Una Blasphemy Box per salvare l’arte e la libertà di espressione

Porre l’attenzione sulla “blasfemia” e informare il pubblico del problematico argine che la cultura e l’arte sono spesso costrette a osservare non è facile. Anche per questo è stata pensata la Blasphemy Box, una delle iniziative promosse in vista di “Ceci n’est pas un blasphème”, Festival delle Arti che si svolgerà a Napoli dal 17 al 30 settembre.

Emanuela Marmo

Sempre più di frequente, una qualsiasi opera che utilizzi icone religiose secondo intenti critici, satirici, soggettivi viene definita “blasfema”. Spesso il messaggio dell’autore non è interrogato, né si ritiene di dover calare l’opera nel contesto del genere cui appartiene, la discussione viene pilotata per dimostrare che la Chiesa è stata ridimensionata da una diffusa assenza di valori e da una sfrenata immoralità che si farebbe passare per libertà d’espressione: lagne che però servono a convogliare il pubblico più eterogeneo attorno a un fatuo senso del rispetto e dell’educazione. Ciò ha, dopotutto, una sua utilità. Ci spinge, magari a malincuore, a ritenere doveroso che alcune opere siano ritirate dalle mostre, dalle sale cinematografiche, alcune parole cassate: per non arrecare disturbo, offesa, per non provocare persone indubbiamente pericolose. In fondo, le cose uno può dirle in un altro modo, senza offendere.

I modi dell’arte non sono figli della buona educazione, sono scelte retoriche, stilistiche, sono simbolizzazioni politiche, etiche, sono coincidenza di contenuto e forma. Agire sulla forma silenzia il contenuto e altera i processi creativi, oltre che comunicativi.

Pasolini definiva l’accordo tra Chiesa romana e Stato borghese post-fascista “patto col diavolo”, un matrimonio forzato. Di fatto questo matrimonio ci lascia una serie di leggi e norme che intendiamo rivedere, correggere, abrogare. Una di queste è il reato di blasfemia.

In Italia la bestemmia è passibile di sanzione. La multa può oscillare dai 50 ai 310 euro. Poco importa se il bestemmiatore in questione sia ateo, se l’espressione è utilizzata quale intercalare folcloristico o che il luogo in cui avviene il fatto non sia destinato al culto: la sensibilità religiosa va tutelata. Se sono presenti almeno due persone, se le parole sono pronunciate chiaramente e qualcuno si ritiene offeso, ci sono le condizioni per rivendicare l’illecito. È vero: le multe per bestemmie non sono all’ordine del giorno e pochissime persone denunciano bestemmie moleste udite per strada. L’ambiente maggiormente soggetto a sanzioni per espressioni blasfeme è il calcio, ma in applicazione ai regolamenti della Federazione. Tuttavia, è anche vero che i religiosi percepiscono la propria sensibilità come prioritaria rispetto alla libertà di espressione e di opinione.

Porre l’attenzione sulla “blasfemia” e informare il pubblico del problematico argine che la cultura e l’arte sono spesso costrette a osservare non è facile. Pertanto – nell’ambito delle iniziative promosse in vista di Ceci n’est pas un blasphème, Festival delle Arti che si svolgerà a Napoli dal 17 al 30 settembre – abbiamo messo a punto un oggetto di design, progettato dall’architetto Agostino Granato e realizzato da Francesco Cuccurullo, che ironizza sulla effettiva pericolosità della bestemmia e invita le persone a interrogarsi se sia sensato considerare la bestemmia un reato.

La Blasphemy Box, messa in vendita di beneficenza alla cifra di 350 euro, è presentata come un comodissimo, sensazionale ed efficiente dispositivo per bestemmiare in tutta sicurezza: sebbene i dati scientifici dimostrino che imprecare aiuta a sopportare il dolore e incanalare la rabbia, occorre prendere atto che certe esternazioni possano urtare persone suscettibili e potenzialmente violente. È necessario quindi proteggersi. Lo spazio pubblico, la presenza di almeno due persone sono condizioni alterabili laddove sia possibile allestire una cabina per bestemmiatori: se non fosse per l’elegante design, per praticità, la si potrebbe paragonare ai bagni chimici che si allestiscono all’aperto.

La Blasphemy Box è stata presentata ufficialmente a Mezzocannone occupato a Napoli, Luca ‘o Zulù, frontman dei 99 posse, è stato in assoluto la prima persona a testarla. Qui potete apprezzarla nel video di lancio. Martedì 3 agosto, ne abbiamo dimostrato dal vivo l’efficacia: ospiti della Casa del popolo – Cohiba a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, abbiamo presentato il film Brian di Nazareth dei Monty Python, film messo in rassegna proprio in quanto esempio di satira religiosa. Ci sembra particolarmente significativo che Michael Palin, membro dei Monty Python, alcuni anni fa abbia affermato che oggi non sarebbe possibile fare un film come Brian di Nazareth.

Sebbene diversi artisti, tanto affermati quanto emergenti, affermino che attualmente fare satira religiosa non è possibile come una volta, le persone stentano a crederci, soprattutto in riferimento alle religioni “occidentali”. Forse è il caso di ricordare allora che solo un paio di anni fa, un collettivo brasiliano, che oltretutto si ispira palesemente ai Monty Python, i Porta dos Fundos, è stato citato in giudizio per aver portato su Netflix uno speciale intitolato La prima tentazione di Cristo. Per quanto la legge, in ultimo grado di appello, abbia riconosciuto agli autori la libertà d’espressione e il diritto di satira, resta il fatto che alcuni fondamentalisti cattolici hanno attaccato gli uffici della produzione con lanci di bombe carta. Sono casi sporadici? Sì, dai, l’Inquisizione non esiste più.

A proposito dell’Inquisizione, ci viene in mente un popolarissimo sketch del Monty Python’s Flying Circus: un uomo va a casa di una signora e le dice che ci sono dei problemi alla segheria. La donna cerca di capirci qualcosa, ma alla fine l’uomo risponde di non saperne niente e che non si aspettava l’Inquisizione spagnola. Fanno irruzione in casa tre cardinali. Il cardinale Ximinez esclama: «Nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola!». E aggiunge «Le nostre armi principali sono quattro! La paura, la paura e la sorpresa…» quali sono le altre? Il cardinale non ricorda. Sono quattro? Sono due? Sorpresa, paura e… cos’altro? Rifanno l’entrata. Le armi dell’Inquisizione sono: la paura, la sorpresa, una spietata efficienza e una quasi fanatica devozione al papa. Possiamo sostituire “Papa” con qualsiasi altro soggetto-oggetto religioso.

Trovate ironiche come la Blasphemy Box o film divertenti come Brian di Nazareth servono anche a far notare come l’accusa di blasfemia e di vilipendio della religione siano un pretesto, un’arma, appunto. In Polonia, non potendo incarcerare gli attivisti lgtb per le loro istanze, ci hanno provato con la scusa della lesione del sentimento religioso, incriminando tre attiviste (poi assolte) per aver esposto una Madonna con areola arcobaleno. In Spagna, non potendo zittire l’artista Abel Azcona sulla denuncia della pedofilia nel clero, gli avvocati cattolici hanno ben pensato di perseguitarlo a norma di legge per blasfemia, avendo lui utilizzato delle ostie consacrate.

Volendo dirla tutta, molte opere non sono blasfeme, sono anticlericali o eretiche: come direbbe Terry Jones, regista di Brian, è blasfema l’azione di un credente rivolta contro Dio, eretico è il pensiero che attacca le credenze, i fondamenti delle religioni; in tal senso Brian di Nazareth non è blasfemo, è eretico. Promuoviamo allora il ritorno di un aggettivo caduto in disuso a vantaggio di “blasfemo”: “anticlericale” è il pensiero che si oppone all’ingerenza dei poteri religiosi nella sfera pubblica.

Quando i dirigenti della EMI lessero la sceneggiatura di Brian di Nazareth, ritirarono improvvisamente la loro parte di finanziamento. George Harrison, cantante dei Beatles, pur di rendere possibile il film finanziò il progetto ipotecando la propria casa di Friar Park e fondando una casa di produzione cinematografica, la HandMade Films. Brian di Nazareth fu contestato in Europa e negli Stati Uniti per blasfemia, il film fu censurato in molti Paesi, ad esempio la Norvegia. Su Wikipedia potete trovare aneddoti esilaranti: i cinema svedesi ad esempio segnalavano il film in cartellone con la scritta «Questo film è talmente divertente che in Norvegia l’hanno censurato».

Di questo e altro si parlerà quindi a Ceci n’est pas un blasphème, Festival delle Arti nato con l’intento di offrire agli artisti anticlericali spazi e committenza e di porre all’attenzione di tutti una necessità. Il sentimento religioso non può diventare un mezzo per controllare la libertà di opinione, se i religiosi sono fatti persuasi che di fronte alla legge e alla collettività il loro sentimenti e le loro idee sono pari alle altre idee e agli altri sentimenti, pertanto possono essere ridicolizzati, parodiati, criticati e contestati. La “quasi fanatica devozione” si ridimensiona se esigiamo dallo Stato che fuori dai luoghi di culto, non esistano né culto né sacro.

L’assessorato alla Cultura della città di Napoli ha concesso il primo piano del Palazzo delle Arti, che sarà dedicato alla sezione figurativa. Altri eventi si svolgeranno presso il centro culturale autogestito Ex Asilo Filangieri e il Lanificio25. L’iniziativa è autofinanziata attraverso una campagna di raccolta fondi. Le strategie di autofinanziamento – come la vendita di beneficenza di opere anticlericali, ad esempio – ci aiutano a porre all’attenzione del pubblico quelle che saranno le tematiche del Festival (è anche il caso della Blasphemy Box).

Ceci n’est pas un blasphème è promosso dall’associazione Ciurma Pastafariana, nasce in seno alla campagna Dioscotto con la quale gli attivisti pastafariani, aderendo a EndBlasphemyLaws, chiedono l’abolizione dei reati di blasfemia, e vede il sostegno tra gli altri di MicroMega.

Azcona, Alt, Daniele Caluri, Ceffon, Amleto De Silva, Gaspare Di Stefano, Davide Diddielle, DoubleWhy, Daniele Fabbri, Giorgio Franzaroli, Alessandro Gioia, Hogre, Luca Iavarone, Illustre Feccia, Simona Forte, Malt, Antonio Mocciola, Emiliano Pagani, Pierz, Porfirio Rubirosa and his band, Marco Prato, Giuseppe Sciarra, Spelling Mistakes Cost Live, Helena Velena, Yele&Tres sono gli artisti con cui stiamo raccontando che la bestemmia è senza dubbio scomoda, ma che liberarla da qualsiasi precauzione moralista è utile ed è persino divertente. Sono i “Brian” del Festival e di loro vi racconteremo nel dettaglio nelle prossime settimane.



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