Berlusconi, l’ultima vittoria

Una carriera politica dominata da conflitti d'interessi, leggi ad personam, frodi fiscali, legami con mafiosi e un esito politico che ci ha spiazzato. La sua linea politica fondata sull’alleanza incrollabile con i postfascisti ha dato infatti un frutto originale: hanno vinto loro più di lui. Ma non sarebbero stati lì senza quella linea. La loro vittoria è la vittoria di Berlusconi.

Pancho Pardi

Berlusconi è passato come una lunga meteora nella politica italiana. E sarebbe stato meglio riuscire a farne a meno. L’avventura dell’imprenditore in politica ha rivelato molto della politica nel nostro paese ma anche molto dell’imprenditoria e dei suoi rapporti con la politica, più stretti di quanto la retorica liberale possa o voglia ammettere. La sua fortuna come promotore di complessi edilizi e urbanistici non era diversa da quella di numerosi suoi predecessori, incardinati in un mondo che già nel 1953 era stato inquadrato da Calvino nel racconto “La speculazione edilizia” e poi illustrato nel ’63 da Rosi nel film “Le mani sulla città”. Allora i suoi rapporti con la politica potevano essere limitati agli uffici comunali milanesi, senza escludere qualche benevolenza in provincia e regione. Se si fosse limitato a questo sarebbe diventato solo ricchissimo ma non avrebbe nemmeno sfiorato lo status raggiunto dopo la metamorfosi televisiva. Il cambio di passo è avvenuto quando ha deciso di investire i capitali guadagnati nell’edilizia, e quelli avuti in prestito da ignoti finanziatori lungimiranti, col duplice ingresso nella stampa e nella televisione. L’invenzione della televisione commerciale con la pubblicità studiata a misura dei bisogni della clientela; la penetrazione nella grande distribuzione; e soprattutto l’acquisizione di un regno editoriale vasto come la Mondadori, che riuniva in sé anche il controllo su settimanali popolari e su case editrici di nobile tradizione, come Einaudi; tutto ciò apriva un ampio orizzonte di potenza suggestiva sull’opinione pubblica, rafforzata dall’acquisto del Milan, essenziale negli anni successivi per cementare il definitivo successo pubblico.

Il momento chiave del rapporto con la politica si può collocare tra il 1984 e il 1990. All’inizio di quel periodo, quando i pretori oscurarono i suoi canali Fininvest, che per legge non potevano trasmettere i notiziari in diretta, il governo Craxi rimediò con l’affrettato decreto detto per l’appunto Berlusconi. Sei anni dopo, nel1990, il governo Andreotti impose la risolutiva legge Mammì concepita apposta per riconoscergli il monopolio della tv privata. È in quel momento che risulta evidente come l’editore di giornali e soprattutto reti televisive non possa che essere strettamente connesso a una parte politica, possibilmente protagonista nell’azione di governo. Nessun mistero: il vantaggio reciproco tra Craxi e Berlusconi era fin dall’inizio dichiarato e plateale. Il do ut des che li univa era larghissimo: l’imprenditore non avrebbe potuto esprimere la sua abilità senza il sostegno del politico e questo riceveva da quello preziosi vantaggi immateriali e materiali.

Quanto fosse decisivo il legame tra politica e affari apparve chiaro quando, per lo scandalo di Tangentopoli, le indagini di Mani Pulite investirono i finanziamenti illegali ai partiti e anche alcune attività di Berlusconi. La caduta di Craxi, il venir meno della sua protezione, obbligarono Berlusconi al diretto ingresso in politica. Se Craxi fosse stato più prudente nella gestione dei finanziamenti privati al suo partito è molto probabile che Berlusconi si sarebbe limitato a illustrare il suo destino di capitalista di successo, ma non avrebbe avuto occasione di dedicare la seconda metà della sua vita alla politica. Invece, spinto dalla necessità, costruì in breve tempo un partito con i quadri delle sue aziende pubblicitarie mentre il consenso alla sua figura era ingigantito dai propri mezzi di comunicazione coadiuvati dai successi calcistici del Milan. Anche il nome del partito, Forza Italia, rimandava di proposito al fulgore dell’esperienza calcistica.

Ma un dispositivo di legge inequivocabile (Decreto del Presidente della Repubblica 361.1957, Gazzetta Ufficiale 139, 3.6.1957) impediva l’eleggibilità dei titolari di concessioni d’interesse pubblico e Berlusconi era il massimo concessionario per l’uso dell’etere da parte delle sue reti. Era perfettamente ineleggibile ma il centrosinistra di allora non volle ricorrere alla legge, illudendosi che fosse l’avversario più facile da battere. Errore colossale di cui l’intero Paese ha pagato il costo iniziale per trent’anni. Errore doppio: non c’era solo l’impedimento legale, già di per sé sufficiente; c’era anche il senso comune consuetudinario che in molte società europee avrebbe reso impossibile l’avventura di chiunque altro nelle sue stesse condizioni. Il proprietario, anzi il monopolista privato di mezzi di comunicazione di massa influenti sulla formazione del consenso elettorale non può partecipare alla competizione elettorale in evidenti condizioni di predominio su tutti gli altri partecipanti. Se vuole farlo deve liberarsi in anticipo della sua dotazione strumentale e non può pretendere di parteciparvi mantenendo intatto il possesso di un mezzo di cui tutti gli altri sono privi. Quando, troppo tardi, fu considerata l’ineleggibilità si scoprì che ineleggibile era Confalonieri, succeduto all’amico nel ruolo di concessionario. Una vera beffa.

Autoproclamato campione della “rivoluzione liberale” e della lotta ai comunisti, Berlusconi ricevette l’appoggio tempestivo del grande capitale (celebre l’affermazione di Agnelli in Confindustria: se resta sconfitto perde da solo, se vince vinciamo tutti noi). Ma vi aggiunse una trovata strategica di indubbio peso: acquisì e mobilitò a proprio favore il voto della destra postfascista, che fino allora la DC aveva usato a proprio sostegno solo in modo saltuario e strumentale, e facendo talvolta vista di vergognarsene. “Sdoganare” i postfascisti di Alleanza Nazionale permetteva di usare il peso elettorale di una forza fino ad allora tenuta fuori, con qualche ipocrisia, dal cosiddetto arco costituzionale. Il rapporto con i postfascisti è stato l’elemento politico di maggiore continuità nella parabola berlusconiana. Con Bossi e la Lega ha avuto momenti di aperta rottura, con la destra mai. Ha potuto perfino liquidare il suo leader, Fini, senza perdere l’appoggio della forza alleata. In effetti, dal punto di vista dei postfascisti Berlusconi è stata un’autentica benedizione: in sua assenza chi altri avrebbe avuto interesse a farli accedere nella maggioranza di governo? Dopo il drammatico episodio del governo Tambroni, si può frugare invano nella nomenclatura politica italiana ma non si troverà il soggetto.

All’inizio, nel 1994, la coalizione era duplice: al nord il Polo delle Libertà univa Forza Italia, Lega Nord, CCD e UdC, lista Pannella (i radicali allora sedotti dalla “rivoluzione liberale”); qui Alleanza Nazionale correva da sola; al centro-sud il Polo del Buon Governo univa Forza Italia, Alleanza Nazionale, mentre candidati CCD e UdC erano presenti in Forza Italia. I due alleati decisivi, Lega e AN, apparivano separati ma riuniti nella persona fisica di Berlusconi. Titolare del rapporto personale con Bossi e Fini e garante della duplice alleanza, divenne così di colpo Presidente del Consiglio. Il primo provvedimento fu l’abolizione della tassa di successione sui grandi patrimoni con cui sgravò i propri familiari dal peso della vasta galassia dei suoi possessi e lusingò i titolari di grandi proprietà. L’esperienza fu breve perché la Lega, in disaccordo sulla riforma delle pensioni e anche per il timore realistico di venire cannibalizzata da Forza Italia, fece mancare il proprio appoggio dopo sette mesi. La “rivoluzione liberale” doveva ancora attendere.

Fu sostituito dal governo Dini, indicato dallo stesso Berlusconi e ministro del Tesoro nel suo governo. Alle elezioni successive, nel 1996, la coalizione dell’Ulivo prevalse di stretta misura e il governo Prodi dovette fronteggiare un cammino irto di difficoltà, mentre una parte della sua maggioranza, invece di rendere più stringente la normativa sul conflitto d’interessi, si dedicava nella Commissione Bicamerale guidata da D’Alema a riscrivere la Costituzione proprio insieme a Berlusconi. Che fece fallire la Commissione non appena ebbe ottenuto i vantaggi desiderati nella gestione della Giustizia. Il governo Prodi alla fine dovette soccombere alla sfiducia votata da Rifondazione Comunista insieme al centrodestra. Seguirono nella stessa legislatura in rapida successione due governi D’Alema e un governo Amato, durante i quali furono redatte due riforme costituzionali: nel 1999 la discutibile riscrittura dell’art. 111 sul giusto processo, voluta anche dall’opposizione berlusconiana e nel 2001, questa volta contro il volere del centrodestra, la riforma dei rapporti tra Stato e Regioni (Titolo V, Seconda parte della Costituzione) che incombe oggi sulla scena con la minaccia dell’autonomia regionale differenziata. L’Ulivo giunse spossato alla fine della legislatura ed era fatale che nel 2001 perdesse rovinosamente. Dopo un intero quinquennio all’opposizione, celebrato dagli agiografi come la “traversata del deserto”, dopo aver riscritto la Costituzione in Bicamerale e poi averne affondato la riforma (meglio così perché era davvero pessima), Berlusconi tornò al governo più forte di prima e il suo esordio fu la riunificazione nelle sue mani del controllo sulle reti televisive pubbliche, dove i conduttori di programmi critici vennero presto epurati e gli altri severamente ammoniti a praticare l’obbedienza e l’autocensura. Seguì la sospensione dei diritti costituzionali a Genova in occasione di un G7 contestato da una grande manifestazione del Social Forum, dove la polizia invece di contrastare i black bloc europei dediti al vandalismo si dedicò alla “macelleria messicana” contro i manifestanti pacifici e inermi, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fin dall’inizio della legislatura prese forma un’attività legislativa speciale volta a proteggere il capo del governo dalle molteplici iniziative giudiziarie nei suoi confronti, innescate di volta in volta da notizie di fatti corruttivi, evasioni fiscali, sospetti contatti con la mafia. L’elenco dei procedimenti nei suoi riguardi è impressionante e qui non si può che rinviare all’immensa bibliografia in merito, sintetizzata anche in Wikipedia, da cui si ricava che le leggi vergogna permisero all’inquisito di sfuggire ai processi e, nei casi in cui era impossibile, riuscirono a vanificare varie condanne tramite amnistia, indulto e l’artificio di non riconoscere più come reati i fatti all’origine dei procedimenti. Senza il lavoro della sua maggioranza obbediente Berlusconi avrebbe dovuto fronteggiare aspre difficoltà.

All’inizio del 2002, dopo un troppo lungo letargo, la società civile cominciò a svegliarsi; si mobilitò contro l’anomalia istituzionale insediata alla guida del governo e cercò, con scarsa fortuna, di riscuotere l’opposizione inerte con una serie di iniziative che culminarono nella grande manifestazione di piazza San Giovanni a Roma il 14 settembre. Il governo non solo continuò nella sua prassi di asservire il Parlamento ma aggiunse una nuova offensiva negli anni seguenti. Il precedente della riforma dei rapporti tra Stato e Regioni voluta in extremis nel 2001dal centrosinistra dette allora, nel 2005, alla maggioranza guidata da Berlusconi la licenza di proporre un’altra riforma unilaterale della Carta. Fu una riscrittura brutale e sgrammaticata che, riutilizzando in parte il lavoro della precedente Bicamerale, col pretesto di intervenire sul bicameralismo stabiliva come esito finale il dominio assoluto del Presidente del Consiglio. Leopoldo Elia lo definì “premierato assoluto”. Ma sottoposta la riforma nel 2006 a referendum costituzionale, contro ogni previsione subì una secca sconfitta. Questa era il frutto principale dei movimenti contro l’anomalia italiana, e metteva in rilievo come molti cittadini che non si esprimevano più col voto politico sentissero la necessità della partecipazione civile a difesa della Carta. Fiutando allora la possibile sconfitta nelle elezioni politiche dello stesso anno il centrodestra aggiunse alla riforma unilaterale della Costituzione anche la modifica della legge elettorale Mattarella e la sua sostituzione con la legge Calderoli concepita in extremis per rendere meno facile il previsto successo del centrosinistra. Il centrodestra così abbandonava la tradizione democratica che vorrebbe la neutralità della legge elettorale. E cancellava il costume che vieta di cambiarla alla vigilia delle elezioni e soprattutto di modificarla allo scopo di danneggiare l’avversario. Riconosciuta con realismo cinico dallo stesso autore come una “porcata” la legge fu ribattezzata porcellum da Sartori. E per tre volte (2006, 2008, 2013) gli italiani sono stati costretti a votare con essa.

Il successo referendario del centrosinistra fu accompagnato dalla vittoria elettorale, questa assai più risicata. A causa di una maggioranza perennemente sull’orlo dell’insufficienza numerica dopo due anni tormentati dovette arrendersi.
Nelle elezioni anticipate del 2008 nuova vittoria di Berlusconi che ottenne una solida maggioranza nelle due Aule. Riprese il cammino delle leggi vergogna che costituirono quasi in esclusiva la materia dell’attività legislativa. A titolo d’esempio si può ricordare il momento in cui il Parlamento fu umiliato dal voto in aula di una maggioranza prona a certificare, a tutti i costi e incurante dell’incredulità generale, come si potesse sostenere che la minorenne Ruby, più volte ospite nelle “cene eleganti” di Berlusconi, fosse niente meno che la nipote di Mubarak.

Ma i particolari grotteschi non devono mettere in secondo piano il senso generale della sua avventura politica. L’aspetto giudiziario, per quanto gravissimo, è solo un lato. In tutta la sua parabola, dominante è la prepotenza padronale: l’essere eletto gli conferisce la condizione di legibus solutus: sciolto dal vincolo delle leggi, unto del Signore. Le solo che vanno bene sono quelle a suo diretto vantaggio. Il professore universitario che entra in parlamento è obbligato all’aspettativa parlamentare, il monopolista televisivo, che si è appropriato anche del monopolio pubblico, continua a guidare la televisione privata e pubblica anche stando al governo. Ancora più dominante, sulla scena pubblica, è aver portato la televisione al governo. Televisivo è lo stile. Poggia sull’ostentazione dei rapporti amichevoli con i potenti. Politica estera colorata, e graziata dalla fortuna: la copertura posticcia del palco a Pratica di Mare, dove c’è anche Putin, gravata dalla pioggia raccolta si incrina solo pochi minuti dopo la fine della conferenza e risparmia ai convenuti una pubblica doccia fragorosa). Esalta la passione per il colpo di scena: il terremoto dell’Aquila diventa a sorpresa l’espediente per buttare a mare le opere faraoniche già fatte alla Maddalena e imbandire il baraccone pubblicitario del G7 nella città terremotata (le casette prefabbricate per i senza tetto con lo champagne nel frigorifero! Il mondo visto attraverso la pubblicità delle sue reti). Va da sé che prepotenza padronale e televisione al governo erano proprio ciò che mandava in visibilio non solo i suoi adoratori ma anche la compiacente schiera giornalistica a sostegno: ci fu chi scrisse seriamente del “miracolo di Pratica di Mare” non per la doccia mancata ma per la grandeur del vertice. Tuttavia, al di là degli aspetti farseschi, il personalismo in politica estera ha un rilievo maggiore e più insidioso che in politica interna. L’imbarazzante amicizia con Putin, per qualche anno confinata nell’ambito del colore giornalistico (il lettone di Putin che appare e scompare nella commedia delle escort), si è rivelata alla fine come un caposaldo incrollabile: in fondo Putin voleva solo sostituire Zelensky con gente perbene…).

Durante la XVI legislatura si verificò un’interessante divaricazione tra il consenso elettorale e i responsi referendari. Nel 2011 i quattro referendum abrogativi (due sulla privatizzazione dei servizi pubblici, in particolare l’acqua, uno sul ritorno al nucleare, un quarto sul legittimo sospetto, materia dell’ennesima legge vergogna) si conclusero con la schiacciante vittoria del Sì contro il No sostenuto dalla maggioranza di governo. Con questo insuccesso comincia la fase declinante di Berlusconi che nell’anno successivo dovette rassegnare le dimissioni a causa della sua impossibilità di affrontare la crisi economica italiana nel contesto europeo.

Nella legislatura successiva, divenuta definitiva una condanna per frode fiscale dovette subire l’onta di essere allontanato dal Senato in base alla legge Severino, che è stata poi rimodulata dalla ministra Cartabia, chissà perché. Ma con una tenacia che neanche i suoi più convinti oppositori possono negargli, Berlusconi ha continuato a cercare la rivincita senza riuscirci e ha provato a porre freno alla decadenza fisiologica della sua leadership. Può sembrare incredibile agli osservatori europei ma rientrato in Senato è stato (o si è?) candidato alla presidenza della Repubblica. Massima e mai sopita ambizione portare la televisione al Quirinale. Alla fine della sua storia, molti commentatori hanno sottovalutato l’anomalia istituzionale della sua avventura e hanno enfatizzato il suo ruolo positivo nel creare finalmente una coalizione di centrodestra, capace di aggregare e disciplinare anche l’estrema destra, fino ad allora esclusa dalla partecipazione al governo. Berlusconi ha sì unificato il centrodestra ma Forza Italia non è mai diventata un partito; la sua leadership non solo non è mai stata in discussione ma non ha generato una vera classe dirigente. I suoi numerosi delfini sono stati macinati uno dopo l’altro; si sono piegati a servire nella speranza di un’elevazione ma sono stati tutti usati e gettati. Alla fine di questa parabola sempre più malinconica Forza Italia è ormai il socio di minoranza di una coalizione dove comandano i partiti alleati in precedenza sottomessi. La sorpresa finale è stata l’affievolirsi della Lega, che tutti o quasi immaginavano come la guida emergente, e l’affermazione perentoria dell’estrema destra che era fino a poco prima il fanalino di coda. Questo esito ha conferito un sapore agrodolce agli ultimi passi del leader in disarmo e un tono amaro alla Lega costretta di colpo al ruolo secondario. E tuttavia…

Lo stato attuale delle cose politiche potrebbe indurre a considerare il bilancio finale dell’era Berlusconi visibilmente sottotono al confronto con le fasi fortunate della sua esperienza. Egli stesso avrà dovuto ammettere, in privato s’intende, di aver subìto almeno due sconfitte capitali: la bocciatura della sua riforma costituzionale e il fallimento nella corsa al Quirinale. Questa macchia almeno ci è stata evitata dalla sorte. Ma se si considera più rilevante, rispetto agli esiti istituzionali, il corpo strettamente politico della sua iniziativa si deve ammettere a malincuore che Berlusconi, pur nell’evanescenza finale della sua figura, risulta il sostanziale vincitore. Due legislature confuse (2013-2018 e 2018-2022 con l’emergenza clamorosa e poi deludente dei 5 Stelle e l’irresolutezza cronica del Pd non sono riuscite a convincere i, pochi, elettori: alla terza occasione il centrodestra ha rivinto le elezioni. La linea politica di Berlusconi fondata sull’alleanza incrollabile con i postfascisti ha dato un frutto originale: hanno vinto loro più di lui. Ma non sarebbero stati lì senza quella linea. La loro vittoria è la vittoria di Berlusconi. Quanto a noi, liberarci di Berlusconi per ritrovarci al governo Meloni è più di una sconfitta bruciante. Né ci può consolare che questa sia il prodotto di una pessima legge elettorale che il Pd di Renzi aveva voluto a tutti i costi e che il Pd senza Renzi non è stato capace di usare a proprio vantaggio. Come le frecce dei Parti nelle antiche guerre ai confini dell’Asia, quella scoccata in extremis da Berlusconi continua a fare male anche dopo che il tiratore si è dileguato all’orizzonte.

Foto Flickr | European People’s Party 



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