Bataclan, parte il maxi-processo tra le provocazioni di Salah Abdeslam

Al via al Palazzo di Giustizia di Parigi il processo per il più grande attentato terroristico della storia di Francia che sei anni fa provocò la morte di 131 persone e il ferimento di 350.

Marco Cesario

(Parigi). Il processo fiume sugli attentati che hanno provocato la morte di 131 persone e il ferimento di 350 allo Stade de France, nei baretti del X e XI arrondissement al Bataclan si è aperto questo mercoledì, 8 settembre 2021 a Parigi. Attesi circa 1800 parti civili e più di 330 avvocati ma solo un piccolo numero potrà accedere all’enorme aula costruita appositamente per l’occasione nella Salle des Pas Perdus del Palazzo di Giustizia di Parigi che potrà ospitare fino a 550 persone. I giornalisti sono assiepati ovunque, ce ne sono quasi 150 accreditati da ogni parte del globo.

Ma tra le mura bianche e fredde di marmo del Palazzo di Giustizia di Parigi la vera notizia sono le continue provocazioni di Salah Abdeslam che gli investigatori hanno stabilito essere l’unico sopravvissuto del commando che seminò la morte a Saint-Denis e Parigi sei anni fa. Lui è vestito tutto di nero, compresa la mascherina. Il suo volto è familiare da quando la sua foto è stata diffusa subito dopo gli attacchi trasformandolo nel nemico pubblico numero uno della Francia.

Muto dal suo arresto in Belgio nel marzo di 5 anni fa, dopo più di quattro mesi di fuga, durante la sua apparizione al processo per gli attentati di Bruxelles nel 2018, Salah Abdeslam aveva lanciato l’anatema islamista, seguito da un rifiuto a comparire. Così, quando si alza per dichiarare la sua identità, la tensione nell’aula raggiunge il parossismo. Le sue prime parole smorzano subito le speranze di una qualsivoglia collaborazione: “Prima di tutto, voglio testimoniare che non c’è altro Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il suo messaggero”, sibila nel microfono l’ex criminale comune del quartiere di Molenbeek. E nella sala d’udienza cala il gelo.

Salah Abdeslam sembra invecchiato. I suoi capelli sono un po’ più lunghi, ma i suoi occhi hanno la stessa freddezza delle immagini che sono circolate sui media durante la sua fuga rocambolesca. “Soldato di Allah? Lo vedremo più tardi”, gli risponde a tono il presidente della corte d’assise Jean-Louis Periès. Il suo scopo è quello di rendere normale un processo abnorme, di inscriverlo nei quadri della legalità e laicità per evitare di offrire nuovi argomenti alla jihad globale. “I nomi di suo padre e sua madre?”, chiede cortesemente. “Non c’entrano niente qui”, gli replica freddamente l’accusato. Il presidente li cita per lui. La sua professione? “Ho rinunciato alla mia professione per diventare un soldato di Dio. “Io leggo precario qui”, continua Jean-Louis Périès senza far caso alle sue dichiarazioni altisonanti. “Qual è il tuo indirizzo? Prima dell’arresto, intendo”. “Non ho più un indirizzo”, risponde Salah Abdeslam, che è tenuto sotto stretta sorveglianza dal 27 aprile 2016 nella prigione di Fleury-Mérogis.

Inizia così il processo che, per più di otto mesi, occuperà il Palazzo di Giustizia di Parigi. Un processo descritto come straordinario, come storico quanto abnorme per le sue implicazioni storiche, politiche, sociali. È stato il più grande attentato della storia di Francia dalla seconda guerra mondiale in poi ed uno dei più sanguinosi della storia europea. Difficile dirimersi nelle implicazioni e nei meandri di questo gigantesco meccanismo kafkiano perché l’unico punto d’aggancio è un personaggio ostinato e scivoloso che non solo non vuole collaborare ma cerca con fermezza di sabotare il processo trasformandolo in una farsa.

Ma le implicazioni storiche di questo processo sono ben chiare al presidente della Corte d’Assise Jean-Louis Périès, che scrive: “visto il numero di partecipanti, il numero di vittime, le parti civili e i loro avvocati, i testimoni e gli esperti chiamati alla sbarra, e le risorse stanziate dallo Stato, è effettivamente il più grande processo criminale della storia della Francia”. Ma, aggiunge “se ci riferiamo all’essenza stessa di un processo penale, l’obiettivo è proprio il rispetto della norma, il rispetto dei diritti di tutti, a cominciare da quelli della difesa”. È a questo fine, ci ricorda, che il tribunale deve lavorare. Un tribunale, sottolinea, che “si distingue da qualsiasi altra istituzione a vocazione politica, storica o sociologica” e il cui primo ruolo sarà quello di “mantenere la giustizia nella sua dignità” – contro ogni tentativo di manipolazione e contro ogni provocazione, per quanto rozza.

Nel Palazzo di giustizia nessuno va in giro senza un cordoncino colorato al collo: nero, gli avvocati; blu, i civili incaricati dell’organizzazione; arancione, la stampa; rosso, le parti civili che non vogliono parlare con i cordoni arancioni o essere ripresi dalle loro telecamere; verde, coloro che accettano di essere interrogati; giallo, i gendarmi incaricati di assicurarsi, tra l’altro, che i cordoni arancioni rispettino strettamente i colori rossi o verdi esposti dalle parti civili. Una manciata di loro non ha ancora scelto il suo colore, li porta entrambi al collo.

Tredici uomini compariranno accanto a Salah Abdeslam, unico superstite del commando del 13 novembre. Tra questi combattenti dalla Siria, autisti, fixer e collaboratori mentre sei presunti complici sono stati processati in contumacia. Salah ha deciso di scagionarli, di difenderli a spada tratta. La sua presenza in tribunale è stato uno dei nodi di questo primo giorno di udienza. L’atteggiamento degli altri tredici imputati presenti – sei quadri dello Stato Islamico sono processati in contumacia perché dati per morti – contrasta con quello di colui che si è appena seduto: dichiarano la loro identità senza difficoltà, a volte con l’aiuto di un interprete. Tra loro c’è Mohamed Abrini, conosciuto come “l’uomo col cappello” degli attacchi di Bruxelles.

Cosa dirà l’accusato principale durante i mesi del processo? “Almeno ha parlato”, ha reagito Catherine Orsenne dopo la prima pausa di mezzogiorno. Questa dentista in pensione, ferita allo Stade de France, è una delle poche parti civili presenti a portare un distintivo con una collana verde. Questa piccola donna dai capelli grigi, che si è ripresa da “una tripla frattura alla spalla e un grave trauma al ginocchio” dopo un movimento di panico all’uscita della partita Francia-Germania del 13 novembre 2015, verrà al processo “per tutto ciò che riguarda lo Stade de France” e all’audizione dell’ex presidente François Hollande il 10 novembre. Per quanto riguarda Salah Abdeslam, la cui indagine quinquennale non ha stabilito se ha rinunciato a farsi esplodere quella notte o se la sua cintura era difettosa, non si aspetta molto. “Sono sicuro che ora si rifugerà nel suo silenzio”.

Ma intanto Salah Abdeslam ha parlato. Eccome se ha parlato. Si è alzato in piedi e ha gridato: “Le vittime in Siria!”. Proprio come gridarono quella notte gli attentatori mitragliando alla cieca nel mucchio di ragazzi assiepati nella sala colma del Bataclan per il concerto degli Eagles of Death Metal. Ma il presidente Périès lo interrompe subito, accusandolo di prendere in ostaggio la corte d’assise. “Siamo fuori tema”, precisa il magistrato. “Lasciami finire! Lei dice che siamo presunti innocenti quando veniamo puniti prima di essere giudicati! Non sostengo la vostra giustizia. Voglio dire che ci sono altre vittime!”.

“Signor Abdeslam, stiamo uscendo dal dibattito”, ripete con calma Jean-Louis Périès. Invano. “Non sia egoista, signor Presidente, ci sono altre persone qui che vogliono ascoltarmi. Ascoltatemi!” continua Abdeslam, che si lancia in un appello per tre dei suoi coimputati – che sono sotto processo per averlo aiutato a fuggire dopo il 13 novembre. “Mohammed Amri, Hamza Attou e Ali Oulkadi (che Abdeslam aveva già cercato di scagionare durante il processo, ndr) mi hanno fatto un favore quando non sapevano cosa stavo facendo della mia vita. Non sapevano nulla. Niente di niente! Queste persone sono in prigione anche se non hanno fatto niente!”. Abdeslam continua a parlare ma non si sente più: il suono del suo microfono è stato tagliato. Il presidente Périès interviene per chiarire: “Signor Abdeslam, lei ha avuto cinque anni per spiegarsi. Ho sentito che vuoi farlo oggi e va bene, ma questo non è il momento”.

L’udienza è di nuovo sospesa. Come sospesi restano i respiri degli astanti e quelle anime morte di gogoliana memoria che cercano ancora un riposo, una giustizia ultima nel ricordo del buio intriso di puzza di polvere da sparo dei vicoletti del X arrondissement. Le luci della Ville Lumière per un attimo vengono di nuovo inghiottite in un’oscurità densa che trascina la città in quella notte senza fine di sei anni fa.

 

(credit foto EPA/IAN LANGSDON)



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