Berlusconi è morto, il berlusconismo vive

I danni che dal 1994 la politica ha fatto al sistema Italia difficilmente saranno recuperabili. Il berlusconismo è penetrato nel suo tessuto e lo ha plasmato, diventando carne, sangue, pensieri, pregiudizi, stereotipi, disvalori: da tutto questo nessuna bonifica etica e culturale potrà liberarci.

Teresa Simeone

A cinque giorni dalla morte di Berlusconi, trascorso il tempo del rispetto dovuto alla morte, inizia quello dei bilanci e delle riflessioni. Non le riflessioni distratte dalla simpatia umana, che c’è ma non può riguardare il giudizio politico; non le riflessioni contaminate dagli interessi di coloro, tanti, tantissimi, che devono necessariamente elogiarne le virtù sottacendone i vizi perché da lui baciati e aiutati, economicamente e professionalmente; non le riflessioni pervertite da una visione monolaterale e parziale di chi ha dimenticato le sue ombre per esaltarne unicamente le doti, da imprenditore (supportato da circostanze favorevoli create ad hoc), da amatore (e chi dimentica le affermazioni di qualche anno fa dei suoi medici che dicevano che in una notte sarebbe stato in grado di avere sette/otto rapporti sessuali con donne diverse e di soddisfarle tutte!), da padre di famiglia (di più famiglie, in verità) come ce ne sono tanti, da politico (fautore di leggi ad personam, suggeritore di tempi ridotti della prescrizione, indagatore di “legittimi sospetti” per processi in tribunali considerati a lui ostili), da amico di personaggi internazionali di discutibile reputazione (Gheddafi, Trump e Putin, solo per citare i più noti). No, oggi si può finalmente guardare all’uomo, al politico e al comunicatore con lucidità, senza doversi schermire dagli attacchi dei corifei che, dal 12 giugno, stanno rintuzzando ogni tentativo di non piegarsi alle imbarazzanti genuflessioni di chi da destra e da sinistra, passando per il centro, lo sta santificando, alzando gli scudi secondo la fastidiosa e mantrica lamentatio: “Il cadavere è ancora caldo e già si getta fango sulla sua persona”, come se cercare, giornalisticamente, di tracciarne un quadro supportato da fatti e non da opinioni significasse abbassarsi alla logica di offese gratuite.

Ma, ci chiediamo, come si può dimenticare quello che è stato per la società italiana? Quello che ha significato la sua entrata in scena, l’imbarbarimento della televisione con una caduta valoriale che ha bloccato il tentativo di muoversi su standard civicamente e moralmente accettabili e ha sdoganato sederi e tette al vento, tra l’altro, con tale abilità da farlo assurgere a costume nazionale e, come tale, incriticabile? Come si può omettere di rilevare quello che ha significato per lo stile comunicativo, piegato sempre più non al linguaggio di un popolo che andava ascoltato e con cui dialogare ma di un popolo che andava sedotto, blandito, irretito con toni che titillassero il ventre e bypassassero la ragione? Come può essere taciuto ciò che ha significato nell’immaginario di un universo collettivo la mercificazione sistematica della donna, spogliata del ruolo di soggetto pensante e ridotto a oggetto di piacere funzionale ai desiderata maschili? Al di là delle sentenze dei tribunali, nell’era Berlusconi si è violata per sempre l’immagine della donna, identificandola con quella di ragazze che avrebbero dovuto essere protette e che sono, invece, entrate in un circuito boccaccesco di “offerte al sultano”, di “odalische e schiave del sesso a pagamento”, di giovani la cui freschezza è stata intaccata dal demone del denaro. Impossibile non condannare il bunga-bunga che ha ridicolizzato l’uomo politico – e gli italiani che rappresentava – nei consessi internazionali. Immettere, poi, forzatamente alcune donne nell’agone politico più che elevarle all’arte nobile del governo le ha, di contro, esposte all’inevitabile giudizio di opportunismo, riducendo l’impegno civile a scambio di favori.

Oggi tutti ne glorificano la biografia ma dimenticano quello che succedeva quando si sentiva intoccabile e al di sopra della legge, immune da qualsivoglia critica. Che poi questo quadro circense e volgare sia venuto fuori e sia stato stigmatizzato da una società civile che lo ha elettoralmente ridimensionato, non sminuisce la gravità di una penetrazione pervasiva e ormai irreversibile nella collettività, di una spettacolarizzazione dei sentimenti, del dolore, della vanità che oggi è riversata tout court nei social.

I danni che dal 1994 la politica ha fatto al sistema Italia difficilmente saranno recuperabili. Il berlusconismo è penetrato nel suo tessuto e lo ha plasmato, diventando carne, sangue, pensieri, pregiudizi, stereotipi, disvalori: da tutto questo nessuna bonifica etica e culturale potrà liberarci. Almeno in tempi brevi, considerando l’eredità politica che ha lasciato. Si risponderà che si è limitato a slatentizzare processi di oggettivazione in nuce nella variegata realtà sociale e a rappresentare i vizi, oltre che le virtù, del popolo italiano. Vero, salvo che invece di farlo con sguardo critico o indulgente, lo ha fatto con lo sguardo compiaciuto, con la supponenza di indicare un modello di comportamento valido per tutti e indifferente ad ogni tentativo di autolimitazione.

In questi giorni, ossessivamente dominati dalla sua presenza/assenza, non c’è stata persona, donna o uomo che fosse, umile o potente, che non abbia raccontato un aneddoto come se riferirne uno, uno qualsiasi, servisse a collocare il soggetto parlante in una dimensione privilegiata, quella di chi può vantare di essere stato l’unico a godere di un suo sorriso o di una sua stretta di mano o di un suo gesto di generosità, perché generoso lo era, come tutti i ricchi desiderosi di essere amati, o di una sua pacca sulla schiena, perché empatico lo era, lo era sicuramente, come testimoniato dal consenso bipartisan che ha ricevuto in vita e sta avendo da defunto. Un’empatia che, politicamente, è stata, però, una iattura perché viatico a una deriva populistica che ha offuscato la ragione, solleticato pulsioni e impedito di vedere lucidamente dove il paese stesse andando.

Imbarazzanti, benché da molti rimosse nella zona oscura dell’inconscio collettivo, sono state alcune prese di posizione dei suoi sostenitori: è ancora vivo il ricordo della marcia sul tribunale di Milano nel 2013 dell’allora PDL quando, per protesta contro la magistratura, in occasione del processo Ruby, si organizzò una vera e propria “rivolta” di parlamentari, più di 190, che, guidati da Alfano, “occuparono” la quarta sezione penale in segno di protesta. Una pagina buia per la storia civile della nostra Repubblica. Come quella di quando Berlusconi trascinò il paese in una votazione umiliante per la dignità del Parlamento, sempre in riferimento al caso Ruby, che indusse la sua maggioranza a sostenere implicitamente che veramente la ragazza era nipote di Mubarak, esponendo così il nostro paese al ridicolo nel contesto internazionale.
No, non si può edulcorare tutto: la morte stende un velo pietoso sull’uomo e ne livella fragilità e forze, ma non può annullare le conseguenze delle azioni svolte. Soprattutto quando la dimensione in cui tali scelte sono avvenute è politica e sociale, quella, cioè, che riguarda la sostanza civica di ogni donna e di ogni uomo.

 

Foto Flickr | European People’s Party



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