Boicottare la Coppa del mondo di calcio in Qatar?

Una riflessione sulla legittimità etico-politica del boicottaggio, a partire dai testi fondamentali della tradizione filosofica europea.

Fausto Pellecchia

Il calcio d’inizio della Coppa del mondo ha avuto luogo, com’era prevedibile, tra le contestazioni dei tifosi delle squadre europee e le manifestazioni di dissenso nei confronti della Fifa in relazione alle gravi violazioni dei diritti umani nel Qatar, paese al quale è stata affidata l’organizzazione del torneo.

Nella partita inaugurale Inghilterra-Iran, i calciatori iraniani si sono rifiutati – ricevendo però fischi dai tifosi sugli spalti – di cantare l’inno nazionale, in segno di protesta contro la brutale repressione in corso da mesi nel loro Paese, dopo l’uccisione di Mahsa Amini e l’instaurazione della pena di morte per chi manifesta il proprio dissenso. A loro volta, anche i calciatori inglesi, un attimo prima del fischio d’inizio, si sono inginocchiati sul terreno di gioco: hanno ripetuto il gesto simbolico, già sperimentato agli Europei 2020-21 per esprimere solidarietà al movimento Black Lives Matter, estendendo il senso della protesta in relazione alle accuse di violazione dei diritti umani in Qatar e alle sospette manchevolezze nella vigilanza della Fifa. Un sintomo delle straordinarie tensioni polemiche sugli spalti dello stadio è stato l’inspiegabile, eccezionale concessione di oltre 27 minuti di recupero tra primo e secondo tempo, quasi due tempi supplementari, come non era mai accaduto in un campionato del mondo.

Inoltre, anche la nazionale della Danimarca ha scelto di indossare un kit monocromatico per rendere omaggio ai numerosi lavoratori immigrati morti durante i lavori di costruzione delle strutture sportive allestite in Qatar.

Per quanto riguarda l’Italia, va segnalato che, per la seconda volta consecutiva, dopo la mancata partecipazione italiana al campionato mondiale di calcio svoltosi in Russia nel 2018, anche la Coppa del mondo nel Qatar prende l’avvio senza la nostra nazionale. E già da alcuni mesi la dirigenza della Rai, che si è assicurata i diritti sulla diffusione televisiva dell’evento, sta contabilizzando le perdite economiche che deriveranno dalla prevedibile diminuzione degli ascolti. mentre si infoltisce la lista delle città italiane che non predisporranno fan zone, né schermi giganti per la diffusione delle partite della Coppa del mondo.

Uno studio interno e riservato della televisione di Stato ha calcolato che l’emorragia di pubblico sarà rilevante soprattutto nella fase finale della competizione, nella semifinale e nella finale. Nonostante le infauste previsioni sul giro d’affari connesso all’evento, la Rai spera di limitare i danni nella raccolta pubblicitaria. Tuttavia, lo sforzo di contenere le perdite dovrà misurarsi con numerose incognite.

La più grande è che la Rai ha pagato i diritti dei Mondiali in Qatar per una cifra senza precedenti (160 milioni): una somma che sarebbe stato difficile recuperare anche con l’Italia qualificata e in campo.

In questo contesto, una straordinaria incognita è rappresentata dalla controprogrammazione televisiva. D’estate, quando in genere si giocano i Mondiali, le emittenti hanno poche frecce al proprio arco per distrarre le famiglie dalla visione delle partite. Ma i Mondiali del Qatar si giocano, per la prima volta nella storia, tra il 21 novembre e il 18 dicembre.

A fine anno Mediaset, La 7, Discovery e Sky potranno fare una più feroce concorrenza alla Rai con film, fiction, programmi culturali, informazione e intrattenimento. Per non parlare delle tentazioni Netflix, Amazon Prime, Disney+, Infinity, che nel 2018 non erano ancora disponibili. Lo studio prognostico della Rai segnala, infatti, una serie di elementi problematici che influiscono negativamente sulla previsione delle entrate in rapporto alle notevoli spese sostenute per i diritti di messa in onda dei Mondiali del Qatar.
V’è, infine, una quota aggiuntiva di rischio, per la quale non ci sono stime attendibili, determinata dal diffondersi della campagna di boicottaggio dei Mondiali (Boycott Qatar) in nome dei principi etico-politici che condannano senza appello il regime repressivo del Paese ospitante. Un cospicuo gruppo di intellettuali, sociologi e filosofi si è fatto promotore del bando di proscrizione dell’emirato del Qatar, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e incurante dei danni ambientali provocati dalle infrastrutture di climatizzazione degli stadi – approntati in un Paese desertico – per rendere possibile la competizione calcistica.

Del resto, già a dicembre del 2010, quando la Fifa scelse il Qatar come sede dei mondiali di calcio del 2022, le critiche sono state aspre per una decisione che sembrava riguardare poco lo sport e molto gli affari. In seguito, con l’avvicinarsi della competizione, le tifoserie di mezza Europa hanno alzato la voce per organizzare il boicottaggio per via dei diritti civili che Doha calpesta o ignora. In prima linea le tifoserie calcistiche in Germania, ma anche in Italia si sono moltiplicati gli inviti a tenere spenta la televisione.

In questo arroventato scenario polemico, è forse lecito interrogarsi sulla legittimità etico-politica del boicottaggio, a partire dai testi fondamentali della tradizione filosofica europea e dalla pertinenza della loro applicazione da parte degli spettatori al caso concreto dei mondiali di calcio.

Il rigorismo kantiano: boicottate per non essere complici.

Nota per la sua doverosità, l’etica kantiana sviluppata nei Fondamenti della metafisica dei costumi (1785), si condensa nella forma di ciò che il filosofo di Könisberg definisce un imperativo categorico, cioè una regola incondizionata la cui osservanza deve essere adempiuta, quali che siano le circostanze dell’agire. Tra le molteplici formulazioni offerte nel corso dell’opera, una delle più stimolanti per riflettere sul boicottaggio è la seguente: “Agisci in modo tale da trattare l’umanità sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine, mai semplicemente come mezzo”. Una frase che ci invita a considerare ogni essere umano come un fine in sé e non solo come uno strumento, poco importa la situazione nella quale ci troviamo. In quanto essere ragionevole, l’uomo è persona: il suo valore è inestimabile, e non può essere trattato come merce. È questa inalienabile dignità dell’uomo che il Qatar ha negato ai 6500 operai che sono stati usati come strumenti, esponendoli al rischio della loro vita – migliaia l’hanno persa in condizioni di lavoro inaccettabili – per costruire otto stadi monumentali. Se dunque è certo che Kant avrebbe risolutamente condannato tale iniziativa, ci si può chiedere se avrebbe egualmente esteso il suo biasimo allo spettatore che pure non ha in alcun modo partecipato alla sua realizzazione. Probabilmente sì: dopo tutto, guardare le partite di calcio equivale a partecipare, volenti o nolenti, al finanziamento dell’evento. Per convincersene, basta constatare che la metà delle partitte sonno diffuse su reti a pagamento e rammentare che le pubblicità commerciali negli incontri del secondo turno sono calibrate sul numero degli spettatori conteggiati nelle prime partite. Ma – si obietta – uno spettatore in più o in meno cambia davvero qualcosa nelle entrate del Qatar? Questa obiezione non è affatto pertinente, dal momento che Kant considera non tanto le conseguenze delle azioni, quanto piuttosto la loro conformità al dovere – che per se stessa contiene l’implicazione di non avallare alcun progetto che neghi la dignità umana. Perciò, coerentemente con il profilo rigorista della morale, il filosofo avrebbe indubbiamente condiviso la decisione di boicottare la trasmissione televisiva delle partite… anche in streaming, poiché non gli effetti dell’atto, bensì la sua intenzionalità determina la sua qualità morale.

La morale sentimentale di Hume: boicottare per “benevolenza”.

Diversamente da Kant, David Hume non crede che la condotta morale sia determinata dalla ragione, in quanto facoltà puramente teorica, per se stessa incapace di sollecitarci all’azione. Ciò che motiva l’azione morale è piuttosto la sensibilità, cioè la nostra capacità di provare compassione o avversione dinanzi a certe azioni e situazioni. Questa è la tesi, svolta nel Trattato sulla natura umana (II, 1, 1739-40): il filosofo scozzese spiega che ciò che spinge gli uomini all’azione morale è la «simpatia» definita come la facoltà di percepire «i sentimenti degli altri». Tutti gli esseri viventi sono capaci di una tale simpatia (intesa transitivamente come empatia) che essi provano non solo verso il prossimo, ma anche verso tutti gli uomini, senza condizione di prossimità. Intesa in questa accezione universalistica, essa si chiamerà «benevolenza». Se davvero siamo abitati da questo sentimento, «degno di attenzione nella natura umana, sia in sé che nelle sue conseguenze», dovremmo provare una repulsione istintiva che ci vieta di guardare le partite della Coppa del mondo. La sofferenza degli operai deceduti nei cantieri, e quella della comunità LGBT attualmente perseguitata da un regime tirannico e discriminatorio – per quel tanto che ne possiamo sapere – dovrebbe dissuaderci dal farlo. Benché questa nostra scelta non cambi nulla nello svolgimento del campionato mondiale e nel rispetto dei diritti umani nel Qatar, la nostra sensibilità, e a fortiori la nostra “benevolenza”, potrebbero e dovrebbero vincere il desiderio di assistere alla competizione calcistica.

L’argomento di Hume è certamente interessante, ma reversibile. Se esiste una comunicabilità dei sentimenti umani, non è sicuro tuttavia che si disponga della forza necessaria per resistere al contagio sentimentale dei nostri vicini, riuniti dinanzi al televisore per assistere alle partite…Non si può forse supporre che questo sentimento prevarrà sull’avversione, indotta dalla compassione per le vittime del progetto qatariano? La questione merita in ogni caso di essere posta.

Il logicismo di Bentham: perché boicottare?

Il principale sostenitore di quella che è stata definita un’etica “consequenzialista”, Jeremy Bentham, si interessa soprattutto agli effetti delle nostre azioni sull’insieme della società. Contro l’intera tradizione della filosofia morale che si interessa alle intenzioni e non alle conseguenze, egli scrive che «la morale è l’arte di massimizzare la felicità comune». Nella Deontologia o scienza della morale, un’opera pubblicata postuma nel 1834, il filosofo sviluppa questa concezione del bene e spiega che ciò che rende un’azione degna di essere considerata buona o cattiva, è la «tendenza ad accrescere o a diminuire la somma della felicità pubblica»

Non v’è dubbio che Bentham avrebbe condannato il progetto deciso nel 2010, per una Coppa del mondo da disputarsi in un paese desertico come il Qatar. Un’autentica aberrazione ecologica, dal momento che la realizzazione del progetto diminuirà sicuramente «la felicità pubblica», contribuendo al surriscaldamento climatico i cui effetti sono già manifesti ovunque nel mondo. Detto questo, non è però certo che Bentham si sarebbe opposto al fatto di assistere alle partite, una volta compiuto il danno. A che scopo boicottare? Non è affatto sicuro che una persona in meno dinanzi alla televisione cambi in qualcosa la situazione. Seguendo la logica che egli sviluppa nelle sue opere, è questa la risposta che Bentham probabilmente avrebbe dato se fosse stato interrogato sul tema in discussione. E forse si sarebbe spinto anche oltre: rifiutando di seguire i mondiali di calcio e rimproverando coloro che non vorrebbero privarsene, non diminuirebbe la «felicità pubblica» con la diffusione delle passioni tristi? Se ci si attiene all’individualismo dell’etica benthamiana, boicottare la Coppa del mondo potrebbe persino implicare qualcosa di immorale…

Il minimalismo di Ruwen Ogien 

Ruwen Ogien (1947- 2017), filosofo francese noto per la sua “etica minimale”, rompe con i principi dei codici morali più esigenti. Non si tratta per lui di proporre una concezione univoca e universale della vita buona, e di riconoscere la nozione kantiana del dovere verso se stessi. Ne La filosofia morale (tr.it. Il Mulino, Bologna, 2006), delinea l’apologia di un unico principio: non nuocere agli altri. Pertanto, sicuramente non avrebbe qualificato come immorale il fatto di guardare le partite della Coppa del mondo, perché è altamente improbabile sostenere che in questo modo si possa causare un torto. In compenso, proprio come Bentham, si sarebbe opposto alla realizzazione del progetto qatariano, che pone seri problemi sociali e umani. Una tale etica è davvero risolutiva dei nodi in questione? È lecito dubitarne. L’idea di un «intervento limitato ai casi flagranti di torto causati agli altri» sembra infatti insufficiente. Non è forse questo principio che ha condotto i dirigenti del mondo intero a tollerare che questa grande competizione sportiva si svolga in uno Stato così poco rispettoso dei diritti umani? Con l’etica minimale, si potrebbe obiettare a Ogien, aumenta il rischio di una forma di anestesia morale, che può condurre a progetti estremamente drammatici sul piano umano.

Queste quattro etiche, certamente discutibili, non contengono una risposta univoca alla questione del boicottaggio di questo avvenimento sportivo; tuttavia mostrano le implicazioni morali e filosofiche di un dibattito che attualmente sta suscitando un vasto clamore. Sta a noi tutti, potenziali spettatori o boicottatori, approfondire queste riflessioni, appropriandoci dell’abito etico suggerito dai filosofi qui evocati, per giustificare il rifiuto o la partecipazione sentimentale alla competizione calcistica appena iniziata.

(Credit Image: © Pawel Andrachiewicz/Newspix via ZUMA Press)



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