Berlusconi, Draghi e l’agonia della Repubblica

Il nome di Draghi resta il favorito. La sua elezione al Colle certificherebbe la quasi morte del parlamento.

Mario Barbati

Fervono le trattative per la prossima elezione del Presidente della Repubblica, partita estremamente difficile. Se i leader dei partiti non troveranno un accordo forte tenendo insieme i gruppi parlamentari su un nome condiviso da tutti, è quasi scontato che Mario Draghi andrà al Quirinale. Per un semplice motivo: Draghi aspirava al Quirinale già prima di essere chiamato al governo nel febbraio 2021. Facendo male ad accettare l’incarico, perché – ci permettiamo con il dovuto rispetto – non si governa un paese come si prende un taxi o una corriera.

Su 1009 grandi elettori, nei primi tre scrutini serviranno 673 voti, dalla quarta votazione in poi 505. Nessun’area politica, né il centrodestra né il centrosinistra hanno i voti necessari per eleggere da soli il capo dello Stato. E poi ci sono le variabili imprevedibili di questo parlamento balcanizzato, come il gruppo Misto che può contare su 65 preferenze.

Visto lo scenario politico, Berlusconi e i suoi sodali hanno provato a fare la mandrakata, in omaggio alla commedia di Steno. In Italia non esiste la ‘campagna elettorale’ dei candidati al Quirinale, anche perché non ci sono candidati che si propongono. Non esiste il presidenzialismo, siamo ancora una Repubblica parlamentare (quel che ne rimane) e il capo dello Stato viene scelto dai rappresentati (o quello che ne resta) del popolo. Silvio B. non poteva che non rispettare la prassi, da diverse settimane è in campagna elettorale permanente.

Su il Giornale di famiglia compare una meravigliosa paginata pubblicitaria dei “Forza Seniores”, il dipartimento over 65 di Forza Italia. Tra i tanti “meriti” elencati, esaustivo il finale che li sintetizza tutti: “È soprattutto l’eroe della libertà che, con grande sprezzo del pericolo, è sceso in campo nel ’94 per evitare a tutti noi un regime autoritario e illiberale. E quindi, chi come lui?” Per la serie: com’è umano lei, Silvio B.

La ricerca di voti dei grandi elettori da parte di Berlusconi e dei suoi centralinisti resterà nella storia come un pezzo di costume della politica italiana, un trattato di sociologia, un soggetto già pronto e fatto per produttori di serie tv, comedy, un cult. Cristian Romaniello, che è stato eletto alla Camera dei deputati con i 5 stelle e ora è nel gruppo Misto, dichiara a La Stampa del 14 gennaio: “Ero con la mia compagna e i bambini, mi chiama Sgarbi, nulla di strano, poi mi dice, ‘aspetta che ti passo un amico nostro grillino’. Era Berlusconi: ‘Ciao Cristian, ti interessa il partito del BUNGA BUNGA?’…”.

Nessuna smentita. A Un giorno da pecora su Rai Radio 1, la senatrice del gruppo Misto Bianca Laura Granato confessa: “Mi ha chiamato Vittorio Sgarbi, verso l’ora di cena, e poi senza annunciarmelo, mi ha passato il Cavaliere: si è presentato dicendo una cosa tipo ‘Sono il signore del BUNGA BUNGA’…”. Non risultano smentite. Su Repubblica del 13 gennaio: “Nelle ultime ore il fondatore di Mediaset avrebbe chiamato, tra gli altri, il deputato renziano Luciano Nobili, confondendolo però con l’ex M5S Lello Ciampolillo: ‘Ma quindi lei – avrebbe tagliato corto a un certo punto l’ex premier – non è l’ex grillino del gruppo Misto?”. Sempre su La Stampa, Sgarbi si compiace: “Ho organizzato una cena ad Arcore con una coppia di deputati omosessuali, li ho stanati io. Berlusconi li ha ricevuti con tutti gli onori. È stato un incontro meraviglioso”.

Ma la vetta, l’apice, l’inarrivabile, la mitologia, sono tutte dell’ex senatore Antonio Razzi, intervistato da Repubblica del 18 gennaio: “È qui a Roma per dare una mano a Silvio Berlusconi? ‘Si fa quel che si può. Parlo con i parlamentari’. Nel 2010 anche lei tradì Di Pietro per Berlusconi, la compravendita. ‘Non scherziamo. Io dovevo lavorare’. In che senso? ‘Avevo 62 anni. Per candidarmi mi ero licenziato dalla fabbrica, in Svizzera. Lì non è prevista l’aspettativa. Se si andava a votare, chi me lo dava un altro lavoro? Sarei rimasto senza reddito fino alla pensione’. Non esattamente un ragionamento politico. ‘Sulla mia vita. La dovevo salvare!’. Di cosa aveva paura? ‘Avevo pure il mutuo per l’appartamento a Pescara’. Quante legislature ha fatto? ‘Tre. Non c’ho scuola e ho fatto il senatore”. Quando si dice lo slancio ideale, la passione politica, la coscienza civile.

Al Corriere della Sera, Gianfranco Rotondi dichiara che “anche Gesù fu vittima di una condanna” e da Repubblica si apprende che “Denis Verdini fa lo stratega dai domiciliari. L’ex senatore sta scontando la condanna per bancarotta del Credito fiorentino ma non ha mai interrotto i canali con Berlusconi, Salvini e Renzi. ‘Scrivo come Silvio Pellico”.

Il Fatto quotidiano racconta dei regali di Natale, dipinti preziosi e quadri meno pregiati acquistati dalle televendite, che il leader di Forza Italia ha fatto recapitare a diversi parlamentari e a un ministro in carica, Di Maio. Niente, anche in questo caso non risultano smentite.

Domanda semplice, semplice: ma va tutto bene così? Per l’opinione pubblica, per la classe dirigente e intellettuale di questo Paese, per gli altri colleghi parlamentari: è accettabile e opportuno che rappresentati delle istituzioni, deputati e senatori nell’esercizio di una così importante carica pubblica ricevano regali di valori dal capo di un partito in corsa per il Quirinale?

È l’Italietta che Nanni Moretti aveva messo in scena ne “Il Caimano” del 2006, ma i cui usi e costumi sono noti, narrati e replicati da decenni. E ricordano il racconto che il democristiano Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, faceva di ogni sua chiamata all’imprenditore amico e finanziatore, Gaetano Caltagirone, e di come fosse automatica la risposta senza nemmeno un saluto: “A Fra’, che te serve?”.

Intanto, gli altri leader della destra aspettano che Berlusconi ritiri da solo la sua candidatura, non potendogli dire che non lo vogliono. Salvini e Meloni sono bravi quando si tratta di fare i guasconi e i tracotanti con i migranti, con chi percepisce il reddito di cittadinanza, con chi chiede più diritti, più uguaglianza, più redistribuzione. Quando ci sarebbe da dire di ‘no’ a zio Silvio non sono capaci (e converrebbe politicamente anzitutto a loro). Non sono capaci perché zio Silvio è padrone di reti televisive, una delle quali con talk politici ogni sera, di giornali, di un impero mediatico, dossier e segreti veri o presunti che metterebbero in moto la già conosciuta ‘macchina del fango’ che disintegrerebbe la loro già poco brillante reputazione.

Salvini aspetta la rinuncia di Berlusconi (forse domenica) e con quel poco di dignità politica che gli rimane provare a fare da king maker con una rosa di nomi: probabilmente Casellati o Pera. Questo è quello che la dignità di Salvini può offrire.

Anche a sinistra e a questo punto anche nel mondo grillino, sarebbe il momento di dirsi le cose come stanno e non raccontarsi le favole. O Berlusconi è il “padre nobile della destra italiana”, colui che ha contribuito alla maggioranza cosiddetta Ursula in Europa (il voto per la von der Leyen), perché così veniva descritto fino a poche settimane fa, o è il banana della Repubblica, con tutto il corollario di misfatti che conosciamo da anni.

Se Silvio B. può candidarsi al Quirinale e “ricattare” Salvini e Meloni, è perché in questi anni è stato al governo con tutti (Monti, Letta, Renzi con la propaggine di Verdini, Draghi). Solo nei due governi Conte fuori. E soprattutto perché una legge sui trust, sul conflitto d’interessi andava già fatta trent’anni fa, e poi vent’anni fa, e poi dieci anni fa e poi cinque anni fa. E in Italia una legge sul conflitto d’interessi non si farà mai, perché se quello di Silvio B. è mastodontico, l’Italia è attraversata da grandi, medi, piccoli conflitti d’interesse in ogni settore e per ogni categoria. Come per l’evasione fiscale, regolare i conflitti d’interesse significa perdere voti, perdere consensi, scontentare tanti.

Ecco perché, con i leader dei partiti che controllano a fatica i gruppi parlamentari, con i deputati e i senatori che a loro volta non sono scelti dagli elettori ma nominati nelle liste bloccate dai leader che c’erano nel 2018, quindi non rappresentano nessun elettore e nessun territorio, il nome di Draghi resta il favorito.

L’elezione di Draghi al Colle certificherebbe l’agonia o la quasi morte del parlamento, è una tendenza tra l’altro non solo italiana e già in atto da diversi anni. Con un indirizzo politico tecnocratico, che deve tenere conto delle richieste dell’Europa, dei piccoli poteri forti interni italiani e soprattutto dei creditori internazionali del nostro colossale debito pubblico. Un indirizzo politico guidato dal Colle e che può fare tranquillamente a meno dei partiti politici e delle istanze della società.

Tra l’immoralità del mondo berlusconiano e l’algida tecnica del draghismo siamo messi proprio male o come diceva Flaiano “la situazione politica in Italia non è seria ma grave”. Molto grave.



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