“Cari fratelli musulmani, è ora di dire basta all’islam politico”: l’appello di un teologo musulmano

L’islam è stato tradito. La colpa di questo tradimento è dei musulmani stessi. Ed è innanzitutto ai musulmani che spetta impegnarsi attivamente, mettendo da parte l’atteggiamento vittimistico, per far tornare l’islam al suo originario messaggio di amore e misericordia. Ma soprattutto per salvare la democrazia. La tesi, forte e coraggiosa, del teologo musulmano austriaco Mouhanad Khorchide.

Cinzia Sciuto

Non va in cerca di capri espiatori il teologo Mouhanad Khorchide, direttore del centro di Teologia islamica all’Università di Münster. Nato in Libano, cresciuto in Arabia Saudita, Khorchide arriva a 19 anni in Austria per poi trasferirsi in Germania, dove è oggi una delle figure più autorevoli nell’ambito degli studi islamici e uno dei più importanti esponenti di una interpretazione liberale, moderna e antidogmatica dell’islam. E dunque anche uno dei tanti – insieme, tra gli altri, all’avvocata e prima imam donna in Germania Seyran Ates e al politologo Hamed Abdel-Samad – attaccati e minacciati dalle frange più conservatrici dell’islam tedesco.

Nel suo ultimo libro, Gottes falsche Anwälte. Der Verrat am Islam (I falsi avvocati di Dio. Il tradimento dell’islam, uscito in tedesco per Herder Verlag e che speriamo presto di poter leggere in italiano), Khorchide lancia un allarme che non può rimanere inascoltato: l’islam politico è ormai diventata la corrente interpretativa egemonica sia nel mondo islamico sia in Europa, e rappresenta una seria minaccia non solo per l’islam stesso ma anche e soprattutto per la democrazia. Urge, questo l’appello di Khorchide, che i musulmani si rendano conto di questo pericolo e reagiscano.

Ma di chi è la colpa di questa deriva? Non di rado per spiegarla vengono chiamati in causa elementi esterni al mondo islamico: l’imperialismo occidentale, il colonialismo, il capitalismo, il socialismo, l’illuminismo e via di questo passo. Un atteggiamento che Khorchide rubrica alla voce «discorso vittimistico» e che respinge decisamente: qualunque cosa sia accaduta nei paesi musulmani, è la tesi di Khorchide, l’islam avrebbe dovuto e potuto reagire perseguendo la via della libertà e dell’autonomia. La deriva autoritaria e fondamentalista che invece ha trionfato è iniziata già all’indomani della morte di Maometto, quando i musulmani iniziarono immediatamente a dividersi per ragioni più di potere che di fede.

Questa lunga storia, che risale al settimo secolo d.C., ha diverse conseguenze i cui effetti si vedono ancora, e anzi più drammaticamente che mai, oggi. Innanzitutto, secondo Khorchide, questa interpretazione dell’islam ha diffuso fra i musulmani una «cultura della sottomissione» che impedisce loro di considerare se stessi e gli altri innanzitutto come soggetti autonomi e responsabili. Un atteggiamento che diventa particolarmente evidente a proposito delle donne, che sono state collocate in una posizione subordinata rispetto agli uomini. E spesso sono le donne stesse le prime sostenitrici di questo atteggiamento: una cultura della sottomissione talmente interiorizzata che rende molte di loro energiche fautrici delle strutture patriarcali (un meccanismo che ahimè è piuttosto diffuso anche fuori dal mondo musulmano).

L’islam politico, in secondo luogo, avrebbe manipolato l’idea di Dio, trasformandolo da manifestazione di amore e misericordia in un Dio feroce, interessato esclusivamente a premiare o punire i credenti a seconda del loro grado di obbedienza, riducendo il Corano a mero elenco di leggi e prescrizioni, talvolta estremamente minuziose, valide una volta per tutte. Il che conduce a una «pedagogia della minaccia e della paura», così diffusa tra le famiglie musulmane, secondo Khorchide. A proposito dell’uso del velo per le bambine, per esempio, il teologo austriaco in passato ha scritto: «Cosa c’è di “volontario” in una tale scelta se alle bambine viene detto: “Dio ama solo le bambine che portano il velo. E adesso decidi tu se vuoi che Dio ti ami oppure no”? O ancora: “Alle bambine che non portano il velo Dio brucerà i capelli all’inferno. E adesso decidi tu se vuoi il velo o no”, oppure: “Una bambina che porta il velo è una brava bambina, molto più di una che non lo porta. E adesso decidi tu”, e così via».

Questa interpretazione dell’islam avrebbe infine rafforzato la netta separazione fra «musulmani», la Umma, e gli «altri», gli infedeli, e posto le basi per la diffidenza, quando non la netta ostilità, di molti musulmani nei confronti dell’Occidente.

L’autore auspica un radicale capovolgimento di mentalità e individua due soggetti responsabili per esso: in primo luogo i musulmani stessi, che devono abbandonare la loro «passività» perché «cambiamenti del genere non cadono dal cielo»; in secondo luogo la politica, che non solo minimizza il rischio rappresentato dall’islam politico, ma addirittura lo alimenta: «I politici», scrive Khorchide, «pretendono che l’islam si “ecclesizzi” e per questo pensano che i loro interlocutori debbano essere solo le istituzioni islamiche organizzate. Il che ha come conseguenza la promozione di un islam marcatamente conservatore, perché finora la maggior parte delle grandi organizzazioni musulmane presenti in Germania non sono esattamente a favore delle riforme. E così i teologi che si battono per un’interpretazione illuminata dell’islam e quindi per la libertà si trovano schiacciati tra le associazioni conservatrici, da un lato, e una politica ingenua, dall’altro».

Potremmo osservare che il tentativo di Khorchide si scontra con gli stessi limiti di tutti i tentativi di interpretazione “liberale” non solo del Corano ma dei testi sacri in generale e cioè che la scelta di quali siano i passaggi che contengono il “vero” messaggio e quelli che invece vanno “contestualizzati”, “intepretati”, “storicizzati” è una scelta completamente arbitraria. Molte delle affermazioni di Khorchide sono assolutamente contestabili, a partire da quella principale su cui si fonda tutto il libro: e cioè che l’interpretazione dell’islam politico sia un “tradimento” del “vero” messaggio di Maometto, che sarebbe un messaggio di amore, misericordia, rispetto e promozione della libertà e non di sottomissione, minaccia, paura. Ma questa è materia per storici delle religioni ed esegeti.

Dal punto di vista politico quello che conta è l’idea di essere umano e di società promossa da Khorchide: un essere umano autonomo, determinato solo dalla sua ragione, che si relazione a Dio come soggetto libero e non come mero oggetto della volontà divina, che considera gli altri esseri umani, a qualunque religione appartengano o qualunque visione del mondo sostengano, come soggetti autonomi e che si impegna nel mondo per promuovere libertà e giustizia.

Un tentativo ammirevole, che lascia però aperta domanda: se i valori promossi da Khorchide sono, come egli stesso riconosce, valori universali che precedono (o vanno oltre) le diverse religioni, a cosa ci servono allora le religioni? Non sarà tempo di emanciparsi dal pensiero religioso in generale e relazionarsi come cittadini razionali invece di impegnare così tante energie e talenti per tentare di rendere accettabili dei vecchi testi? Ma queste sono domande filosofiche che possono attendere. La rivoluzione auspicata da Khorchide invece no. Ne va della nostra democrazia.

(Foto Mouhanad Khorchide 2014, blu-news.org,  Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic)

 

SOSTIENI MICROMEGA



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Cinzia Sciuto

Il filosofo afroamericano ha lasciato il dipartimento di studi teologici di Harvard con una lettera in cui denuncia il clima intellettuale e morale dell’accademia statunitense.

Luigi Pagano, ex direttore di carcere, ci spiega perché e come modificare radicalmente le strutture penitenziarie.

Le associazioni islamiche più conservatrici stanno prendendo sempre più potere in Germania. La preoccupazione dei musulmani laici.

Altri articoli di Cultura

Nelle pagine del nuovo romanzo di Raffaella Battaglini l’irripetibile stagione collettiva degli anni Settanta.

Il filosofo afroamericano ha lasciato il dipartimento di studi teologici di Harvard con una lettera in cui denuncia il clima intellettuale e morale dell’accademia statunitense.

Che cosa è il diritto? Che cosa fanno i giuristi? Nel suo nuovo saggio il costituzionalista indaga “La Giustizia come professione”.