Se la storia volta pagina

La caduta di Kabul è un evento epocale che rappresenta una svolta nella Storia come lo fu il crollo del muro di Berlino.

Domenico Gallo

La caduta di Kabul e la fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati dall’Afghanistan il 31 agosto 2021, è un evento che ha un valore simbolico epocale, paragonabile soltanto al crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989. L’evento del 1989 segnò la fine di un’epoca, la fine del mondo bipolare, del confronto politico, strategico e militare fra le due superpotenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale che aveva congelato le nazioni nella morsa della guerra fredda. L’abbandono dell’Afghanistan, come ha scritto Raniero La Valle, “rappresenta invece il fallimento della risposta dell’Occidente alla caduta del comunismo e dell’ordine bipolare, e segna la fine del nuovo ordine globale. Ne esce sconfitta la pretesa dell’Occidente di sostituirsi al socialismo scomparso instaurando un unico dominio su un mondo ridotto alla propria misura e finisce il sogno degli Stati Uniti di dar corso a un nuovo secolo americano”. L’abbattimento del muro di Berlino non fu l’epilogo di una sconfitta militare ma il frutto di una decisione della politica che si era resa conto dell’insostenibilità di quel mondo bipolare con le sue divisioni artificiali sostenute solo dalla forza. Così come l’abbandono dell’Afghanistan non è frutto di una sconfitta militare ma della consapevolezza che non è possibile garantire l’ordine internazionale attraverso la supremazia delle armi della superpotenza occidentale.

Verso la fine degli anni ‘80 del secolo scorso con la perestrojka era stato avviato uno straordinario processo di rinnovamento delle relazioni internazionali, che aveva conseguito risultati importanti, ponendo fine alla guerra fredda e al confronto politico militare basato sull’equilibrio del terrore. Anche se il blocco sovietico era più debole di quello occidentale, è importante sottolineare che l’impero sovietico non crollò perché travolto dalla pressione dell’Occidente ma perché unilateralmente decise di deporre le armi, di uscire dal gioco della reciprocità violenta con gli Stati Uniti varando la teoria dell’interdipendenza, della rinuncia all’uso della forza e persino della non violenza (si veda la dichiarazione comune Gorbaciov – Gandhi del 27/11/1986 in Bozze 87,1). Di conseguenza “l’indimenticabile 1989” fu interpretato come l’annunzio di un’epoca nuova per l’umanità caratterizzata dal disarmo, dal prevalere della logica dei diritti dell’uomo e dei popoli, della collaborazione internazionale attraverso il rilancio delle potenzialità e del ruolo delle Nazioni Unite che, finalmente scongelate, giocarono un ruolo decisivo per la risoluzione pacifica di annosi conflitti come quelli relativi alla Namibia e alla Cambogia.

Insomma fra il 1989 e il 1990 si verificò una situazione per certi versi simile a quella che, sul finire della seconda guerra mondiale, aveva balenato l’utopia delle Nazioni Unite e aveva prodotto, con la dichiarazione universale dei diritti umani, l’annuncio di un mondo nuovo. Sull’onda delle enormi potenzialità di liberazione annunziate dallo smantellamento del muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda, sorse il problema di ripensare la struttura del mondo e quindi di porre le fondamenta di un nuovo ordine mondiale. Purtroppo l’alba di una nuova era durò l’espace d’un matin. In quel momento cruciale della Storia gli architetti dell’ordine mondiale decisero di rilanciare con rinnovato vigore la politica di potenza per impedire che il nuovo corso delle relazioni internazionali potesse attecchire e introdurre le novità rivoluzionarie che annunziava. Gli eventi dell’89 sono stati interpretati nel senso che l’Occidente aveva vinto la terza guerra mondiale per la sua superiorità economica e militare. La lezione che ne è stata tratta fu che da un ordine bipolare si potesse passare a un mondo dominato da una sola Potenza, capace di regolare l’ordine internazionale in conformità ai propri interessi grazie alla forza superiore delle sue armi. All’uscita dalle tenebre della guerra fredda occorreva un evento capace di rilanciare la politica di potenza delegittimata dalla rinuncia unilaterale al dominio praticata dall’altro blocco e restaurare l’egemonia di un unico impero.

L’occasione fu offerta su un piatto d’argento dal gioco d’azzardo di una subpotenza regionale, l’Irak che il 2 agosto 1990 invase il Kuwait rompendo il fronte della pace. Il 3 agosto il Presidente degli Stati Uniti e i suoi collaboratori decisero che l’intervento militare sarebbe stata l’unica soluzione alla crisi e nel settembre George W. Bush annunziò dinanzi al Congresso l’avvento di un “nuovo ordine internazionale” imperniato sulla capacità degli Stati Uniti di intervenire in tutte le aree di crisi per imporre le soluzioni più convenienti agli interessi occidentali. Di qui lo sviluppo di nuovi modelli di difesa, imposti attraverso la NATO anche agli alleati occidentali, di nuove strategie militari sperimentate attraverso la prima e la seconda guerra del Golfo, attraverso l’aggressione della NATO alla Jugoslavia per imporre l’ordine nei Balcani e l’intervento militare in Afghanistan iniziato il 7 ottobre 2001 e terminato ingloriosamente il 31 agosto di quest’anno. In questi trent’anni si sono accumulati una serie di fallimenti. È cresciuto il caos e la violenza, i conflitti più annosi si sono incancreniti, sono sorti nuovi conflitti mentre la catastrofe ecologica avanzava inesorabilmente. Adesso finalmente abbiamo constatato che l’ordine mondiale non può essere assicurato unilateralmente dalla Potenza egemone dell’Occidente. È finita un’era e se ne apre un’altra. Adesso è ritornata di attualità quella concezione dell’ordine mondiale fondata sul rilancio del ruolo universalistico delle Nazioni Unite che già nel 1987 Shevardnadze aveva prefigurato nel suo discorso alla 42^ sessione dell’Assemblea generale dell’ONU (in Bozze, 1987, n.4/5).

 

(credit foto EPA/Jack Holt)



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