetto deve durare al massimo due anni, e può essere finanziato con al massimo un milione di euro.

Questa sarebbe un’ottima notizia, fino a quando non si presta attenzione alle condizioni richieste dal bando stesso. Immaginate di essere un ricercatore, con una interessante idea da proporre. Immaginiamo che vogliate presentare una proposta: sareste quindi il coordinatore del progetto, nel gergo del bando “il capofila”, a condizione che lavoriate presso un ente del Ministero della Salute*. Al capofila, possono poi aggiungersi altre unità, appartenenti a Università, Enti di Ricerca pubblici o Enti privati no profit. La prima cosa che dovete fare è assicurarvi di avere le caratteristiche che il bando richiede per poter partecipare.

Dovrete quindi:

1) Iscrivervi entro 10 giorni dall’emissione del bando al sito “Workflow della ricerca”, azione che richiede che abbiate lo SPID (se non lo avete, buona fortuna a ottenerlo in tempo utile);

2) Dare prova di esperienza nel settore della ricerca, attestando il possesso degli adeguati indici bibliometrici: si tratta del famoso H-index, un modo per misurare quanto popolare sia uno scienziato fra i suoi colleghi. Maggiore è l’H-index, più diffusa è la conoscenza delle sue ricerche. Nel vostro caso, il valore da superare è piuttosto alto: 25; cosa che ostacolerà sicuramente i giovani che volessero provare a coordinare il progetto.

3) Trovare un co-capofila, che abbia il vostro stesso datore di lavoro (e a cui interessi il vostro progetto), che abbia almeno 15 di H-index.

4) Avere, sia voi che il vostro co-capofila, rispettivamente almeno 15 o 10 articoli pubblicati come primo autore, ultimo autore o autore corrispondente. Per chi non lo sapesse, nell’ambito delle scienze della vita, la posizione che un ricercatore ha nell’elenco degli autori di una pubblicazione è molto rilevante. Tradizionalmente: il primo autore è il giovane che ha condotto materialmente il lavoro; l’ultimo autore è l’anziano leader del gruppo di ricerca (con i cui fondi è stata finanziata l’attività sperimentale); l’autore corrispondente è colui che si occupa dei rapporti epistolari con la rivista e che spesso coincide con l’ultimo autore. Con l’incremento progressivo della complessità dell’attività di ricerca, gli articoli scientifici si trovano ad avere sempre più autori, scatenando così una competizione serrata per avere una delle tre ambite posizioni**. Per questo motivo, e per dare il giusto riconoscimento al lavoro, specialmente dei giovani, sono oggi comparse nuove posizioni, come quella di co-primo autore. In poche parole, con questa strana cardinalità, si intende che i primi due autori (o anche tre) hanno contribuito in modo uguale alla ricerca, per cui è impossibile dare loro un ordine gerarchico: sono entrambi primi autori. Il vostro bando però vi proibisce esplicitamente di utilizzare articoli nei quali siate co-primo (ma anche co-ultimo), limitando ulteriormente le vostre possibilità di partecipazione (come questo sia poi finalizzato a migliorare la qualità della vostra ricerca, non è dato saper).

5) Guardare al futuro: se per caso doveste cambiare datore di lavoro durante lo svolgimento del progetto, sarete comunque obbligati a portarlo a termine (come, non si sa);

6) Organizzare il proprio tempo: se è vero che la ricerca richiede tempo e dedizione, non sia mai che ne soffra l’attività assistenziale: almeno 30 ore settimanali dovrete infatti riservarle a questa. D’altra parte, è noto che per produrre ricerca di qualità serva un ricercatore stanco, che lavori le notti o i fine settimana (senza affetti che lo distraggano).

7) Specializzarvi! Altrimenti, da specializzandi, il progetto non potete coordinarlo. Perché siete meno bravi? O con un H-index troppo basso? No. Perché non avete la qualifica di operatore dell’SSN.

Bene! Siete sopravvissuti ai primi round di selezione? Fantastico: ora procediamo.

Se siete quindi idonei a essere capofila, e avete trovato anche un co-capofila, dovrete organizzare il vostro team – che, ovviamente, deve anch’esso avere lo SPID per iscriversi al workflow della ricerca nei primi 10 giorni.

Il team di ricerca, infatti, deve possedere alcune semplici caratteristiche:

A. “Avere un minimo di 2 Unità operative e non più di 4, appartenenti ad Enti diversi (ovverosia con diverso codice fiscale), con almeno il 50% riferito a Enti appartenenti al SSN e almeno una Unità operativa che insiste in un’area geografica del Mezzogiorno e di cui all’articolo 4, comma 2 lettera a) e b) del presente avviso. È ammessa una sola Unità operativa aggiuntiva in autofinanziamento afferente ad altri soggetti non gravante sui fondi del presente avviso”. Non c’avete capito niente, vero? Ma come, è ovvio: dovete mettere insieme almeno due enti diversi (ma voi ed il vostro co-capofila appartenere allo stesso), ma non più di quattro, di cui almeno uno sia localizzato nel Mezzogiorno, e almeno la metà (quindi uno o due) afferisca all’SSN. E se poi siete molto fortunati, potete aggiungere una quinta unità, che partecipi con i propri soldi: preparatevi quindi ad affrontare la folla di aspiranti partecipanti che si proporrà di unirsi a voi a proprie spese per l’onore e per la gloria. Finita? Ma neanche per sogno!

B. “Prevedere la presenza di almeno 4 ricercatori collaboratori in aggiunta al PI e al Co-PI più ulteriori 2 ricercatori collaboratori con età inferiore ai 40 anni, tutti con rapporto di lavoro in essere con gli enti che svolgono funzioni di Unità operative”. Chiaro? Proseguiamo?

C. “Rispettare il principio del gender equality, che si considera soddisfatto almeno nella misura minima del 30% da riservare alle ricercatrici donne coinvolte in qualità di PI, CoPI e di ricercatore collaboratore principale nelle proposte progettuali già in possesso di un rapporto di lavoro con l’ente che svolge funzione di Unità Operativa”. Devo dire che mi sembra giusto prestare attenzione alla parità di genere, specialmente considerando il punto 6 di cui sopra. Mi viene in mente, per esempio, la figura di una ricercatrice che sia diventata madre da poco. Sono sicuro che dopo le 30 ore settimanali di reparto e l’attività di ricerca del fine settimana, sarà felice di rivedere – forse di notte – i propri figli.

D. “Considerare la partecipazione, il coinvolgimento, la protezione (! Nda) e la valorizzazione dei giovani prevedendo il reclutamento ex-novo, come ricercatori collaboratori aggiuntivi, fino a cinque ricercatori di età inferiore a 40 anni, di cui almeno 2 operanti in Unità”. È curiosa l’idea di dover proteggere i giovani (!) minori di 40 (forse sono già considerati una specie a rischio?), così come viene spontaneo chiedersi quale sia la differenza fra partecipazione, coinvolgimento e valorizzazione.

E. “Nel caso di Unità operative svolte (?! Nda) da Aziende Ospedaliere Universitarie o da Enti con convenzione in atto di tipo assistenziale o di ricerca con una specifica Università, l’Unità operativa universitaria deve afferire ad una diversa università non avente convenzioni in atto con l’ente del SSN, che svolge funzioni di Unità operativa”. Se avete capito questo punto, siete molto intelligenti e avete diritto de facto al finanziamento.

Il capofila deve essere del segno zodiacale uguale a quello dell’ascendente del co-capofila. Ovviamente questo è uno scherzo, anche se, tutto sommato, è un’istruzione più comprensibile.

Bene, siete arrivati fino qui, uscendo vivi dallo Squid Game del bando? In tal caso, siete pronti a chiedere il vostro milione di euro, da spendere in non più di 30 mesi. Ma ricordate:

1. Il 40% dei fondi che chiedete deve andare ad una unità di base nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia);

2. Se partecipate alla linea di finanziamento “proof of concept”, vi servirà anche un brevetto ottenuto da almeno tre mesi;

3. Non potrete spendere più del 60% dei fondi per pagare il personale, che

  • Non potrà ricevere uno stipendio maggiore di 40.000 euro/anno
  • Dovrà essere assunto in una Unità Operativa del Mezzogiorno per il 40%

Ora, non dubitiamo che il bando sia stato scritto con le migliori intenzioni, che, è bene ribadirlo, dovrebbero essere quelle di stimolare la produzione di ricerca innovativa, ambiziosa, che sia un veicolo di sviluppo per il paese. Leggendolo però con attenzione, qualche leggerissimo dubbio sulla sua efficacia nel perseguire questo obiettivo può venire. Basti pensare che con 262.070.000 di euro, si sarebbero potuti finanziare più di 100 progetti equivalenti ai prestigiosi ERC, i fondi europei più ambiti. Se consideriamo il fatto che nel 2020, in Italia, sono stati finanziati 9 progetti ERC nel settore delle Scienze della vita, ci possiamo rendere conto dell’impatto che anche un bando di media portata come questo avrebbe potuto avere sulla ricerca italiana. Si sarebbe potuto anche usare un approccio conservativo: finanziare tutte le proposte di finanziamento europeo (ERC, FET-OPEN, Pathfinder ecc. ecc.) partite dal nostro paese negli anni scorsi che, anche se non risultate vincitrici, fossero state valutate come ottime. Anche indipendentemente dalla politica di destinazione di questi fondi, emerge però un fatto evidente: come sia possibile che l’amministrazione pensi che questo tipo di vincoli e condizioni possa migliorare la qualità della ricerca italiana. L’impressione è che la priorità, in generale, sia quella di partorire bandi inoppugnabili dal punto di vista legale, i cui criteri di giudizio siano talmente oggettivi da poter essere chiamati algoritmici; in altre parole, che svincolino dalla responsabilità di giudizio l’amministrazione stessa che gestisce il bando, trascurando l’obiettivo stesso del bando, la sua vision, se vogliamo farci contagiare dal proliferante aziendalismo della scienza: favorire l’aumento della conoscenza tramite la ricerca scientifica.

Non resta quindi che sperare che ci siano in Italia almeno 267 gruppi di ricerca che siano in grado di superare lo Squid Game di questo bando, augurandoci che, contrariamente a ogni intuizione, questo percorso a ostacoli faciliti il processo creativo alla base di ogni innovazione e ricerca sperimentale. Se così sarà, questo processo dovrà per forza essere oggetto di un futuro bando.

Note

* le Aziende ospedaliere, le ASL o un policlinico universitario, oppure gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico pubblico o privato (IRCCS), gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali (IIZZSS), l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), l’Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (AGENAS).

** I fisici, che sono da tempo abituati a condurre esperimenti con centinaia e a volte migliaia di autori, hanno deciso di elencare i ricercatori in ordine alfabetico, sfuggendo in tal modo a questa strana ordalia delle posizioni.



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