Blocco navale: naufragio morale

Promettere in campagna elettorale di fare strage dei diritti (e dei corpi), come fatto da Giorgia Meloni, è criminoso e disumano.

Domenico Gallo

Tutti i partiti stanno pubblicando i loro programmi elettorali sulla base dei quali si confronteranno nella competizione elettorale. Poiché il programma serve a catturare il consenso degli elettori, si sprecano le promesse di benefici miracolosi che questo o quel partito assicurerà agli italiani in caso di vittoria. Così si promettono meno tasse per tutti e più soldi in busta paga, pensioni più alte e più facili da raggiungere, incentivi e bonus di ogni sorta. Si sorvola su alcune palesi incongruenze come l’incompatibilità fra la riduzione delle entrate fiscali, la crescita della spesa militare e l’incremento della spesa sociale. In realtà i programmi dei partiti più che a proporre servono a occultare i problemi reali e le intenzioni dei decisori politici, gettando fumo negli occhi degli elettori.

Il programma della destra, però, ha un suo profilo di originalità che lo distingue da quello di altre forze politiche. C’è una sezione dedicata alle promesse (ai cittadini italiani), ma c’è anche una sezione dedicata alle minacce (ai non cittadini). Il tema è quello dell’immigrazione, cioè della pressione alle frontiere di profughi e rifugiati che cercano di sbarcare in Italia. La pretesa di bloccare il flusso di profughi che provengono in maggioranza dalle coste della Libia è sempre stata oggetto di una politica muscolare che ha esibito come un titolo di merito condotte di palese violazione degli obblighi del diritto internazionale, sfociate in alcuni casi in atti di rilevanza penale, come dimostra il processo a carico di Salvini per sequestro di persona in corso a Palermo.

A questa particolare vocazione della Lega, la leader di FdI ha aggiunto un peso da novanta proponendo il “blocco navale” intorno alle coste della Libia. I Fratelli d’Italia si sono preoccupati per tempo di sdoganare la parola “blocco navale”, al punto di votare, nel marzo dell’anno scorso, contro la ratifica degli emendamenti allo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale adottati a Kampala il 10 e 11 giugno 2010 dalla Conferenza dei paesi membri. Gli emendamenti mirano a risolvere un vuoto normativo dello Statuto procedendo alla definizione del crimine di aggressione. Fra gli atti che integrano il crimine di aggressione rientra: “il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato”.

Sul piano del diritto internazionale non v’è dubbio che il blocco dei porti o delle coste, se attuato al di fuori dell’art. 51 della Carta dell’ONU, costituisce un atto di guerra. Se il blocco non è attuato nei confronti di uno Stato ma nei confronti di una flottiglia di profughi, non è un vero e proprio atto di guerra, ma costituisce pur sempre un atto illecito perché in violazione di un principio antichissimo del diritto internazionale, quello della libertà dell’alto mare, ribadito dall’art. 87 della Convenzione ONU sul diritto del mare. Nell’opporsi alla ratifica e nel riproporre il suo obiettivo del blocco navale dei barconi in partenza dalla Libia l’on. Meloni ha fatto riferimento a un precedente, il blocco navale operato dall’Italia nei confronti delle imbarcazioni di profughi/migranti che partivano dalle coste dell’Albania nella primavera del 1997 (primo Governo Prodi), indicandolo come un modello da seguire. Peccato che nel riproporre il modello Albania la Meloni abbia sorvolato su un piccolo inconveniente. Il 28 marzo 1997 (venerdì di Pasqua) la corvetta Sibilla della Marina militare italiana intervenne per costringere una imbarcazione albanese, la Kater I Rades, carica di profughi e diretta in Italia, a invertire la rotta, finendo per speronarla. La nave colò a picco trascinando con sé il suo carico umano. 81 furono i corpi recuperati nel relitto (fra cui decine di bambini con le loro madri), 34 furono i sopravvissuti che furono portati in Italia.

Nel corso di una audizione tenuta dinanzi alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, il 1° aprile 1997, il Ministro della Difesa dell’epoca, on. Andreatta, ammise: “Le unità del nostro dispositivo hanno ricevuto direttive di adottare regole di pattugliamento volte a dissuadere il naviglio clandestino dal raggiungere il nostro paese (…) Le norme di comportamento prevedevano anche la possibilità, da parte delle nostre unità, di manovrare in modo da scoraggiare il proseguimento della navigazione dei natanti verso le coste italiane”. Quindi nel 1997 il primo Governo Prodi cercò di attuare, senza dichiararlo, una sorta di blocco navale delle coste albanesi, salvo poi rimangiarselo dopo il disastro della Kater I Rades. Poiché provocare un naufragio e la morte per annegamento dei profughi è comunque un crimine sanzionato dalle leggi penali, il comandante della Sibilla, Fabrizio Laudadio, fu condannato alla pena di tre anni di reclusione dal Tribunale di Brindisi (poi ridotta ad anni due in Cassazione) e il Ministero della Difesa a risarcire le vittime. Del resto, quando si pretende di arrestare la navigazione di natanti stracarichi ed in condizioni di sicurezza precarie, il naufragio è una conseguenza del tutto scontata. Ma altrettanto criminoso sarebbe la cattura in alto mare dei profughi per ricondurli con la forza nei lager libici da cui sono fuggiti. Quello che colpisce è che un programma così palesemente criminoso e criminogeno, e così atrocemente disumano, venga promesso al popolo italiano per ottenere più consenso dagli elettori. Promettere in campagna elettorale di fare strage dei diritti (e dei corpi) di determinate categorie di persone, non è quello che accadeva in Germania negli anni trenta del secolo scorso? Ricordate come è andata a finire?

(credit foto ANSA/ CONCETTA RIZZO)



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