I capelli, che rivoluzione: in Italia il film su Masih Alinejad

Esce il 7 marzo il documentario di Nahid Persson che racconta tutta la fatica e la forza dell’attivista iraniana.

Monica Lanfranco

Be my voice, l’intenso ritratto dell’attivista iraniana Masih Alinejad affrescato dalla regista Nahid Persson, (autrice del coraggioso documentario Prostitution Behind the Veil del 2004) che l’ha filmata nella sua casa dell’esilio e in occasione di alcune trasferte in Europa, è un film potentemente, e crudamente, terapeutico.

Fa soffrire, perché ogni ricorso alla cura e all’approfondimento del malessere causa effetti in profondità, spesso dolorosi, ma trasforma il patire in commozione, struggimento, energia, consapevolezza e riposiziona le priorità essenziali non attraverso concetti astratti ma incidendo la carne, coinvolgendo il corpo e tutti i suoi sensi.

Nel 2014 Dalla sua pagina Facebook, La mia libertà clandestina, Masih Alinejad invitò le donne iraniane, costrette dalla dittatura teocratica dei mullah a indossare il velo e l’hijab, a fotografarsi mentre si toglievano le coperture, mostrando i capelli. La rete fu inondata da centinaia di migliaia di immagini, che rimbalzarono in tutto il mondo: donne giovani e vecchie, dalla città ai villaggi, e tanti uomini che le sostenevano.

Allora, come di recente, molte delle attiviste furono arrestate, torturate, qualcuna uccisa soltanto per questo gesto o per aver distribuito fiori in occasione dell’8 marzo in metropolitana, a capo scoperto: di alcune non si conosce ancora la sorte.

Nel 2020 il libro Il vento fra i capelli ha raccontato al mondo la sua storia, personale e politica, di ribellione alle leggi religiose misogine e patriarcali iniziata da bambina in un piccolo villaggio dell’Iran. Oggi la sua famiglia non le parla più, tranne il fratello che, dopo averle dato apertamente supporto, è in carcere con una condanna a 8 anni.

In Be my voice la regista riprende i momenti terribili delle chiamate alla madre: “Sono tua figlia, perché non mi copri le spalle?” le grida Masih, che alla fine della telefonata crolla sul prato di casa, nascondendo il viso nell’erba. Il giardino, colmo di rose, girasoli e piccoli alberi, ai quali Masih ha dato i nomi delle persone amate, è la sua salvezza.

La relazione dell’attivista con la natura, i fiori e le verdure che coltiva mi hanno ricordato il delicato libro Al giardino ancora non l’ho detto, di Pia Pera: non trovando pace né energia nelle lunghe giornate di collegamento on line, scrittura, interviste e furiose dirette televisive da cui denuncia la situazione iraniana, che definisce un enorme carcere, Masih si rifugia nella bellezza gratuita dei colori, dei profumi e dei sapori del suo giardino.

Ma, accanto ai crolli emotivi, alle lacrime e alle grida che il film ritrae senza nascondere nulla ci sono anche i momenti di gioia: “Andiamo a fare una rivoluzione con i nostri capelli” dice Masih, che di bellissimi capelli ne ha un’infinità. Agli esordi della sua campagna per la liberazione dall’imposizione del velo in Iran la risposta di Masih Alinejad in una delle prime interviste sull’emozione provata una volta levato il velo era stata: “Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano”.

Nel film Masih prende per mano la regista, che spesso si ritrae in ascolto insieme all’attivista e la accompagna, entrando in intimità con lei fino al punto di chiederle se potesse fare un momento di silenzio, perché il suo continuo essere in fermento, in movimento e mai zitta è sfiancante. Masih è inarrestabile: balla scalza e si inzuppa sotto la pioggia in mezzo alla strada davanti casa, inizia a cantare, con una bellissima voce, persino durante un’intervista ad un mullah, scoppia in lacrime urlando nel terribile confronto con un politico del suo paese che la sbeffeggia, non molla mai il telefono dal quale arrivano messaggi, aggiornamenti sulla situazione delle attiviste in Iran e delle campagne di ribellione ispirate dalle sue parole infuocate. Al suo fianco, sempre, in silenzioso e preoccupato secondo piano c’è il marito, una presenza amorevole e solerte, pienamente consapevole della forza enorme così come della fragilità della compagna: forza e fragilità che la mettono, costantemente, in un bilico pericoloso tra determinazione lucida e definitiva perdita di sé. Lo squilibrio inevitabile che abita Masih mi ha fatto ripensare ad un articolo sull’ecofemminismo nel quale vengono evidenziati i rischi di burn out , di esaurimento e forte crollo psicofisico di chi fa attivismo.

Nell’articolo si sostiene che l’attivismo sociale ha un costo sulla salute mentale degli attivisti e delle attiviste, e che quando un movimento riconosce la gravità dei problemi di salute mentale di chi lo anima, e di conseguenza si mettono in atto azioni per sostenere chi ne è affetto, chi lavora nelle associazioni e nella politica raggiunge risultati più efficaci. Un sistema di supporto sulle difficoltà emotive e mentali si traduce in una comunità più forte, più duratura e più compassionevole.

Ma Masih è comunque una e sola, a sostenere il peso dell’esilio, il peso dell’odio massiccio e delle condanne a morte contro di lei dei fanatici fondamentalisti, il fardello del senso di colpa per aver scatenato un movimento che viene brutalmente represso, anche se rinasce ogni volta camminando sulle gambe delle donne che lo intercettano.

Il documentario di Nahid Persson racconta tutta la fatica e l’angoscia con cui convive Masih Alinejad ogni giorno, nonostante le centinaia di migliaia di persone che le scrivono, la contattano, le inviano messaggi d’amore e di riconoscenza per la sua voce coraggiosa.

Be my voice è dunque un documento crudamente e liricamente indispensabile per riflettere sui costi individuali del prendere posizione contro l’odio misogino del fondamentalismo, sulla fatica sovrumana dell’essere scintilla, sull’assunzione di responsabilità che, sempre, reca consenso ma anche isolamento e cancellazione. “Non voglio cambiare tutto il mondo, vorrei cambiare solo il mondo intorno a me” dice Masih Alinejad. Che, appunto, è l’unico modo di fare una rivoluzione nonviolenta.

 

 



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