Barlumi di sinistra: si torna a discutere di diritti

Mauro Barberis

Uno dei segnali di ritorno alla normalità politica, dopo il commissariamento dovuto alla pandemia, è che si torna, molto cautamente, a discutere dei diritti delle persone. Per politica, secondo Bobbio, non si dovrebbe intendere molto di più: la discussione sui diritti fra una destra e una sinistra. La sinistra promuove alcuni diritti e ne interpreta diversamente altri, la destra fa lo stesso. Essere né di destra né di sinistra, come pretende ancora il M5S, è pilatesco: a un certo punto bisogna scegliere fra i diritti, o fra le loro interpretazioni.

A ben vedere, persino nel pieno della pandemia si è discusso di diritti, ma di nascosto, sotto la disputa fra chiusure e riaperture. La destra è sempre stata per le riaperture, ovunque fosse possibile, la sinistra per le chiusure, sinché era necessario. Sotto queste scelte opposte stavano diversi diritti: a destra si privilegiavano i diritti economici, sacrificati dalle chiusure; a sinistra, i diritti alla vita e alla salute di soggetti deboli come gli anziani. Il compromesso, obbligato, è stato far dipendere chiusure e aperture dai dati sul contagio.

Oggi la destra italiana ha tutto l’interesse a intestarsi le riaperture, ma non a farsi coinvolgere in discussioni politiche sui diritti. La sua unica strategia è portare Draghi al Quirinale e poi andare a votare quanto prima, per avere una maggioranza in Parlamento che detterà tutt’altra agenda politica. Di qui l’ostilità di Salvini alle riforme, come quella della giustizia, anche quando sono una condizione per ottenere quegli aiuti europei che originariamente lui neppure voleva.

È semmai la sinistra, costretta dalle comunali che si avvicinano e dai sondaggi sfavorevoli a dare segnali di esistenza, a dover mobilitare il proprio elettorato, ancora maggioritario nelle grandi città. Lo ha fatto su due questioni quasi identitarie, e comunque divisive: il disegno di legge Zan contro l’omofobia, e la proposta Letta di tassare di più grandi successioni e donazioni. Questioni maledettamente scivolose, però, per ragioni diverse.

Il ddl Zan è una classica questione di diritti alla non discriminazione di minoranze, che la Chiesa non osteggia più, e che una destra liberale potrebbe fare propria. Ma il ddl, già approvato dalla Camera, è una sorta di legge-manifesto, che una destra in cui Meloni sta sorpassando Salvini non può sottoscrivere. Così la destra è passata da una classica obiezione di principio – il rischio di persecuzione giudiziaria delle opinioni omofobiche in sé, pure escluso dall’art. 4 del ddl – all’aperto ostruzionismo al Senato.

La proposta lanciata da Letta di tassare maggiormente le successioni superiori al milione e le donazioni maggiori ai cinque milioni, al fine di costituire una “dote” per i diciottenni più sacrificati dal Covid, è acqua fresca rispetto ai provvedimenti annunciati da Biden per gli Usa. Di fatto, colpisce solo i patrimoni dei più ricchi, rimedia a uno dei tanti buchi di bilancio (l’Italia incassa da queste imposte 800 milioni, gli altri paesi europei da sei a quattordici miliardi) e soprattutto mostra di pensare ai giovani, una volta tanto.

Eppure il Gran Commissario Draghi, intervistato sul punto, ha già escluso ogni intervento sul punto: la sua missione è un’altra, completare la campagna vaccinale e soprattutto garantire l’arrivo dei fondi europei. L’ha fatto pure in termini vagamente populisti: sarebbero tempi in cui ai cittadini bisogna dare, non chiedere. Figurarsi come reagirebbe lui, ma anche la maggior parte dei cittadini, se mai sentisse parlare di patrimoniale, di cui la proposta Letta rappresentava il minimo sindacale. E figurarsi come reagirebbe la destra compatta, che ancora rimpiange l’abolizione dell’imposta di successione da parte di Berlusconi. Eppure sono questi i problemi reali di cui la politica dovrà discutere prima o poi, magari in Parlamento: beninteso, se politica e Parlamento servono ancora a qualcosa.



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