L’inaccettabile silenzio sull’anatema di Bergoglio contro i medici abortisti

“L’aborto è un omicidio, come assumere un sicario”. Alle gravi parole del papa contro gli operatori sanitari che praticano l’interruzione di gravidanza non è seguita alcuna reazione da parte del mondo politico e delle associazioni di categoria.

Mario Riccio

La regista Audrey Diwan – recente vincitrice del Leone d’oro di Venezia con un film che denuncia la disperazione di una giovane donna che vuole abortire nella Francia degli anni sessanta quando era ancora illegale – ha dichiarato che “sul tema dell’aborto c’è silenzio”.

Ma ci ha subito pensato papa Francesco a rompere questo – supposto – silenzio sul tema. L’ha fatto sostenendo che gli operatori sanitari che praticano l’interruzione di gravidanza sono dei sicari. Ripetendo, peraltro, gli stessi toni e le stesse parole usate un paio di anni fa. Ora, il papa – quale esponente di una agenzia etica – ha tutto il diritto – forse il dovere – di criticare le scelte morali che non coincidano con la dottrina cattolica. Rimane il rinnovato sincero stupore per l’acrimonia del paragone da parte di un così autorevole personaggio che peraltro su un analogo tema etico alcuni anni fa si limitò a dire “chi sono io per giudicare un omosessuale?”. Ma – come operatore sanitario che pratica interruzioni di gravidanza – non credo sia corretto che mi definisca un sicario, né che consideri la donna che decide di abortire la mandante dell’asserito reato.

Agendo secondo una legge dello Stato, non credo che io possa – anche giuridicamente – compiere un reato. Anzi ritengo che il mio lavoro permetta l’esercizio di un diritto – di rilievo costituzionale – della donna che vuole abortire. Lascio a qualche giurista l’onere di valutare se le affermazioni del papa possano rivestire o meno le caratteristiche di un qualche – reiterato – reato. Ovvero se il papa goda, come fosse un parlamentare qualsiasi, dell’insindacabilità di giudizio mentre svolge la sua funzione pastorale.

Quello che qui mi preme maggiormente evidenziare è il fatto che alle gravi, provocatorie e reiterate offensive parole del papa – rivolte a tutto il personale sanitario – non è seguita alcuna reazione. Si poteva sperare che qualche associazione di categoria prendesse le difese di noi operatori o che qualche autorevole istituzione del nostro Stato (laico?) ricordasse la differenza tra un reato e un peccato. Per non parlare del mondo politico che ha brillato per un assoluto totale silenzio.

Non solo chi pratica interruzioni di gravidanza è ormai una sparuta minoranza, già vessata all’interno delle strutture ospedaliere. Ma ora deve anche sentirsi paragonare – mentre svolge semplicemente il proprio dovere – a un assassino prezzolato. Le organizzazioni sindacali dei sanitari sempre pronte nelle sacrosante vertenze economiche ma talora anche nel mantenimento di qualche discutibile privilegio, avrebbero potuto far sentire almeno una parola di vicinanza. L’ordine professionale dei medici è sempre giustamente attento a difendere autonomia e responsabilità professionali del medico e, in particolare, il diritto all’obiezione di coscienza declinata sia nell’inizio vita che nel fine vita. Ma questa volta non ha ritenuto necessario difenderci dall’accusa di omicidio, mostrando – ancora una volta – un’evidente partigianeria. Anche dallo stesso Ministero della Salute – che oltre al compito di garantire le prestazioni ai cittadini, dovrebbe adoperarsi che queste vengano erogate in un clima di serenità sia per l’operatore che per l’utente – non vi sono stati commenti.

Comprendiamo che il mondo cattolico non sappia più come reagire alle nuove istanze morali dell’opinione pubblica che su questo e su altri temi – riproduzione assistita, gravidanza per altri, omosessualità, eutanasia – prosegue la strada della secolarizzazione. Ma non crediamo sia corretto avanzare infamanti accuse non riuscendo a offrire valide valutazioni morali.

 

(credit foto ANSA Cristian Gennari)



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