Blonde, ovvero il mondo si è fermato

La non-discesa agli inferi di Norma Jean/Marylin Monroe come allegoria dell’ideologia dominante contemporanea.

Flavio De Bernardinis

Il film biografico su Marylin Monroe, Blonde, interpretato da una straordinaria Ana De Armas, ha scosso gli orizzonti d’attesa degli spettatori, innescando le più varie reazioni, dal disgusto alla perplessità, dalla noncuranza all’indignazione, dallo scherno al rifiuto.

Riteniamo utili, oggi, più che il film “poetico” o “intimo”, tali prodotti dichiaratamente “globali”, concepiti per un consumo indifferenziato. Ci guidano le note riflessioni di Walter Benjamin su società e arte di massa, per cui Blonde desta interesse quale macchina allegorica in grado di racchiudere il tempo-ora, l’oggi, concentrato nella chiave ideologica del capitalismo contemporaneo.

Blonde funziona quale allegoria di cui si alza il velo “per cogliere l’orrore della genesi storica e un significato attuale che si definisce nella prospettiva della rottura” (R.Luperini, L’allegoria del moderno, Editori Riuniti, 1990, p.62). Il significato attuale, esito della rottura del velo del biopic, il film biografico, coglie l’orrore della genesi storica, ossia lo stadio in atto del capitalismo.

Tratto da un romanzo molto romanzato e poco biografico, il film ripercorre la discesa agli inferi di Norma Jean, alias Marylin, prima bambina torturata dalla madre pazza, poi diva del cinema da chiunque sfruttata. L’espressione “discesa agli inferi” risulta già inappropriata, perché quando inizia il film, Norma Jean sta già chiusa all’inferno. Il tempo è fermo da subito. La vita di Norma Jean è scolpita in un loop, in cui tutti gli eventi e gli episodi risultano in-variabili dipendenti del trauma dominante, l’assenza e il rifiuto del Padre.

“Assenza” è come “discesa agli inferi”, però, un velo allegorico. L’immagine paterna è subito visibile in veste di fotografia patinata, raffigurante un uomo vagamente somigliante a Clark Gable, che la madre indica quale potente figura di Hollywood.

Anche qui basta seguire Benjamin: l’oggetto-ricordo, in questo caso l’immagine paterna, sollevato il velo “melodrammatico”, funziona in quanto merce, dove “si deposita la nascente auto estraneazione dell’uomo che cataloga il suo passato come un morto possesso” (Benjamin su Baudelaire).

Norma Jean provvede così al catalogo innescato dall’oggetto-ricordo “Padre”, mito di Hollywood, merce-feticcio dell’ideologia capitalistica, raffigurata nella sfera dello Spettacolo. Il “morto possesso” del ricordo si inscrive all’interno sia degli aborti a cui deve sottomettersi la protagonista, sia degli amori lugubri e mortiferi con tutti gli uomini della propria vita. Blonde è così una macchina allegorica che parla dell’auto alienazione dell’io in chiave di “svuotamento della vita interiore” (Benjamin), ossia di abbandono integrale dell’esperienza vissuta, maternità inclusa, che l’ideologia capitalistica promuove.

La vita di Norma Jean è una non-vita, bloccata nel tempo del concepimento/aborto, in cui tutto inizia e niente comincia davvero. Qualcosa di simile, anno 1976, nel Casanova di Fellini, con il protagonista quale feto mai nato cresciuto a dismisura, prodotto automatico dell’ideologia della Controriforma, secondo gli appunti dello stesso Fellini.

L’attualità, così, qui e ora, consiste nella formula il tempo si è fermato, e con questo, il mondo. Senza complotti o piani segreti, ma per effetto esclusivo dell’ideologia. Che svuota di sensi altri il tempo, bloccandolo là dove sta. Blonde, infatti, oscilla tra l’ineluttabile, e sarebbe ancora il tragico, e l’eccesso patologico, che sarebbe pur sempre il melodrammatico. Ma i riferimenti non hanno alcun senso, poiché non c’è traccia del destino nel martirio di Marylin, e non si ravvisa vera e propria patologia, in una creatura che nasce vive e muore abbandonata.

Lo svuotamento interiore è integrale. Nell’allegoria che lo ri-vela, Blonde è precisamente un film abortito, svuotato di senso e vita interiori, macchina allegorico-capitalistica che dimostra come oggi dentro le cose del mondo non ci sia più alcuna immagine del mondo. La Società dello Spettacolo, la “seconda natura” della merce, è il luogo dove il mondo è imploso, e il tempo singhiozza come un disco rotto. La stupefacente performance di Ana De Armas, i cui sguardi vagano nel e di vuoto, senza tuttavia essere vaghi e imprecisi, fa perno proprio su questo, dentro Marylin non c’è nessun mondo. Il mondo stesso è abortito

Come già nelle allegorie Elvis, il biopic di Baz Luhrmann su Elvis Priesley, e in chiave horror, Nope di Garland, il Mondo dello Spettacolo è l’unico mondo catalogabile, già morto, dove i film stessi vengono abortiti dalla macchina celibe dello show business, tutti film che non evidenziano né promuovono alcuna carriera, alcun percorso, alcun senso. La carriera di Marylin è uguale a se stessa, attraverso registi e film lugubri e spettrali, i primi seduti in set oscuri e tenebrosi, gli altri proiettati in sale cinematografiche simili a camere mortuarie.

Se ne Gli uomini preferiscono le bionde, quello del 1953, diretto da Howard Hawks, Marylin e Jane Russel ancora rappresentavano il riscatto della figura femminile, attraverso un’assunzione piena della forma merce dei corpi e degli spiriti, in Blonde, 2022, Marylin al telefono, alla notizia che Jane Russell avrà per il film un compenso dieci volte maggiore del suo, replica giustamente: come faccio io a prendere così poco se gli uomini preferiscono le bionde, e la bionda sono io?

Risposta ineccepibile, all’interno di un universo narrativo in cui mercimonio, matrimonio, e lo show business che li comprende fanno parte della stessa macchina allegorica, la medesima ideologia.

Firmare il contratto per un film, significa vendere il proprio corpo, esattamente come unirsi in matrimonio con qualcuno. Vagabondando per casa, Marylin scopre che suo marito, Arthur Miller, ha tradito la promessa di non usarla mai come ispirazione per un suo testo, adocchiando un manoscritto pronto per la scena che testimonia il contrario. Il marito artista sfrutta l’arte di lei, che ha comprato sposandola, e ora se la può rivendere esponendola, merce, sulle tavole di un palcoscenico.

La sequenza della fellatio a JFK conferma l’assunto: il presidente esige la prestazione da Marylin mentre al telefono valuta con un suo collaboratore la sorte da assegnare a quelle donne, non poche, che si dichiarano da lui molestate. JFK sta pubblicamente comprando Marylin, tanto che un agente di scorta è presente in penombra mentre lei esegue la prestazione, nello stesso istante in cui ne sta valutando la vendita alle esigenze della ragion di stato

Cambiare partner, scegliere film “migliori”, come vorrebbe la bestia violenta Joe Di Maggio, tentare di mutare vita uscendo dallo show business, restare incinta a più non posso e abortire di conseguenza, in breve, sono l’allegoria del capitalismo contemporaneo, dove la forma-merce, Marylin “pezzo di carne”, appetibile sempre e comunque, feticcio integrale,, è penetrata capillarmente all’interno di ogni struttura, sociale individuale e psichica, tanto da produrre il blocco di tempo e spazio, ossia del mondo.

L’unica soddisfazione della star, che emerge netta in Blonde, è quella di spiccare nettamente superiore ai propri film: Marylin è molto di più che i vari Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo. La consolazione di tipo ancora “romantico”, ma anche nichilistico, è che la star sia tale non grazie al valore dei film, ma solo in quanto pura e semplice stella del cinema. L’unica garanzia che la propria vita, a differenza di quella di migliaia di donne sventurate, come e peggio di lei, possa essere presa in considerazione nel corso del tempo.

Anche se di tempo immobile, comunque, si tratta.



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