Gli italiani muoiono di fame e gli zingari coi macchinoni

Estratto del libro "Caccia al nero - Confessioni di un insider della tv populista": il racconto e la testimonianza in presa diretta di un insider della tv populista che ha lavorato per un anno in una trasmissione di un'importante emittente privata italiana.

Redazione

Non tutti i servizi erano disonorevoli, quindi in un certo senso riuscivo a tirare avanti con dignità.
Proposi un pezzo piuttosto feroce contro l’avanzata dei gruppi neofascisti nelle periferie, e me lo fecero fare.
Fu persino divertente, perché i neofascisti, sapendo per chi lavoravo, accettarono volentieri di farsi intervistare e dissero frasi terribili sugli extracomunitari e sulle minoranze etniche. Smascherarli come razzisti fu un gioco da ragazzi.
«Certo che te l’hanno fatto fare» mi disse Manuel mentre montavamo il materiale. «Così nessuno potrà dare dei fascisti a loro. Anche questo fa parte del gioco, no?».
L’osservazione mi parve ragionevole e contribuì a smorzare i miei altalenanti entusiasmi.
Poi venne il mio primo pezzo sugli zingari, e gli entusiasmi andarono definitivamente giù.
L’annuncio arrivò da Ginevra, con la consueta telefonata di inizio settimana. La sua voce era particolarmente garrula. Mi disse che gli ascolti andavano benone e che tutti erano molto contenti e soddisfatti. Poi venne al dunque: «Facciamo un blocco sugli italiani che non riescono ad arrivare a fine mese, okay? Sai quei campi rom pieni di Mercedes e Ferrari? Vorremmo far vedere quella roba lì, per fare un po’ di contrasto, no? Gli italiani che muoiono di fame e gli zingari che chiedono soldi e pretendono una casa dal Comune. Sono cose che funzionano sempre».
Ormai avevo capito l’andazzo, per cui non stetti nemmeno a discutere. Ma Ginevra, che non era per niente stupida, interpretò il mio silenzio per quello che realmente era.
«Senti, lo so che non muori dalla voglia di farlo» ridacchiò, «ma ora ci serve questo. Abbiamo già scritto il copione, ed è stato approvato da tutti».
Avrei voluto vederle, quelle riunioni di autori. Fino ad allora avevo conosciuto solo Ginevra e Gigi, ma dubitavo che gli altri fossero molto diversi. D’altronde, mica erano loro che dovevano metterci la faccia.
«Preferivo andare a inculare i fascisti» fu tutto ciò che riuscii a dire.
«Sì, certo, lo so. Ma mica si può avere sempre tutto dalla vita, ti pare?».
E riattaccò.
Andai a bermi un altro caffè con Marco, che scoprii essere un grande esperto dell’argomento.
«Che tipo di zingari ti servono?» mi domandò subito.
A dire il vero non lo avevo capito bene neppure io. In sostanza serviva gente che si lamentasse ma che in realtà fosse piena di soldi da far schifo, pur vivendo in baracche in mezzo al fango. Mi pareva un quadro un po’ paradossale, innanzitutto perché chi è pieno di soldi difficilmente va a vivere in una baracca.
Marco però, che di servizi del genere doveva averne confezionati a decine, non si lasciò turbare dalle mie perplessità.
«A ragionare così c’è da diventar scemi» sbottò. «Te lo dico io come funziona con gli zingari: vivono nel fango perché è la loro cultura, poi rubacchiano, hanno i loro traffici e qualcuno si fa la Mercedes. Questo è».
Mi chiesi se credesse davvero a ciò che aveva appena detto, ed ero quasi certo che la risposta fosse no. Ma in fondo cosa gliene fregava a Marco degli zingari e delle loro baracche? Questo per lui era lavoro, come per tutti gli altri. Chiedergli cosa ne pensasse personalmente sarebbe stato come intromettersi senza alcun garbo nella sua sfera privata.
Lasciai che proseguisse.
«Di zingari che si lamentano ne trovi un po’ ovunque, questo non è un problema» mi spiegò. «Ovviamente ti conviene concentrarti sui campi irregolari, che sono sempre quelli più incasinati. Ti diranno che il Comune deve far arrivare l’acqua, che deve portare via i rifiuti e altre cazzate simili. Tutta roba ottima per noi. Ah, gli zingari tendono a urlare e ad agitarsi quando parlano, è una cosa buffa che funziona molto in tv».
«Sì, Gigi me l’ha già spiegato» lo interruppi ricordando il mio primo colloquio d’assunzione.
«Un posto buono è questo qui» continuò mostrandomi la cartina di Google Maps sul cellulare. «Qui qualche macchinona l’ho vista posteggiata. Agli zingari piace molto vantarsi delle loro macchinone, anche questo si sa. Quindi non dovresti avere problemi».
«Ed esattamente, secondo te, cosa dovrei fare?».
«Be’, vai là e li fai parlare il più possibile. Poi il resto lo farete al montaggio».
Scoprii che il banner del servizio era già stato stabilito prima ancora che mi venisse affidato il pezzo: Parlano i rom con le auto di lusso. «Siamo poveri, lo Stato deve aiutarci».
Mi fu comunicato in anteprima, perché ne traessi ispirazione durante le riprese.
La rete considerava i campi nomadi come luoghi potenzialmente pericolosi.
Il ragionamento non era del tutto sbagliato, visto quello che dovevamo andare a farci. Nei mesi precedenti diverse troupe erano state aggredite a calci e pugni dopo aver sciorinato il loro consueto rosario di domande provocatorie. La cosa non era certo dispiaciuta agli autori, che non disdegnavano un po’ di azione violenta. La raccomandazione era di non spegnere mai la telecamera, perché incassare due cazzotti a favore di obiettivo era sempre il modo migliore per chiudere un servizio di quel genere. Un po’ come dire: questi non solo pretendono i nostri soldi, ma ci menano pure. Il dibattito in studio si infuocava in un battibaleno.
A ogni modo, ritrovarsi con un giornalista in ospedale poteva non essere un’idea brillante, ragion per cui mi fu subito assegnata una scorta composta da due agenti della security.
I miei angeli custodi si chiamavano Ivan e Sergej, erano giganteschi e avevano le tipiche facce da sbirri. Ci demmo appuntamento in un parcheggio isolato, a poche centinaia di metri dalla baraccopoli abusiva che mi aveva consigliato Marco. Lì ci raggiunsero anche i due ragazzi della troupe.
Ivan e Sergej venivano entrambi dalla Bulgaria e sembravano molto orgogliosi di ciò che stavamo per fare. Forse si illudevano, lavorando per la nostra televisione, di poter riscattare la loro condizione di immigrati. Del resto, come molti cittadini dell’Europa dell’Est, nutrivano per i rom un’avversione esplicita. «Gente cattiva» mugugnavano di continuo. Tra tutte le persone con cui avevo lavorato fino ad allora, erano senza dubbio i meno ipocriti.
Decidemmo che la cosa più saggia era non dare troppo nell’occhio, per cui avremmo girato unicamente con le telecamere nascoste. Indossammo le spy e ci avviammo con circospezione verso il nostro obiettivo.
Gli abitanti di quel campo dovevano essere assai avvezzi alle troupe televisive, perché il primo nomade che incontrammo non stette nemmeno ad ascoltarci e ci squadrò dalla testa ai piedi. «Dove è tua telecamera?» mi domandò allarmato.
Ivan accorse lesto al mio fianco, con i suoi centocinquanta chili di muscoli stretti nella maglia aderente.
«Tuo amico è un poliziotto?» chiese il rom fissandolo negli occhi.
La risposta di Ivan fu la più sbirresca che si potesse concepire: «Non appartengo alle forze dell’ordine».
Intuii subito che sarebbe stata una giornata molto lunga.
Il campo era effettivamente un disastro.
Era composto da una trentina di catapecchie in legno fasciate da teli di plastica. Ovunque c’erano mucchi di spazzatura, che i ragazzi della troupe si affrettarono a inquadrare con le loro microcamere. Il terreno era molto fangoso e dalla mota grigiastra emergevano bottiglie vuote e rifiuti. Accanto alle baracche scorreva una roggia putrescente, che certo pullulava di topi, zanzare e chissà quali altre bestiacce.
Chiunque, dovendo vivere in un luogo del genere, sarebbe stato molto incazzato, e i rom lo erano giustamente parecchio.
Mi dissero che venivano dalla Romania e che erano tutti imparentati tra loro. Il capo era un certo Bogdan, un omone sulla sessantina con lunghi capelli bianchi e i denti d’oro.
I denti furono l’unico indizio di ricchezza che riuscii a scorgere nel circondario, di Mercedes e Ferrari non c’era nemmeno l’ombra. Questa era certamente una brutta notizia, per cui decisi che l’unica era concentrarsi sui denti.
«Sono d’oro, vero?» azzardai.
«D’oro, naturalmente! Io sono uomo molto ricco!» scoppiò a ridere Bogdan. Aveva il senso dell’umorismo, ma i miei capi avrebbero fatto in modo di non cogliere l’ironia.
Insistette per farci visitare la sua casa. Mi sentii come un ladro, ma alla fine dovetti accettare. Mentre noi parlavamo, i cameraman gironzolavano in cerca di qualche dettaglio interessante da riprendere. Dovettero rimanere delusi, perché l’arredamento della baracca ricalcava né più né meno ciò che stava all’esterno: c’erano parecchie cianfrusaglie ammonticchiate sulle sedie, un set di pentole e stoviglie ammaccate, una corona d’aglio rinsecchita e un gigantesco ritratto di padre Pio. Gli zingari sono molto religiosi.
Bogdan sembrava felice di avere a che fare con dei giornalisti. Probabilmente immaginava che col nostro servizio avremmo potuto sollecitare un qualche intervento salvifico da parte delle pubbliche autorità, anche se gli sguardi incarogniti che Ivan e Sergej seguitavano a lanciargli avrebbero dovuto fargli intuire che eravamo lì per altre ragioni.
A ogni modo, le cose non stavano andando benissimo. La totale assenza delle auto di lusso cozzava col testo del nostro banner, e ciò avrebbe certamente fatto girare le palle all’intera squadra degli autori. D’altronde, un conto era rimestare quattro dichiarazioni di un camionista incazzato, tutt’altra cosa era far materializzare una tonnellata e mezzo di acciaio e alluminio in mezzo alle rogge pavesi.
Decisi che era il caso di allertare Ginevra. «Ehi» le scrissi dopo essermi appartato in un angolo, «qui non ci sono né Mercedes né altro, solo un tizio coi denti d’oro. È una baraccopoli vera, si lamentano tutti».
La risposta arrivò nel giro di pochi secondi: «Bene, falli lamentare. Peccato per le Mercedes, ma sticazzi…».
Certamente Bogdan non immaginava che i suoi lamenti sarebbero stati usati contro di lui, se no se ne sarebbe stato zitto. Invece parlò parecchio, e lo fece anche con grande trasporto. Mi spiegò che al campo non avevano né le fogne né l’acqua corrente, mentre per recuperare l’elettricità avevano dovuto metter su un accrocchio per collegarsi a sbafo alla rete pubblica. Gli chiesi di mostrarmelo, e lui acconsentì volentieri.
«Guarda cosa fatto per avere un poco di luce!» gridò mentre mi accompagnava al vicino traliccio. Gorilla e operatori ci seguirono in religioso silenzio, per evitare che le loro parole andassero a sporcare le registrazioni. Parevamo un gruppo di monaci in processione dentro una discarica. La scena, nel complesso, doveva risultare abbastanza grottesca.
Ci raggiunsero altri quattro o cinque rom. Bogdan li invitò a segnalare ciò che non andava, e quelli presero a lamentarsi a loro volta. Il bello è che non c’erano telecamere a vista, quindi sembravamo fuori di testa: quelli che gridavano i loro problemi, e noi che li ascoltavamo come se davvero avessimo il potere di risolverli.
Venne fuori di tutto. Come previsto da Marco, una donna iniziò a prendersela con il Comune e a reclamare delle case decenti. Quasi senza pensarci, le feci notare che per colpa della crisi anche tanti italiani erano rimasti senza abitazione, e le chiesi che ne pensasse.
In seguito mi sarei vergognato di quella domanda, perché era evidente che tra l’insofferenza dei rom e la povertà degli italiani non esisteva alcun nesso di causa – effetto.
Stavo iniziando a ragionare come un Marco qualunque. Ero entrato nel mood della trasmissione, con tutto ciò che ne derivava. La verità è che ero lì con quattro persone al mio seguito pronte ad assecondarmi per un’intera giornata, e dall’altra parte del telefonino, in redazione, c’erano altre persone che si aspettavano che facessi quello che stavo facendo, in cambio di uno stipendio che avrebbe ammazzato d’invidia migliaia di colleghi. Cominciava a diventare lavoro, anche per me, e il guaio è che in fondo non era neanche così male.
La donna, purtroppo, rispose come da copione. Disse che a lei degli italiani non gliene fregava niente, che voleva una casa per sé e per la sua famiglia, e che il Comune era pieno di mafiosi che non si occupavano nemmeno di raccogliere la spazzatura.
Ivan e Sergej, alle mie spalle, si scambiarono un sorriso d’intesa.
Era stato facile, c’era poco da dire.
«Almeno gliel’hai chiesto se rubano?».
Gigi camminava su e giù per la stanza con passo scattante e risoluto. Ci trovavamo nel suo ufficio, molto più grande e accogliente di quello di Marco. Era stato stabilito che il mio servizio lo avrebbe seguito lui, ma evidentemente i contenuti non lo avevano soddisfatto fino in fondo.
«Okay per le Mercedes» mi incalzò. «Non le hai trovate e va bene così, ci sta. Ma almeno dovevi mettergli un po’ di fiato sul collo a questi zingari. Non avevano un televisore, qualche oggettino di valore? Tu dovevi chiedergli: e questo dove l’avete preso? Questo l’avete rubato? Madonna mia, per una volta che non ci hanno preso a sassate! Potevamo farla qualche domanda in più, che dici?».
Provai a difendermi: «Ma Gigi, guarda che quelli non avevano proprio nulla. C’erano quattro stamberghe in mezzo al fango, altro che Mercedes…».
«E secondo te le fanno vedere a noi le cose? Tu sei un giornalista, devi fare le domande, pure quelle scomode! Devi andare lì e scoprire tutto quello che c’è da scoprire. Cazzo, se non fosse che andiamo in onda questa sera ti rimanderei indietro a rifare tutto daccapo!»
Non lo avevo mai visto così alterato, perciò evitai di contraddirlo. Martoriare dei poveri cristi costretti a vivere in venti metri quadri lastricati di merda non mi sembrava il modo più onesto di fare il giornalista. Ma era chiaro che il cortocircuito stava dentro la mia testa e non altrove.
«Be’, possiamo provare a sistemarla col montaggio…» suggerii.
Ma Gigi non finse nemmeno di ascoltarmi. «Tu devi metterti nella testa di un vecchio di ottant’anni» esclamò continuando ad andare su e giù come un ossesso. «Se prendi da parte tua nonna e le parli degli zingari, qual è la prima cosa che ti dice?»
«Che rubano, suppongo».
«Ecco, è questo che dobbiamo far vedere! Mica che gli manca il gas o che il Comune non gli porta via l’immondizia. Noi parliamo al popolo, non dimenticartelo mai!»
Tutto quel discorso mi fece sentire un po’ in colpa.
Immaginai che Gigi ne avrebbe parlato con Ginevra, e forse persino col conduttore. Quest’ultimo, in particolare, mi incuteva una certa soggezione.
Non lo avevo mai incontrato di persona, e a essere onesto non ci tenevo granché a incontrarlo. Era uno dei volti più noti della nostra televisione. Di lui si mormoravano cose terribili.
Dicevano che fosse particolarmente iracondo, come molte persone di potere. Era amico del proprietario del gruppo, che nutriva in lui una fiducia totale. L’intera redazione pendeva dalle sue labbra, e le continue ansie di Gigi, Ginevra e degli altri autori erano in gran parte dovute alla sua presenza incombente. Il conduttore aveva creato il programma, e se il programma non andava come doveva era capace di prendersela molto a male. In compenso, davanti alle telecamere adorava recitare la parte del bonaccione simpatico sempre pronto a sorridere. Il pubblico lo amava alla follia.
Andai dritto da Manuel e gli raccontai ciò che era successo.
Lui fu come sempre molto amichevole. «Sistemiamo tutto al montaggio, vedrai» mi consolò.
E così fu.
Ormai avevo imparato come si faceva: tagliammo tutte le parti inutili, quelle dove i rom si lamentavano delle mancanze del Comune o dichiaravano di voler mandare i loro figli a scuola. Lasciammo solo le frasi più concitate, a cominciare da quelle della donna sotto il traliccio dell’alta tensione. Manuel le giudicò «perfette». Da un’ora abbondante di girato riuscimmo a tirar fuori due minuti da far accapponare la pelle. Fu un gioco da ragazzi: bastava selezionare i pezzi buoni, isolarli dal contesto e metterli in fila dando loro un senso logico. Ovviamente scegliemmo una musica tensiva, pescandola quasi a caso dalla playlist di redazione. Infine incidemmo i miei speech. Sotto quello iniziale, Manuel volle inserire alcune immagini prese da internet: erano state registrate da una telecamera di videosorveglianza e mostravano alcune giovani nomadi intente a sfilare portafogli su un vagone della metropolitana.
«Vedrai che questo li stenderà» sorrise, prima di far partire il rendering.
Gigi ebbe il pezzo che voleva.
Me lo riguardai in diretta quella sera, vivendo probabilmente le stesse sensazioni che deve provare un operaio metalmeccanico quando vede sfrecciare in autostrada una delle vetture che ha contribuito ad assemblare.
Di quel teatrino conoscevo ormai tutto. Potevo cogliere l’imbarazzo sul volto dei manifestanti addestrati nelle piazze quando la frase che avrebbero dovuto pronunciare usciva magari un po’ smozzicata. Immaginavo la presenza di Marco e dei suoi colleghi dietro la telecamera, mentre con gesti imperiosi indicavano chi dovesse prendere la parola e chi starsene zitto. Intuivo i tagli nei servizi e mi potevo figurare i tanti minuti di girato buttati allegramente nel cestino.
Ero davanti a un libro aperto, ma dentro quel libro c’ero anch’io.
Dopo la sigla di chiusura andai a dare una sbirciatina sulla pagina Facebook della trasmissione.
Scoprii che il mio servizio era stato uno dei più commentati. Un utente suggeriva di chiudere i campi rom con il filo spinato, mentre un altro, ancor più sbrigativo, proponeva l’utilizzo del napalm e dei lanciafiamme. Per quanto leggessi e rileggessi, non trovai una sola parola di critica nei confronti del programma. Tutti erano ugualmente arrabbiati e scandalizzati. Qualcuno mi aveva persino scritto in privato. Un padre separato e senza lavoro mi raccontava la sua storia pregandomi di portarla in tv.
Ma la sorpresa più grossa arrivò la mattina dopo, quando scoprii che un potente politico di destra aveva ripostato il mio pezzo sui suoi canali social. Al video originale era stata aggiunta una grossa scritta in sovrimpressione: «Che ne dite, amici? Non sarebbe ora di far arrivare qualche ruspa?».
Quel giorno decisi di ubriacarmi.

Qui la scheda del libro, edito da Chiarelettere



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