Venti di guerra nei Balcani: la Bosnia in crisi

A 30 anni dall'inizio della guerra, in Bosnia torna a crescere la tensione tra la componente serba e quella bosgnacca, con le elezioni di ottobre sempre più vicine.

Valerio Nicolosi

Mentre tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione è sull’Ucraina e quindi sulla guerra “vicino alle nostre frontiere”, ancor più vicino a noi sta aumentando la tensione nei territori dove esattamente 30 anni fa è iniziata una guerra lunga e sanguinosa che ha visto morire 101.000 persone in 3 anni e mezzo: la Bosnia ed Erzegovina.

A far alzare la tensione sono, ancora una volta, le richieste di indipendenza da parte delle zone a maggioranza serba, che dopo gli accordi di Dayton sono riunite nella Repubblica Serba di Bosnia (Srpska) che si estende dalle cittadine dell’Est come Visegrad e Srebrenica, a Sarajevo Est e nel Nord, a Banja Luka capitale de facto della Repubblica Srpska.

Il 2022 per la Bosnia non è solo la ricorrenza dei 30 anni dall’inizio della guerra ma anche un anno elettorale, si voterà il prossimo ottobre, cosa che in una federazione pensata con più livelli di potere e con figure di garanzia scelte dalla comunità internazionale, non è mai un anno come gli altri.

Le prime tensioni sono arrivate la scorsa estate, a poco più di un anno dalle urne, quando l’Alto Rappresentante della Federazione della Bosnia ed Erzegovina (figura di garanzia scelta dalla comunità internazionale) ha emanato una legge che vieta il negazionismo del massacro di Srebrenica del 1995 nel quale morirono 8.700 persone. Il negazionismo in Bosnia è un fenomeno sempre più presente, soprattutto nella comunità serba, tanto che negli anni passati il governo di Sarajevo ha chiesto sostegno a Israele per contrastarlo.

Lo stesso membro della presidenza della Bosnia ed Erzegovina ed ex presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, in passato ha dichiarato che “a Srebrenica si può dire che c’è stato un crimine, che io condanno. Non si può dire però che è stato compiuto dai serbi, intesi come nazione. È stato compiuto da alcuni individui. Ci furono uccisioni tra i serbi che sono state messe da parte”.

Dodik è un personaggio che ha cambiato orientamento politico nel corso della sua storia: è stato eletto per la prima volta alla presidenza della Repubblica Srpska nel 1998 con posizioni filo-europee, nel corso degli anni però ha modificato fino a diventare un amico di Putin e della Cina, essendo oggi un loro diretto interlocutore e sostenitore.

E proprio in questo scenario che l’Ucraina e la Bosnia potrebbero essere collegate, con un’escalation tra Russia e Paesi NATO che non sembra rallentare, rischiando di portare la guerra nel cuore dell’Europa, ancora una volta.

Nell’ottobre 2021, quindi a un anno dalle elezioni, è stata organizzata un’esercitazione delle forze speciali di polizia della Repubblica Srpska nelle vicinanze di Sarajevo, in uno dei punti dove si combatté durante la guerra. L’esercitazione è stata controllata con mezzi aerei anche dalla missione militare europea Eufor, mentre dalla componente bosgnacca (bosniaci-musulmani) e croata è stata vista come una provocazione visto che le leggi federali bosniache prevedono un solo esercito, quello federale. Le repubbliche autonome non possono crearne uno e l’esercitazione aveva, nella sostanza, carattere militare.

Proprio la missione Eufor è stata potenziata dopo l’inizio dell’invasione russa perché la paura che la guerra possa estendersi su altri conflitti locali è alta, così è stata adottata dal comando di Eufor come “misura precauzionale per sostenere in maniera più efficace i partner della Bosnia Erzegovina al fine del mantenimento di un ambiente sicuro”.

Sempre nel marzo 2022, in un clima sempre più acceso e con le elezioni alle porte, sul muro che divide la Sarajevo bosgnacca da quella serba è apparsa una targa commemorativa dei due battaglioni serbo-bosniaci comandanti da Ratko Mladić, condannato per genocidio e crimini di guerra e al comando proprio delle truppe serbe a Srebrenica. La targa era già stata affissa in passato, salvo poi essere prima imbrattata e poi rotta con azioni dei bosgnacchi. Quel muro segna la divisione tra le due entità di Sarajevo e l’amministrazione della parte serba ha sempre difeso la targa. Nello stesso mese un’associazione di amicizia tra Serbia e Russia ha organizzato a Banja Luka una manifestazione a sostegno della Russia nella guerra in Ucraina e ad aprile a Visegrad, nell’est del paese, è apparsa una grande “Z” su un muro della città, accanto al simbolo NATO barrato. Nel 2014 Nikola Djakonov, all’epoca membro del consiglio direttivo dell’Unione dei volontari del Donbass e ora comandante supremo dell’Unione dei soldati cosacchi della Russia e dell’estero, ha visitato Banja Luka per i rapporti che Dodik ha con la Russia e con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk e dall’inizio della guerra in Ucraina sembra ci siano diversi combattenti serbi e serbo-bosniaci proprio in Donbass al fianco dei russi.

Le relazioni internazionali sono fondamentali per la stabilità della Bosnia ed Erzegovina, che è stata lasciata sola dall’Europa e dalla NATO, emarginata nonostante fosse il paese maggiormente da includere tra le repubbliche della ex-Jugoslavia. La maggioranza musulmana è stata uno dei problemi all’ingresso nell’Unione Europea, così come la sua instabilità. A 30 anni di distanza Sarajevo è rimasta in un limbo geopolitico, ritrovandosi a essere la periferia dell’Unione Europea così come quella della Russia e delle sue zone d’influenza, senza amici attorno a sé ma con una missione di pace europea nel suo territorio e una presidenza a rotazione tra le tre componenti del paese. Una forma statale volutamente complessa che la paralizza e che ha visto il dibattito polarizzarsi sempre di più, con il ritorno dei nazionalismi.

Tensione quindi sempre più crescente ma in un’atmosfera apparentemente tranquilla, come nei giorni che hanno preceduto la guerra del 1992 quando sembrava si vivesse in una calma apparente, salvo poi far esplodere la rabbia con il referendum per l’indipendenza della parte serba. Analogia, quella del referendum, che preoccupa la comunità internazionale dopo l’annuncio di Dodik nel voler indire proprio una consultazione su questo tema, assieme a delle proposte che altererebbero i precari equilibri statali: il gettito fiscale proveniente dalla Repubblica Srpska dovrebbe restare nella disponibilità della stessa, senza andare al governo centrale. Così come la richiesta di autonomia per quanto riguarda servizi d’intelligence, giustizia e agenzia del farmaco. Di fatto una dichiarazione d’indipendenza.

Una realtà complessa che con l’avvicinarsi delle elezioni rischia di portare la Bosnia verso una nuova guerra, stavolta ancora più vicina alle nostre frontiere.

 

Foto via Twitter/Hikmet Karcic



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