Autodifesa o vendetta?

Certo che Israele ha diritto all’autodifesa. Ma la reazione a un atroce e ingiustificabile attacco terroristico non può che essere un’azione politica e di intelligence, non certo l’assedio e l’incessante bombardamento di un intero popolo.

Cinzia Sciuto

Con la più grande strage contro gli ebrei dai tempi dell’Olocausto Hamas ha dato un ottimo pretesto a Israele per perpetrare quello che ogni giorno – anche senza la paventata invasione di terra – si sta configurando come un genocidio del popolo palestinese. In risposta all’attacco del 7 ottobre Israele ha provocato in 20 giorni più di settemila morti, una gran parte dei quali bambini, e centinaia di migliaia di sfollati.
Eppure dovrebbe essere chiaro come il sole che, per usare le parole del segretario generale dell’Onu António Guterres, così come “le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas, questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese”. Come abbiamo più volte scritto, non si risponde a un crimine contro l’umanità come quello perpetrato da Hamas (cosa che tutti i sostenitori della causa palestinese farebbero bene a non dimenticare mai) con un crimine di guerra.
Ripetere come un mantra che Israele ha diritto all’autodifesa è una vuota petizione di principio. Certo che Israele – come ogni altro Stato sovrano al mondo – ha diritto all’autodifesa da attacchi armati, come recita l’art. 51 della Carta dell’Onu. Ma le minacce a uno Stato possono essere di diversa natura, e di diversa natura deve e può essere la risposta. Se la risposta a un esercito di invasione di una potenza militare (come nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina) non può che essere la resistenza armata, la reazione a un atroce e ingiustificabile attacco terroristico non può che essere un’azione politica e di intelligence, con eventuali azioni militari mirate, non certo l’assedio e l’incessante bombardamento di un intero popolo.

C’è anche da chiedersi quale sia esattamente l’obiettivo dell’azione militare israeliana. Perché, certo, può anche darsi che radere al suolo Gaza eliminerebbe anche Hamas, ma – al netto dell’agghiacciante cinismo di un tale pensiero – sarebbe un risultato assolutamente temporaneo, visto l’odio che una tale azione alimenterebbe (e sta già alimentando) in tutto il mondo arabo, e non solo. Sarebbe solo una questione di tempo prima che questo odio si coaguli attorno a nuovi movimenti sempre più violenti, innescando un nuovo tragico ciclo di vendette, che per primi i parenti degli ostaggi chiedono di scongiurare.
C’è un solo modo per far sparire Hamas a lungo termine: impegnarsi finalmente e seriamente per la soluzione della questione palestinese, cercando di dare ai bambini palestinesi di oggi un orizzonte di futuro che possa contemplare qualche opzione in più rispetto a quelle che hanno avuto coloro che sono nati sotto l’occupazione. La tragedia a cui assistiamo è che tutti i soggetti attualmente in campo pare abbiano invece scelto la via della vendetta.

CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED SABER



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