Breve la vita felice degli eroi di Wembley, usati dalla politica come testimonial

Pierfranco Pellizzetti

Finirà che ci faranno detestare persino la vittoria ai campionati europei, cancellando il sorriso ironico per la sconfitta dei viscidi inglesi, Boris Johnson in testa.

Non tanto per i già stigmatizzati trentacinquenni cresciuti alla scuola di arroganza juventina, con i corpi istoriati da tatuaggi rivelatori di una cultura borgatara, che hanno imposto alle istituzioni il pericoloso, prima ancora che vanitoso, capriccio epidemico del bagno di folla attorno a un bus trasformato in vetrina. Che questi invecchiati bambini viziati vivano in un mondo dorato tutto loro (da cui si risveglieranno a fine carriera, ritrovandosi nel vuoto agghiacciante dell’oblio e della pura sopravvivenza) è cosa nota. Quello che indispone è il contesto che si è creato attorno all’imprevisto successo, di cui le bolge dantesche di corpi seminudi e ululanti, incapaci di fare distinzioni in ciò che chiamano tifo tra fescennini da suburra e la passione per un gioco, sono solo il fondale sguaiato e caciaroso. Ben peggiori sono gli aizzatori professionali a mezzo TV; tipo l’ultra imbellettata Paola Ferrari, intenta a simulare per commento l’ostentazione di un entusiasmo irrefrenabile. Peggio ancora i nostri politici presenzialisti, avidi di visibilità altrui a buon mercato. E non tanto l’imbastito presidente Mattarella, imitazione in tono minore dello straripante Sandro Pertini di Spagna 1982. Il più palesemente strumentalizzatore fuori posto risulta l’algido banchiere Draghi, leader del governo; che palesemente apprezza i riti pedatori quanto uno Zeus a cui invece dell’ambrosia abbiano rifilato la mortadella. Del resto è del tutto evidente che un blasé suo pari trovi i riti pallonari insopportabilmente cheap, cui preferirebbe qualcosa di più standing; magari il green da ottimati di un campo da golf.

Si dice che il calcio sia la metafora della vita. Boh? E perché no il tennis, il gioco delle bocce o la corsa campestre? Semmai è uno specchio puntuale dell’italica mentalità.

Per cui la corsa al carro del vincitore è il vero sport nazionale, in cui si sono ancora una volta distinti i corifei dell’informazione. Euforici per l’idea di poter intrecciare il trionfalismo calcistico con il tifo da stadio per il governo dei Migliori: quell’unica squadra, composta dagli eroi di Wembley e dagli strombazzati supertecnici draghiani, che ci avrebbe saldamente installato ai vertici continentali. Trasformando in un colpo solo la squadra esclusa dagli scorsi mondiali e il governicchio precedente in un unico faro di civiltà. Fino a quando tale finzione sarà funzionale ai retrostanti interessi di chi intende promuovere l’idea che il peggio è passato, per cui si può ritornare ai vecchi andazzi come niente fosse. A licenziare a go-go per gli aderenti a Confindustria; a prescrivere i processi per i fan della ciellina Cartabia; a incassare i dividendi elettorali del liberi tutti (di contagiarsi) per i negazionisti Salvini e Meloni, pronti ad accreditarsi il nuovo lassismo demagogico in piena pandemia di ritorno. Gli evasori beneficiati dalla restaurazione egemonica dell’affarismo e i ben noti banchettatori, pronti a sedersi al tavolo del Next Generation.

Questo vale per la casta politica e affini, che comunque si tutela controllando gli strumenti manipolativi del sentire generale. Più a rischio i calciatori, che alla prima batosta autunnale saranno subissati dai fischi dei tifosi e dalle stroncature dei critici, nella migliore tradizione italica della smemoratezza e dell’irriconoscenza.

Allora si tornerà a dire che Roberto Mancini è un allenatore come tanti (anche se nel diverso mestiere del selezionatore si è rivelato migliore di tanti altri), che la FGCI voleva commissariare ancora l’anno scorso con la supervisione di Marcello Lippi; che le presunte corazzate che abbiamo battuto, alla prova dei fatti non si sono rivelate tali (e difatti – rigori a parte – Donnarumma non si è mai dovuto sporcare i guantoni); che abbiamo vinto ancora una volta all’italiana (grazie alla difesa), con una spruzzata di tiki-taka alla Guardiola; che sono falliti gli attesi attaccanti monstre: Mbappé in stato confusionale, Lukaku imprigionato in schemi diversi da quelli di Antonio Conte, il pennellone Harry Kane rivelatosi un sopravvalutato (in questo calcio in piena follia finanziaria, che lo valuta cento milioni di sterline). Persino la rivoluzione manciniana si rivelerà per quello che davvero è: un remake di quello spirito-comunità con cui la Sampdoria visse l’esperienza irripetibile dello scudetto 1991; ricreato nel team degli europei. Quella squadra-famiglia in cui il vero campione – per testa e cuore – era GianLuca Vialli; un uomo-gol con i piedi da centrocampista di regia. Mentre Mancini era il fantasista, più adatto alle partite esibizione che agli appuntamenti clou (nella finale di Coppa dei Campioni 1992 con il Barcellona il Mancio risultò non pervenuto).

Sicché tutto induce a ritenere breve la vita degli eroi di Wembley, osannati e poi vampirizzati dalla macchina mediatica tritatutto. Insieme alla loro bella impresa.



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