Benedetto Croce vota Giorgia Meloni?

Dal “fascismo buono” all’appropriazione indebita di Benedetta Croce, Giorgia Meloni accredita il minestrone cucinato da Vittorio Sgarbi.

Pierfranco Pellizzetti

Prosegue la beatificazione a tassametro del governante di turno, per cui Mario Draghi era il Migliore dei Migliori e ora a Giorgia Meloni vengono attribuite ascendenze liberali. Operazioni-smacchiatutto, nel caso dell’algido banchiere per cancellare precedenti non troppo lusinghieri (dai trascorsi in Goldman Sachs a una naturale predisposizione al fancazzismo sin dall’età giovanile, per cui in Banca d’Italia era abituale la battuta; “dov’è Draghi?”. “A sì, è a giocare a golf”); per la/il neopresidente destrorsa/o dall’infanzia, una ripulitura ideologica per dotarla/o del solito passepartout politicamente corretto quale chiave d’accesso ai circoli esclusivi del potere occidentale. Con il birignao della Conchita De Gregorio a fungere da trait d’union nel cambio di bersaglio della cortigianeria. E guai a chi ne denuncia l’indecenza.

Ne ha pagato il fio Enzo Marzo, firma che anche gli habitué di questo sito hanno imparato a conoscere grazie alla testata Critica Liberale che dirige da mezzo secolo, a cui Peter Gomez ha generosamente offerto lo spazio di un blog. Di che colpa – dunque – si è macchiato questo nostro vecchio amico? Presto detto: smascherare l’indegno tentativo di operare una distinzione salva-Meloni tra fascismo buono e fascismo cattivo; in cui si distingueva Vittorio Sgarbi nei giorni in cui sbavava per la poltrona di ministro della cultura nella costituenda compagine governativa meloniana. Sicché, alle obiezioni argomentate di Marzo, il noto arrampicatore sociale, arbiter del gusto pittorico mentre certifica palesi croste come capolavori, replicava buttandola sull’irrisione cialtronesca di un intellettuale schivo e appartato, custode del lascito nobilmente minoritario di un Liberalismo critico di matrice gobettiana: “Marzo, nome a tutti ignoto, liberale mancato e intellettuale pieno di livore e di rancore con chi ha avuto successo, non essendo arrivato a raggiungere la notorietà neanche nel suo condominio” (operazione impossibile: Marzo, abita da anni un’antica magione umbra).

Comunque, argomentazione a doppio taglio per chi – come il figlio del farmacista della provincia ferrarese con pretese da dandy – ha conquistato visibilità da talk show a colpi di turpiloqui e coprolalia.

Ma questo – del “fascismo buono” – è solo il primo stadio nella strategia di contro-narrazione meloniana. L’altro – persino più divertente nella sua bizzarria – è quello di attribuire alla nuova maggioranza un prologo in cielo nientemeno che crociano. Difatti il neo-sottosegretario Sgarbi dichiara: “tengo insieme cultura e politica partendo dall’insegnamento di Benedetto Croce”. E già Corrado Ocone, giunto alla corte di Feltri e Sallusti partendo dall’ultra-sinistra, passando per Critica Liberale, MicroMega e Mondo Operaio, per poi posizionarsi in Fondazione Tatarella e nelle pagine di Libero, forte dell’aver diretto, in questo suo zizzagare tra i poli opposti della cultura politica, persino la rivista crociana CroceVia, è pronto a certificare l’intima natura liberale del presidente della Camera; il sansepolcrista putiniano Lorenzo Fontana.

Sicché, alla fine è la stessa Giorgia Meloni ad accreditare questa appropriazione indebita del filosofo di Pescasseroli, dichiarando nel videomessaggio del 9 novembre, in occasione della caduta del muro di Berlino: «Un grande filosofo liberale italiano, Benedetto Croce, che dedicò la sua vita all’amore e allo studio proprio della libertà, disse: “C’è chi mette in dubbio il futuro dell’ideale della libertà. Noi rispondiamo che essa ha più che un futuro: possiede l’eternità”. Ecco, celebrare il valore della libertà significa spendersi ogni giorno per la sua eternità».

Chi scrive ha sempre nutrito dubbi sul pedigree di questo padre nobile del pensiero moderato, esponente della classe latifondista meridionale, storicista molto Destra hegeliana, così estraneo a un pensiero intimamente ateo quale quello liberale (già il proto liberale Grozio prescriveva “etsi deus non daretur”) da teorizzare una “Religione della Libertà”. Però certamente – seppur prudentemente – antifascista; magari per ragioni più estetiche che etiche. Mentre il crociano Ocone su Libero del 6 novembre sentenziava: con la Meloni “l’antifascismo è ufficialmente morto”.

Se il/la premier pensa di rifarsi una verginità con il minestrone cucinato da Sgarbi e soci, è probabile che “la pacchia destinata a finire” sia proprio la sua luna di miele con l’elettorato italiano.

Il fascismo buono e quello cattivo secondo Vittorio Sgarbi



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