Bosnia-Erzegovina: lo scheletro di una nazione

La nazione dei gigli è il simulacro di uno Stato. Frazionata e polarizzata, è una realtà immersa in una perenne fase di tregua che non è mai maturata in pace. Una riflessione sulla crisi istituzionale bosniaca e le responsabilità della realpolitik occidentale.

Andrea Caira

Una morte annunciata

Che la Bosnia-Erzegovina dovesse rappresentare il patibolo sul quale si sarebbero scontrati i flussi dei nazionalismi jugoslavi lo si era capito già da tempo. Prima ancora che i paramilitari di Arkan inaugurassero il conflitto con i massacri di Bijeljina e che il ponte di Vrbanja diventasse il vessillo dell’assedio di Sarajevo. Era percettibile almeno dal febbraio del 1992, da quando nei corridoi della diplomazia internazionale si stava lavorando per rendere la nazione dei gigli un paradosso giuridico: il simulacro di uno Stato.

Come precedentemente sperimentato in Croazia, anche per la Bosnia la Comunità internazionale adottò un regime di equidistanza tra i belligeranti, configurando il conflitto come una guerra civile anziché come una guerra d’aggressione e così, formalmente, disimpegnandosi da ogni vincolo. D’altronde, il copione da seguire era già stato adottato con la Risoluzione Onu 724 – il cosiddetto piano Cyrus Vance – del gennaio ‘92: premiare le logiche spartitorie e gestire il conflitto da lontano. Il messaggio che si voleva diffondere era lampante: in Bosnia non c’era una parte aggredita ma solo aggressori. Tutti egualmente colpevoli ed egualmente punibili: nessuna differenza, insomma, tra le popolazioni assediate e i militari assedianti. Il timore di rimanere coinvolti in conflitto trasversale, stratificato e dagli esiti imprevedibili prevalse tra le cancellerie occidentali ancora inscritte nel paradigma interpretativo della Guerra Fredda. Nettamente più semplice archiviare la questione bosniaca in una primitiva e tribale confusione balcanica che investire frontalmente il problema dei rinati movimenti nazionalisti.
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