Breve la felice vita delle fake news

L’indignazione quasi isterica contro le fake news è causata dal timore dei gruppi dominanti di avere perso il monopolio della menzogna legittima, messo in pericolo dall’avvento dei social media.

Marco d'Eramo

Non credere a nulla che non sia stato ufficialmente smentito
Claud Cockburn*

Qui nescit dissumulare, nescit regnare
Louis XI le Prudent, re di Francia (1461-1483)**

È affascinante seguire le traiettorie dei modi di dire. Ci fu un periodo in cui il verbo “tracimare” era sulla bocca di tutti. Poi scomparve. Viene da chiedersi perché. Fortuna e sfortuna delle espressioni linguistiche seguono un corso erratico, indecifrabile. Come mai nello scorso anno, di tornata elettorale Usa, è stato usato così poco il termine fake news? Eppure solo quattro anni infuriava su tutti i media; su di esso si scrivevano persino disegni di legge in vari parlamenti, mentre ora sembra quasi cancellato dal nostro vocabolario. E non è che quest’anno si sia mentito meno di allora. Anzi.

Il che suggerisce la domanda contraria: come mai solo nel 2017 l’umanità attonita ha scoperto che in guerra e in politica si dicono bugie?

La figura della “spia sacrificata” era già delineata ne L’arte della guerra attribuita al cinese Sun Tzu e redatta al più tardi nel IV secolo a. C. Nel capitolo 13 (“Sull’uso degli agenti segreti”), Sun Tzu distingue cinque tipi di spie: indigene, infiltrate, agenti doppi, sacrificati e sopravvissuti. Gli agenti sacrificati “sono le nostre spie a cui diamo deliberatamente informazioni fabbricate di sana pianta”. La frase è così commentata, più di mille anni dopo, da Tu Yu, morto nell’812 d. C.: “Lasciamo sfuggire informazioni che sono realmente false e facciamo in modo che i nostri agenti vengano a saperle. Quando questi agenti, viaggiando in territorio nemico, saranno catturati, non potranno non rivelare queste informazioni false. Il nemico vi presterà fede (perché le avrà estorte, n.d.a.) e farà i suoi preparativi in conseguenza. Ma noi agiremo in tutta un’altra direzione e il nemico metterà a morte le spie”.[1]

Già 2400 anni fa, l’arte della menzogna in guerra era così sofisticata da elaborare il sacrificio dei propri agenti per fargli confessare notizie false al nemico! Era l’equivalente discorsivo della mossa a scacchi che sacrifica un proprio pezzo per far cadere in trappola l’avversario. Non stupisce che la massima “La prima vittima della guerra è la verità” abbia potuto essere attribuita (a torto) persino a Eschilo, mentre le fonti più vecchie risalgono solo alla Prima guerra mondiale (il dottor Samuel Johnson aveva scritto qualcosa di simile nel 1758[2]).

Quindi questo primo tipo di fake news, la menzogna di guerra, anzi la guerra come arte della menzogna, risale alla notte dei tempi: non per nulla i latini dicevano “timeo Danaos dona ferentes”, pensando al cavallo in legno donato dagli achei ai troiani: questo inganno costituisce l’atto conclusivo della guerra che fonda la cultura occidentale.

Vi è un secondo tipo di fake news, di carattere più “sociale”, più da guerra civile che da guerra fra stati, e può essere catalogato sotto la voce “calunnia”. Le calunnie e le denunce anonime non hanno aspettato i social media per provocare sciagure: dalla cassetta (“tamburo”) del duomo di Firenze in cui nel 1476 fu depositata la denuncia di sodomia contro Leonardo da Vinci, fino alle innumerevoli denunce anonime di stregoneria nella Germania e nella Scozia del ‘600, che portarono ad altrettanto innumerevoli roghi: come si vede, il tam-tam “virale” per cui Barack Obama non sarebbe stato cittadino americano (come ha varie volte insinuato sui mass nel media Donald Trump) e avrebbe studiato in una madrassa islamica, ha precedenti se non illustri, almeno antichi e più letali.

Ma è nel XVII secolo che si moltiplicano i trattati sull’arte del mentire, o del non dire: e si capisce, se a dire quel che uno pensava rischiava il rogo o la decapitazione. È in quel secolo che fu stabilita la definizione canonica: “si simula quel che non è, si dissimula quel che è” scrive l’italiano Torquato Accetto (c. 1590- 1640) in Della onesta dissimulazione (“Of the Honest Dissimulation”) pubblicato postumo.[3] Definizione condivisa da Francis Bacon nel saggio Of simulation and dissimulation (1625): “Dissimulazione…. Quando un uomo lascia trasparire Segni e Argomenti che egli non è ciò che è. E Simulazione, …. quando un Uomo, industriosamente e appositamente, Dissimulation, …. finge e pretendere di essere ciò che non è.”

Saltiamo tre secoli e troviamo il grande storico francese Marc Bloch che nel 1921 si volge a guardare tutte le falsità che sono state usate durante la Prima guerra mondiale, finita solo tre anni prima: Réflexions d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre.[4] Ricordiamo che con la Prima guerra mondiale si diffonde la radio e con essa la propaganda di massa. E nella neolingua Orwelliana di 1984, il ministero della propaganda è il Ministero della verità (Minitrue)

Perciò oggi non ci stupisce affatto un testo come questo: “Mai si è mentito quanto ai giorni nostri. Né mentito in un modo così sfrontato, sistematico e costante. Si dirà forse che così non è, che la menzogna è vecchia quanto il mondo, o, almeno, quanto l’uomo, mendax ab initio; che la menzogna politica è nata con la cittadinanza, come, stracopiosamente c’insegna la storia… Tutto vero, certo. O quasi. È certo che l’uomo si definisce per la parola e che questa comporta la possibilità della menzogna e che … il mentire, molto più che il ridere, è proprio dell’uomo. È ugualmente certo che la menzogna politica è di ogni tempo, che le regole e la tecnologia di quel che una volta si chiamava ‘demagogia’ e oggi ‘propaganda’ sono state sistematizzate e codificate da migliaia di anni… È incontestabile che l’uomo ha sempre mentito. Mentito a se stesso. E agli altri. Mentito per il proprio piacere – il piacere d’esercitare questa stupefacente facoltà di ‘dire ciò che non è’ e di creare con la propria parola un mondo di cui è il solo autore e responsabile. Mentire anche per difesa: la menzogna è un’arma. L’arma preferita dell’inferiore e del debole che, ingannando l’avversario, s’afferma e si vendica di lui… Ma restiamo convinti che in questo campo l’epoca attuale … ha potentemente innovato”. [5]

Tutto condivisibile: l’unico problema è che “i giorni nostri in cui si mente come non mai” sono di 78 anni fa, durante la Seconda guerra mondiale: a scriverlo era il filosofo della scienza Alexandre Koyré, a riprova che la sensazione di essere avviluppati da un mondo di bugie e di falsità, di nuotare in una realtà illusoria, è propria di ogni epoca.

Perciò non c’è dubbio: la scoperta improvvisa delle fake news non può essere stata che totalmente strumentale. Ma a che serviva? E perché proprio in quel momento? Perché mentitori incalliti s’indignano perché altri mentono? Vi è una sola spiegazione. Se per Max Weber lo stato è l’entità che detiene il monopolio della violenza legittima, nel mondo moderno della comunicazione, in cui le tv contano più delle divisioni corazzate, lo stato, o più esattamente l’establishment, è colui che detiene il monopolio della menzogna legittima. L’unico ad avere il diritto di mentire e di imporre le proprie menzogne come verità. Si può quindi ipotizzare che l’indignazione quasi isterica contro le fake news sia stata causata dal timore dei gruppi dominanti di avere perso il monopolio della menzogna legittima.

Sono stati i social media a mettere in pericolo il monopolio. Ricordiamo che Facebook è nato nel 2004, QZone (Cina) nel 2005, Twitter e VKontakt (Russia) nel 2006, Instagram nel 2010. C’è voluto qualche anno perché la loro diffusione dispiegasse appieno la loro potenza nel riconfigurare il mercato della verità e della menzogna. Ed è stato nel 2015 con la Brexit e nel 2016 con l’elezione di Donald Trump negli Stati uniti che l’establishment si è sentito franare la terra sotto i piedi quando ha visto trionfare menzogne che non erano le proprie. La campagna contro le fake news si è perciò subito riconfigurata come una campagna per riprendere il controllo dei social media, per introdurvi una sorta di censura o di autocensura: per definizione la censura consiste nell’attribuirsi il diritto di decidere ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che può essere detto e ciò che è vietato dire, ciò che i cittadini possono conoscere e ciò che non devono sapere. Da come si sono comportati i social media durante le elezioni Usa di novembre scorso, almeno in parte l’obiettivo di riprendere il controllo del flusso di notizie sembra essere stato raggiunto. La categoria di fake news può quindi andare in letargo, può essere riposta in magazzino, sempre pronta a essere tirata fuori in caso di necessità, quando un mentitore migliore del potere verrà a incrinare il potere dei mentitori.

(articolo ripreso da “Sidecar”, blog della New Left Review)

NOTE

* Claud Cockburn (1904-1981), giornalista comunista e anticonformista, fu padre di una tribù di noti giornalisti britannici: Andrew e Patrick, e il caro, beffardo, compianto Alexander Cockburn (1941-2012), cofondatore del sito Counterpunch, che mi riferì questo aforisma paterno

** Chi non sa mentire, non sa governare”, citato da Gabriel Naudé (1600-1653) in Considérations politiques sur les Coups d’État (1639).

[1] Nelle varie traduzioni le spie “sacrificate”, diventano “liquidabili” o “condannate”, e simili. Uso la traduzione francese, perché il testo riporta i vari commenti successivi alle varie affermazioni apodittiche di Sun Tzu: L’art de la guerre, Flammarion, Paris 1972. Il conclusivo capitolo XIII sulle spie va da p. 194 a p. 200, la citazione è a p. 196.

[2] “Tra le calamità della Guerra, si può giustamente annoverare la diminuzione dell’amore per la verità, per le falsità che l’interesse detta, e la credulità incoraggia.” In “The Idler” apparso su The Universal Chronicle l’11 novembre 1758.

[3] Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta (1641), Milano, Rizzoli 2012, ch. VIII, p. 31.

[4] Ripubblicato da Allia (Paris) in 2012.

[5] Alexandre Koyré, Réflexions sur le mensonge, Éditions Allia, Paris 1996, pp. 9-11. Il testo originario era apparso in Renaissance, rivista trimestrale pubblicata dall’École libre des Hautes Études, vol. I, fascicolo I. gennaio-marzo 1943, New York.

http://data.parliament.uk/writtenevidence/committeeevidence.svc/evidencedocument/culture-media-and-sport-committee/fake-news/written/47129.html.

 

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