Calcio e Capitalismo

L’idea naufragata di Super League non era una perversione ma una conferma dei trend del calcio contemporaneo, specchio del capitalismo. Un modello non da difendere ma da cambiare.

Nicola Melloni

Il tentavo di creazione di un Super League calcistica ed il suo immediato fallimento merita forse qualche riflessione che vada oltre l’aspetto sportivo.

L’obiettivo delle 12 società coinvolte era quello di dare vita ad una lega privata in cui i soci fissi si spartissero tutti gli incassi, senza quindi doverli condividere, come avviene invece ora nella Champions League.

Come denunciato immediatamente dal Presidente dell’UEFA Ceferin, il motivo principale di questo tentativo di scissione era l’avidità. La conferma, nel caso ce ne fosse bisogno, era venuta in maniera diretta da un componente del board di una delle società coinvolte: “il nostro compito è massimizzare i profitti; il bene del calcio è  di importanza secondaria”.

Davanti all’istituzionalizzazione arrogante di un sistema oligarchico si è immediatamente creato un fronte, alquanto eterogeno, in opposizione alla SuperLeague: insieme ai tifosi infuriati per l’aggressione al loro passatempo preferito, ci sono governi, leghe e federazioni calcistiche nazionali ed internazionali, tv via cavo che rischiano di vedersi sottratto il loro evento di cartello. E mentre tifosi, ma anche allenatori e giocatori, mettevano pressione alle società di riferimento, UEFA e leghe nazionali minacciavano l’esclusione dei club coinvolti dai campionati nazionali. Una minaccia evidentemente sufficientemente credibile da rompere quasi immediatamente il gruppo dei 12. Una vittoria dello sport? Le cose sono un po’ più complicate.

La Super League era senza dubbio una aberrazione dal punto di vista sportivo ma aveva il (discutibile) pregio di mettere nero su bianco quello che, mascherato dietro la romantica idea di competizione sportiva, già avveniva da trent’anni. Da quando cioè le tv entrarono nel calcio, drogandone il mercato: che ha portato, tra le altre cose, alla creazione in Inghilterra della Premier League, una lega privata creata proprio per spartirsi i profitti; e della Champions League che ha sostituito la vecchia Coppa Campioni per permettere ai club più facoltosi di poter partecipare (quasi) sempre all’annuale spremitura di denaro dei diritti TV. Un processo path dependent: maggiore il numero di vittorie, maggiori gli incassi, maggiore il budget, maggiori gli investimenti, e quindi, nuovamente, maggiore numero di vittorie. Difficile chiamarlo sport.

Meglio dunque chiamarlo col suo vero nome: capitalismo. I trend del calcio contemporaneo sono lo specchio del capitalismo. Quando Florentino Perez sostiene che l’unica maniera per salvare il calcio è rendere più ricchi i gruppi economici più forti non fa che ripetere il mantra che ha caratterizzato trent’anni di neo-liberismo: è il trickle-down, i magnati ingrassano e qualche briciola cadrà anche alle masse nascoste sotto il tavolo. E da bravi capitalisti, i presidenti delle società più facoltose vogliono far pagare i loro sbagli ed i loro debiti al resto del sistema – qualcosa di già visto durante la crisi finanziaria. L’ammissione è sempre di Perez: “non ce la facciamo ad andare avanti con questi debiti, se non ci salviamo noi il calcio muore”. Ma chi ha causato quei debiti se non proprio il Real Madrid dei galacticos, il Milan di Berlusconi, e un po’ tutti i club coinvolti che pagano cifre sconsiderate per trasferimenti e ingaggi? La soluzione non è rivedere un sistema che non funziona, ma drogarlo ulteriormente di denaro sottraendolo a piccoli club con già poche risorse.

In effetti quando il deputato di Italia Viva Luigi Marattin dice che la Super League risponde alle logiche di mercato, ammette, inconsciamente, che il mercato porta a concentrazione, al dominio del più forte – economicamente e, di conseguenza, politicamente – che finisce per non pagare mai i propri errori. Un mercato farlocco, se anche il Wall Street Journal ha avuto l’inaspettata illuminazione di capire che le grandi corporation non sono amiche della competizione ma preferiscono la rendita di posizione, proprio come nei piani oligarchici delle ricche società calcistiche – e tacciamo per pudore dell’idea di alcuni dei soliti noti liberal-liberisti nostrani secondo cui un cartello fatto per escludere altri club dall’accedere a risorse comuni possa essere un esempio virtuoso di competizione e liberalizzazione.

Eppure le critiche mainstream al “golpe calcistico” suonano false e ipocrite. Il “merito” è stato usato come una clava contro l’idea stessa della Super League. Ma dove è il merito nel calcio attuale, se negli ultimi 25 anni solo una volta la Champions League è stata vinta da un outsider? Se Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco hanno partecipato a 25 edizioni su 28. Per non parlare dei campionati nazionali, con la Juventus vincitrice di 9 scudetti di fila, ed in cui dal 1991 le uniche due squadre a rompere il monopolio Juventus-Milan-Inter sono state Roma e Lazio, costrette per competere ad indebitarsi talmente tanto da rischiare il fallimento. Leicester ed Atalanta non sono tanto l’eccezione che conferma la regola, quanto la foglia di fico di un sistema paralizzato – anche in questo non certo diverso dal capitalismo neo-liberale che usa la retorica del merito per premiare i vincitori e bastonare i vinti, provando a nascondere sotto il tappeto una sostanziale immobilità sociale, tanto che un grande studioso delle diseguaglianze come Piketty suggerì che la maniera migliore per diventare ricco partendo dal basso sia sposare una ereditiera. Similmente i tifosi non sognano più un grande bomber ma uno sceicco che li porti fuori dalla miseria.

E che dire dei tifosi/consumatori? Quelli che dovrebbero essere i “veri” beneficiari della mercificazione dello sport, così come dell’avvento delle grandi corporation come WalMart, Amazon, Uber? La realtà, lo sappiamo, è alquanto diversa: arricchimento smodato di alcuni, impoverimento generale del sistema. Basta guardarsi intorno: in questi ultimi decenni il calcio si è gentrificato, i prezzi dei biglietti sono aumentati per vedere le partite occorre abbonarsi ad un servizio di pay-per-view. I tifosi non sono altro che vacche da mungere.

Vale la pena, allora, difendere questo modello di calcio – dove la Super League non sarebbe stato altro che la sublimazione dei trend già in atto, e non certo una perversione del sistema? Dove la UEFA adotta un fair play finanziario ridicolo, che aiuta i ricchi, che permette al PSG di comprare Neymar per oltre 200 milioni di euro? Dove la Fifa impone i Mondiali in Qatar, al costo per altro di migliaia di vite umane? I tifosi hanno giocato un ruolo importante in questa partita ma attenzione a pensare che questa sia una vittoria del popolo contro le élite – è stata una guerra tra gruppi di potere – basti pensare che i grandi media, portatori di interessi corporate, si sono schierati in maniera piuttosto compatta contro la Super League. È conveniente far pensare ora che sia questo il calcio che i tifosi vogliono, che anzi sia il loro calcio. Ed invece difendere lo status quo non ha nulla di davvero progressista e non è certo un caso se era stato Jeremy Corbyn a proporre un nuovo tipo di governance per i club inglesi, ispirato al modello tedesco dove i tifosi hanno spesso l’ultima voce in capitolo (e non a caso nessuna squadra tedesca era coinvolta nella Super League), dove i biglietti sono a buon mercato, gli stadi sono pieni e le società non hanno debiti. Per salvare il calcio, come per salvare il mondo in cui viviamo, è necessario, come diceva Polanyi, la sua decommodificazione: non un business fine a se stesso, ma incastrato nel tessuto sociale circostante. Ed è improbabile che, su questa strada, i tifosi trovino l’appoggio dei governi, delle tv, di UEFA e FIFA.

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