La battaglia per la laicità di un ex musulmano in Germania

A 15 anni è stato denunciato dal padre per apostasia. Arrestato e torturato dalla polizia, quando esce dal carcere lascia il Kurdistan iracheno e si rifugia in Germania, dove inizia il suo attivismo per una società aperta e laica, rivendicando il suo diritto alla critica delle religioni, islam incluso. Per questo diventa oggetto di continue minacce e di accuse di islamofobia.

Cinzia Sciuto

 

“Il giorno in cui i figli di genitori musulmani potranno liberamente dichiarare il proprio ateismo senza subire nessuna particolare conseguenza, smetterò di definirmi un ‘ex-musulmano’ e potrò definirmi semplicemente ateo, come fa chi abbandona altre religioni”. Amed Sherwan sa bene di cosa parla. Nato nel Kurdistan iracheno, terzo figlio di una famiglia musulmana molto osservante, nei primi anni della sua vita la religione era per lui tutto il mondo. Intorno agli 10-11 anni Amed inizia ad andare male a scuola, si distrae spesso, è irrequieto (molti anni dopo riceverà una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione). I suoi genitori si convincono che sia posseduto da uno djinn, uno spirito maligno, e decidono di portarlo da un imam per sottoporlo a un esorcismo. L’undicenne Amed viene duramente picchiato affinché, spiega l’imam ai genitori che assistono, lo djinn lasci il suo corpo. I colpi finiscono solo quando le urla di Amed convincono l’imam che lo djinn ha abbandonato il bambino. “Tutto pareva uguale a prima, eppure niente più lo era”, ricorda Amed.

Nonostante, a detta dell’imam, lo djinn fosse stato scacciato, Amed continua a prendere brutti voti e a essere molto irrequieto. Un giorno si imbatte casualmente in una pagina Facebook molto critica nei confronti dell’islam. Invece di chiuderla e dimenticarla, Amed continua a leggerla di nascosto, insieme ad altre pagine simili, pur sapendo che quello che fa è assolutamente haram, vietato. Scopre un mondo che fino a poco prima non pensava neanche esistesse e, grazie a quelle letture, comincia a mettere in discussione il proprio, di mondo. Fino a quando inizia a dubitare della sua stessa fede in Dio. La prova definitiva arriva una sera: da solo in casa, sale sul terrazzo e brucia una copia del Corano. Gli avevano detto che chi brucia il libro sacro viene fulminato all’istante da Dio. “Ma non accadde niente”, ricorda Amed. “Non sono stato colpito da nessun fulmine, non sono stato trasformato in un topo. Il mio corpo è rimasto intatto. Avrei potuto piangere per il sollievo, ma mi misi a ridere”.

Amed inizia una sorta di doppia vita: pio religioso di giorno fra casa, scuola e moschea, miscredente di notte di fronte allo schermo del pc. Finché decide di aprirsi con i suoi genitori. Una scelta che segnerà la sua vita per sempre. Una notte la polizia irrompe in casa sua e lo porta via: a denunciarlo era stato il padre. Amed viene picchiato e torturato e trascorre diversi giorni in un carcere minorile. Ha 15 anni. Viene liberato grazie all’intervento di uno zio facoltoso, ma non rinuncia – come invece auspicava la sua famiglia – a manifestare pubblicamente il suo ateismo. Anzi, quella diventa la sua battaglia e il suo diventa un caso che occupa le pagine dei giornali. Parallelamente la sua vita nel Kurdistan iracheno si fa impossibile. Decide di cercare riparo in Europa.

Oggi Amed vive in Germania, dove è arrivato nel 2014. Nel libro Kafir. Allah sei Dank bin ich Atheist (Kafir. Grazie ad Allah sono ateo), che ha scritto insieme alla compagna Katrine Hoop e che è uscito in tedesco per Nautilus, racconta sia la sua vita nel Kurdistan iracheno sia la sua esperienza di rifugiato ateo in Germania. Già, perché non tutti i rifugiati sono uguali. “Molti richiedenti asilo atei o omosessuali – spiega Amed – nascondono alle autorità di esserlo, sebbene siano elementi che si possono far valere per ottenere l’asilo, perché hanno paura che l’interprete sia un musulmano osservante e possa rivelare agli altri ospiti della struttura di accoglienza la loro condizione, il che li porterebbe a essere esclusi dalla comunità, quando non a subire minacce, pressioni e persino violenza. Si tratta di un problema non marginale, di cui però nessuno sembra rendersi conto”.

Omosessualità e ateismo: due elementi che, insieme all’autodeterminazione delle donne, nell’ambito delle comunità religiose più fondamentaliste (non solo musulmane) portano “disonore” alle famiglie. “Odio la parola ‘onore’”, si sfoga Amed. “Quasi tutte le persone che conosco non sanno nemmeno dirmi cosa sia esattamente l’‘onore’. Sanno solo quando il loro onore è ‘offeso’. E il loro onore viene offeso quando qualcun altro fa qualcosa che loro considerano sbagliato. Quando la sorella, la figlia o la madre arreca loro vergogna. O quando qualcuno offende le loro famiglie o la loro religione. L’onore offeso viene usato come giustificazione per ogni sorta di violenza”. C’è un’altra parola che ad Amed non piace granché: “integrazione”. “Io credo di essere quello che si dice un immigrato ‘ben integrato’. Parlo bene il tedesco, ho una casa, un lavoro e ho scritto persino un libro. Ma tutto questo non è solo merito mio. Se non avessi incontrato le persone giuste, probabilmente adesso sarei per strada a vendere droga, vivrei sotto un ponte o mi ritroverei in prigione. E la gente avrebbe detto che non mi ero riuscito a integrare”.

Oggi Amed è un attivista per i diritti umani, l’autodeterminazione, la laicità. Battaglie che lo portano paradossalmente a trovarsi schiacciato fra i razzisti, da un lato, e chi, dall’altro, lo accusa di islamofobia: “È quasi impossibile esprimere delle critiche nei confronti dell’islam senza essere strumentalizzati dalla destra o accusati di islamofobia dalla sinistra. Ma rispettare le persone non significa che non si possa criticare ciò in cui esse credono. Trovo anzi discriminatorio l’atteggiamento di chi riserva all’islam un trattamento speciale, sostenendo che bisogna stare attenti a non urtare la sensibilità dei musulmani. I musulmani non dovrebbero godere di nessuno status privilegiato e dovrebbero imparare a sopportare le critiche, anche quando sono irriverenti. Io voglio poter andare in giro con una maglietta con su scritto ‘Allah è gay’ senza dover avere paura”. Paura che invece Amed ha vissuto più volte da quando è in Germania, ritrovandosi in diverse occasioni a essere accusato di provocare e offendere i musulmani. Da ultimo è stato oggetto di una vera e propria campgna di odio in rete a seguito della pubblicazione sui suoi profili social di fotomontaggi che lo ritraevano davanti a diversi luoghi sacri di diverse religioni mentre baciava un ragazzo. Decine, centinaia di messaggi violenti, fino alle minacce di morte, tutti provenienti da ambienti dell’islam radicale, che Amed regolarmente va a denucniare alla polizia. Ma non ha nessuna intenzione di lasciarsi intimidire dalle minacce: “Mi batto per una società aperta e laica nella quale ciascun essere umano sia considerato come individuo e non come rappresentante di un qualche gruppo o comunità”. Sembra proprio che quel giorno di tanti anni fa l’imam non sia riuscito a strappare lo djinn della libertà dal corpo di Amed.

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