L’autunno di Silvio Berlusconi si chiama Giorgia Meloni

Cosa racconta quel “non mi lascio ricattare” della leader di Fratelli d’Italia sull’uomo e sul sistema di potere che hanno marchiato il lungo ventennio della Seconda Repubblica.

Pierfranco Pellizzetti

Le vicende di questi giorni ci dicono chiaramente che il viale del tramonto di Silvio Berlusconi è disseminato di tagliole e trabocchetti non dagli avversari, ma da chi intende finalmente prendersi una rivincita nei suoi confronti; dopo anni di smaccati e servilistici omaggi vassallatici, loro imposti dal vanaglorioso signore delle televisioni; che dai sottoposti pretendeva non soltanto obbedienza assoluta ma anche l’offerta in dono della propria anima. Quella mentalità da padrone delle ferriere che sbigottì la volta in cui il direttore del proprio quotidiano – Indro Montanelli – si rifiutò di pronunciare l’atteso “obbedisco” (in quanto contrario all’entrata in politica del padrone) e venne bollato come “uno che sputa nel piatto dove mangia”.

Sicché, nel grido di Giorgia Meloni “io non mi lascio ricattare”, percepiamo anche il sollievo dell’ottenuta liberazione di chi è stata a lungo umiliata dal sultano di Arcore. Per cui – ad esempio – ha dovuto inghiottire sorridendo il rospo di far finta di credere che la marocchina Ruby Rubacuori fosse veramente la nipote del premier egiziano Mubarak. Tanto da spergiurarlo con il proprio voto in Parlamento.

Un episodio che comunque l’assassinio simbolico del padrone non può cancellare. Ma che il grido di accompagnamento liberatorio della leader di Fratelli d’Italia arricchisce di ulteriori informazioni sull’uomo e sul sistema di potere che hanno marchiato indelebilmente il lungo ventennio della Seconda Repubblica.

Alcune aspetti erano noti: che Berlusconi fosse uno spregiudicato ricattatore (ne sa qualcosa il vecchio Umberto Bossi che gli aveva venduto il simbolo della Lega e dovette subire ogni angheria) e un impudico corruttore; di politici con il cartellino del prezzo attaccato al bavero, di ragazole sul borgataro, pronte a mettere all’incanto il proprio corpo per ricavarne sicurezza materiale e accessi al lusso.

Quanto – invece – non sapevamo è che gli strumenti del dominio berlusconiano ormai si stavano rivelando delle armi spuntate. In particolare la macchina della disinformazione con cui si rimettevano in riga gli eventuali riottosi, si massacravano avversari e ribelli. Furono i mazzieri berlusconiani a distruggere il Gianfranco Fini, perso nei suoi romani “ozi di Capua”, e a modificare diametralmente l’orientamento della pubblica opinione nei confronti dei magistrati ostili; al tempo di Mani Pulite osannati come eroi e gradatamente trasformati in odiosi killer “giustizialisti”. Quei “mazzieri mediatici”, feroci e servili, il cui primo esemplare fu il gaudente Emilio Fede e l’ultimo in ordine di tempo potrebbe essere lo spregiudicato Augusto Minzolini.

Una galleria di premi Pulitzer alle vongole che hanno fatto finanza bazzicando le testate, i canali televisivi e le regge sul pacchiano di Berlusconi, scrivendo e dicendo quanto conveniva al padrone. Uno spettacolo indegno di cinica messa in vendita della capacità professionale, in cui hanno brillato i Vittorio Feltri come i Giuliano Ferrara. Per cui lo spettrale pompierista Alessandro Sallusti si è sobbarcato nel salottino della Gruber perfino l’imbarazzante gag di definire il proprio datore di lavoro “un colosso della politica internazionale”. Quando lui stesso dovrebbe avere presente che al massimo si potrebbe parlare di “colosso della risata”, per colui che i francesi hanno sempre chiamato “Burlesquoni”. E come resero definitivamente palese in quel di Bruxelles i risolini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, che accompagnarono alla porta il colosso d’argilla del fido Sallusti, sancendo la fine della sua italica premiership.

Insomma l’ottantaseienne sgarrettato dal suo stesso personale di servizio, che ora si sente tanto forte da potersene sbarazzare, sarebbe un buffo naturale, la macchietta di un despota da operetta giunto a fine corsa, se non ci avesse già a suo tempo mostrato la faccia di tenebra del personaggio limitrofo alla malavita organizzata. Anche se la sua formidabile abilità di schivare i colpi, sviandoli verso capri espiatori – dal fratello Paolo a Marcello Dell’Utri – gli ha consentito di non pagare il fio. Il vero motivo per cui la sua presenza ha infettato l’abito morale della politica nazionale (sia chiaro: con le correità dei tanti – da destra come da sinistra – che lo hanno eletto a modello) e il suo melanconico declino non deve indurci a compassione.

Piuttosto il problema è un altro: Silvio Berlusconi lascia la scena per raggiunti limiti d’età, non perché il berlusconismo sia stato battuto politicamente ed esorcizzato. Per cui questa destra che giunge al potere non è soltanto disattrezzata a governare le complessità del caso italiano. È anche irrimediabilmente mediocre proprio perché selezionata nella lunga stagione dell’opportunismo e della sudditanza psicologica ai modelli di comportamento indotti dall’americanismo alla brianzola; promossi dall’arrembate omarino priapico, inguainato nell’inguardabile doppiopetto da cumenda brianzolo che lo slanciava come un tappo della Val Gardena: il singolare mix di avidità e narcisismo lanciato alla conquista e alla colonizzazione della società italiana. Che non sappiamo se gli sopravvivrà. A lui e ai suoi sicari dell’ultima ora; oggi governanti smarriti in questo loro “liberi tutti”.



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